Da Wonder Woman a Bebe Vio: Il coraggio delle donne in mostra al PAN

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15 marzo 2019

“Non c’è carceriere che possa voltare le spalle tranquillamente al suo prigioniero”, ricorda Sofri. “E non c’è prigioniero più irriducibile di una donna”.

Ci sono tanti modi per essere donne, le celebriamo l’otto marzo ma ogni giorno, dobbiamo ricordarne tristemente qualcuna perché ha subito violenza. Ormai gli abusi e i soprusi non si contano più, le notizie dei femminicidi si moltiplicano giorno dopo giorno. Persino il senso di scalpore sembra sopito dinanzi alla reiterazione, pronunciamo quasi con rassegnata stanchezza quell’“ancora un altro”.

S. De Beauvoir in Il secondo sesso scrive: “la femmina é femmina in virtù di una certa assenza di qualità”, diceva Aristotele; “dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole”. San Tommaso ugualmente decreta che la donna é un uomo mancato, un essere occasionale. Proprio questo vuole simboleggiare la storia della Genesi in cui Eva appare ricavata da un osso in soprannumero di Adamo”. Questo remoto passato é davvero così passato e come mai allora non si inaspriscono le pene nei confronti dei reati consumati sulla pelle delle donne?

Ha fatto scalpore, negli ultimi giorni, la sentenza della Corte d’appello che ha dimezzato la pena da 30 a 16 anni a Michele Castaldo, l’operaio cesenate che nel 2016 strangolò Olga Mattei, la donna con cui aveva una relazione da circa un mese. Le motivazioni della sentenza d’appello hanno suscitato molte polemiche in quanto Castaldo é stato ritenuto “meritevole delle attenuanti generiche” perché avrebbe agito in preda ad una “tempesta emotiva e passionale”.

Nonostante l’intervento successivo di Giuseppe Colonna, presidente della corte d’appello, volto a chiarire entrando nello specifico della materia, quello che più disturba é l’uso di due parole: l’aggettivo meritevole e “tempesta emotiva” che ricorda l’invito che Miranda, personaggio appunto della Tempesta shakespeariana rivolge al padre, Prospero, per calmare le onde che aveva sollevato. La sentenza emessa non attenua, , come fa il mare, né il fuoco né la fetida pece. Il termine raptus sarebbe stato meno romantico, certamente più calzante e avrebbe scoperchiato il male di un Paese permeato da una mentalità patriarcale che troppo spesso alleggerisce, talvolta cela, nefandezze con una collezione di scuse, attenuanti, e luoghi comuni sulle donne.

“Le donne di Genova non ridono per niente” direbbe Baccini quando, leggendo sui giornali di una donna ecuadoriana che qualcuna avrà incontrato per strada o al supermercato, apprendono della sentenza choc che ha visto attribuire una pena pari a solo 16 anni al marito che l’ha uccisa. Questa volta l’attenuante che avrebbe spinto al folle gesto sarebbe stata “un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento”.

Ogni volta arriva una tempesta emotiva che funge da paravento per non volere affrontare la complessità di un problema culturale, politico, sociale e professionale.

Di questa complessità si é discussa, invece, al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli), nella conferenza che ha preceduto la mostra itinerante Da Wonder Woman a Bebè Vio: il coraggio delle donne, inaugurata il 12 e terminante il 17 Marzo.

La mostra nasce dall’omonimo libro scritto, realizzato e prodotto da Il vaso di Pandora- La Speranza dopo il trauma- un’associazione che offre sostegno alle vittime sopravvissute a traumi da abuso fisico, psicologico e sessuale aiutandole a superare le drammatiche e inevitabili conseguenze. Erano presenti all’incontro Stefano Maria Capocelli, Assessore alla Mobilità e al Turismo IV municipalità Napoli, Antonella Montano, Direttrice Istituto A. T. Beckham e presidente associazione il Vaso di Pandora, Martina Salvati, Pubblico Ministero – Procura della Repubblica di Nola, Giuliana Covella Giornalista e Scrittrice, Rosa Cappelluccio Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e Consulente Ufficio Garante per l’Infanzia e Adolescenza Regione Campania, l’ avvocata Alessia Schisano.

Nel dibattito si é enfatizzato come moventi quali la gelosia e la delusione, sottolineano la visione che, nelle coppie, la donna non è libera di scegliere di lasciare un uomo e se lo fa in qualche modo viene giustificata l’estrema reazione di quest’ultimo. L’emergenza è che si sta attestando un modello più culturale che giudiziario che nei rapporti tra uomo e donna fa sì che l’uomo si senta legittimato a commettere qualsiasi abuso quando qualcosa diverge dai suoi desideri.

La colpa non è solo di una millenaria cultura di possesso dell’uomo sulla donna, ma anche della sottomissione cui la donna stessa spesso si presta, sostenuta da un intero sistema che non sempre la porta a denunciare, ma a lavare, invece, i panni sporchi in famiglia. Quasi tutte le donne uccise hanno subito prima minacce e violenze, ma la maggior parte di loro non le ha denunciate.

Purtroppo le sentenze citate non aiutano a uscire da una subordinazione psicologica. Appare sempre più urgente, perciò, la prevenzione degli abusi e dei delitti offrendo una protezione maggiore e più adeguata alle donne che vivono situazioni di violenza destinando risorse ai centri antiviolenza, rafforzando le azioni di contrasto ad essa attraverso un sistema di rete tra istituzioni e privato sociale qualificato, effettuando una corretta formazione di operatori sanitari, sociali e del diritto.

Successivamente al dibattito, gli ospiti sono stati guidati attraverso un percorso che si snoda intorno alle storie di 49 donne simbolo di forza, coraggio e resilienza. Storie di donne, raccontate da donne, in maniera semplice e diretta.

Il primo passo per la guarigione é la condivisione e Pandora ha deciso di partire da qui, raccontando i modelli, le fonti di ispirazione, le donne che hanno illuminato un cammino dove non essere mai sole.

Ogni storia di vita é accompagnato da un’illustrazione di Simona Bryant che ha interpretato, con il suo stile unico, 49 personalissimi ritratti che compongono la mostra.

Mentre passeggio tra Alda Merini, Angela Merkel, Bebe Vio, Edith Piaf, Emily Dickinson, Emma Watson, Franca Viola, Ingrid Betancourt, Madonna, Malala Yousafzai, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Samantha Cristoforetti, Virginia Woolf, Wonder Woman e tante altre, immagino cosa avrebbero pensato o pensano queste donne dinanzi ad una giustizia diseducativa che assolve un presunto reato con un linguaggio offensivo e presuntuoso e che giudica poco veritiera la versione della parte lesa perché il corpo di una  ragazza peruviana sarebbe apparso troppo mascolino e poco avvenente. Mi volto, il viso di Tracy Chapman mi sorride, per lei non conta l’immagine o la voglia di stupire a tutti i costi, conta chi sei veramente. E se le rivoluzioni somigliano ad un sussurro, alle tre giudici in questione mi piacerebbe dire: “Is all that you can say”.

 

TAG:
CAT: discriminazioni, Musei-Mostre

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