Chi pagherà per i crimini di guerra commessi in Ucraina?

Geopolitica

Delitto senza castigo: chi pagherà per i crimini di guerra in Ucraina?

Verrà mai punito qualcuno per la morte di Mark, 11 anni, ucciso in un bombardamento, mentre stava per andare a letto? E per il suo amico Boris? L’Ucraina ha raccolto prove per 190mila crimini di guerra; ma finora le persone in prigione si contano sulle dita di quattro mani.

16 Febbraio 2026

KHARKIV  (UCRAINA) «Cosa è successo?». Tetiana abbassa gli occhi. La voce di colpo si assottiglia; le parole diventano un sussurro: «Era notte, eravamo a casa. Forse erano le nove o le dieci. Con me, nel mio appartamento, c’erano mio marito, mio figlio Mark e mio nipote, che quel giorno dormiva da noi. Avevamo letto online che era possibile un attacco aereo, così eravamo andati tutti nel corridoio, che è il posto più sicuro in una casa, perché lì si è tra due muri. All’improvviso si sono spente le luci». Da quel momento i ricordi si fanno confusi: sono frammenti, flash nel buio di quella notte maledetta. La pioggia di calcinacci. Le urla del figlio. Le sirene dei soccorsi. Il marito, l’unico rimasto in piedi, che si sbracciava, cercando di indicare ai pompieri dove si trovavano gli altri. Tetiana, sotto le macerie, invece non riusciva a muovere nemmeno un dito: «Mentre ero lì, immobile, è stato ordinato ai soccorritori di andarsene: c’era il rischio di un ulteriore crollo. Uno di loro, però, non ha obbedito: si è gettato su di me e ha iniziato a scavare». Dallo scoppio erano passati minuti, forse ore: Tetiana non lo sa dire: aveva come perso la cognizione del tempo. Fatto sta che a un certo punto si è ritrovata distesa su una barella, in ambulanza: «E mentre mi stavano portando in ospedale, ho subito chiesto cosa fosse successo ai bambini. Mi dissero solo che erano già stati entrambi presi in carico. A quel punto non sapevo che uno era in ospedale, mentre l’altro era all’obitorio. Ancora oggi non capisco esattamente come sia morto mio figlio: dove l’hanno trovato? Era cosciente? Oppure no? Nel certificato di morte è scritto che la causa del decesso è stata l’asfissia: è morto soffocato, sotto le macerie». Anche lei, Tetiana, ha riportato molte ferite: fratture alla colonna vertebrale, le braccia, le costole; aveva persino un buco nei polmoni. Se i soccorritori non l’avessero tirata fuori in fretta, quasi sicuramente sarebbe morta anche lei. Ma Dio, il destino, il caso – ognuno può vederla come vuole – non ha voluto così: suo figlio se ne è andato; lei è rimasta. E per Tetiana è una cosa difficilissima da accettare: «Quello che è successo ha come spezzato la mia vita in due; in un prima e un dopo. Sembra uno di quei videogiochi che piacevano tanto a mio figlio Mark: abbiamo perso la partita e non abbiamo più vite. Da allora, io e mio marito non viviamo più. Esistiamo. E basta».

Gli angeli di Kharkiv

Quel giorno era il 30 ottobre 2024. La bomba che ha centrato in pieno la casa – un palazzone di nove piani, nella periferia nord di Kharkiv, seconda città più grande dell’Ucraina – oltre a Mark, ha ucciso due persone e ne ha ferite 36. A distanza di oltre un anno, dopo mesi di ospedale e riabilitazione, Tetiana Matiash-Myrna, a soli 39 anni, fatica ancora a stare in piedi a lungo. Ma dentro di se – in un qualche angolo del suo cuore e del suo cervello – ha trovato la forza di organizzare una mostra per raccontare il suo dolore e quello delle altre famiglie della sua città, tante, che hanno perso un figlio sotto i bombardamenti russi. La mostra si intitola appunto gli “Angeli di Kharkiv”. Trentasette foto; trentasette brevi didascalie; trentasette storie e non un lieto fine. Sono appese in un salone del Deržprom: il primo grattacielo in cemento armato mai costruito, a inizio Novecento, in quella che allora era ancora Unione Sovietica: oggi un pezzo di storia dell’architettura e uno degli edifici più iconici, se non il più iconico della città. É proprio lì, alla mostra, davanti alla foto di suo figlio Mark, che io e Tetiana ci incontriamo.

Tetiana Matiash-Myrna, alla mostra Angeli di Kharkiv

«Molti genitori e parenti hanno detto di no e hanno deciso di non condividere la loro storia, quindi abbiamo solo 37 ritratti. In realtà i bambini vittime dei bombardamenti, a Kharkiv, sono molti di più: oltre un centinaio», mi spiega. Con l’indice punta la foto di un ragazzo, che si trova proprio accanto a quella di Mark: «Questo è Boris: anche lui viveva nel mio palazzo, ma al primo piano; anche lui era figlio unico. Alla inaugurazione della mostra, abbiamo fatto una piccola presentazione. Sua mamma, alla fine, è venuta da me e mi ha abbracciata; ma mi ha detto: “Non ce l’ho fatta a dire nulla oggi, mi spiace; non riesco ancora a parlarne”. Io invece ne parlo, eccome. Molte persone non capiscono perché io sia così, ma io sento il dovere di farlo». Domando: perché? Perché per lei è così importante? Tetiana non ha un attimo di esitazione: «I nomi su queste pareti, tutti questi bambini, fanno parte di un’unica grande ferita. Non si tratta di politica o di statistiche. Questi ragazzi, queste ragazze avevano sogni, progetti. E le loro vite sono state semplicemente strappate via. Il mondo deve sapere tutto questo, che stanno uccidendo persone innocenti».

Monumento ai bambini vittime della guerra, Kharkiv

«Voglio solo giustizia»

Il palazzo dove viveva Tetiana Matiash-Myrna

Tetiana ha una certezza: il suo palazzo non è stato colpito per caso o per errore: «Nel quartiere dove vivo, Saltivka, non ci sono obiettivi militari. È una zona residenziale con solo palazzi, asili e scuole. Ed è stato un colpo diretto». 

Se fosse così – se lei, la sua famiglia e i suo vicini fossero stati colpiti apposta – si tratterebbe di un crimine di guerra. Prendere di mira i civili vuol dire violare una delle regole base delle Convenzioni di Ginevra; regola riconosciuta da tutti gli Stati del mondo, Russia compresa. Il suo sogno? Che i responsabili, tra i soldati, vengano identificati, processati e condannati. Certo niente e nessuno potrà restituirle Mark: la sua energia inesauribile, la passione per il calcio; i capricci, gli scherzi, gli abbracci; il bambino che era, l’uomo che sarebbe stato. «Ma voglio – dice Tetiana perentoria – che queste persone vengano trovate e punite. Ho sognato per molto tempo di avere un figlio e non ci riuscivo. Pregavo. Alla fine è andato tutto bene: ho avuto il mio Mark, che è diventato il centro della mia vita. Ma la sua vita mi è stata tolta dai russi. Aveva solo undici anni».

Il pool anti-crimini di guerra

A cercare i colpevoli della morte di Mark, a Kharkiv, è un pool di magistrati che si occupa a tempo pieno solo di quello: crimini di guerra. A guidarlo è un giovane procuratore: Spartak Borysenko. Prima dell’invasione russa si occupava di omicidi, furti e quant’altro. «E pensavo – confessa – di aver già sentito storie terribili, ma non erano nulla rispetto a quello che ho visto in questi anni di guerra: torture, esecuzioni, uccisioni di massa». Una delle cose peggiori per lui – per lui, personalmente – sono proprio i casi come quello di Mark. «Ho due figli – mi dice; gli occhi stanchi; in sottofondo il telefono che bippa in continuazione – e quando, per lavoro, vedo bambini uccisi, ogni volta, è dura. Cerco di reagire come posso: correndo, nuotando, ascoltando musica. Ma non riesco a dimenticare le facce, i corpi. Se ne ho mai parlato con uno psicologo? Sì, ma – risponde con una risata amara –  dopo aver parlato con me, anche lo psicologo ha bisogno di uno psicologo».

Spartak Borysenko

Incontro Spartak nel suo ufficio, che si trova sempre nel Deržprom, una manciata di piani sopra la mostra di Tetiana. La finestra alle spalle della sua scrivania, al posto del vetro, ha una tavola di legno. Mosca aveva fatto partire i lavori per questo grattacielo nel 1925. Sempre i russi lo hanno colpito con una bomba planante, quasi un secolo dopo: era il 28 ottobre 2024, cioè solo due giorni prima che un’altra bomba squarciasse anche il palazzo di Tetiana. «In quel periodo bombardavano Kharkiv due volte al giorno. Utilizzavano bombe KAB lanciate dagli aerei da circa 100 chilometri di distanza, perché la nostra difesa aerea non può colpire a quella distanza. Volevano prendere la città». Alla fine non ce l’hanno fatta. L’esercito ucraino li ha fermati. Ma Kharkiv – nord Est dell’Ucraina; poche decine di chilometri dal confine con la Russia; un milione e mezzo di abitanti – ha pagato un prezzo pesantissimo. «Persino uno dei più grandi centri commerciali della città, l’Epicenter – ricorda Spartak – è stato centrato: solo lì sono morte diciannove persone».

Una strategia di sangue

Per Spartak non ci sono dubbi: le bombe russe non cadono a caso; cadono dove devono cadere. Il palazzo di Tetiana, per esempio: «Nessun errore – dice -. Stavano bombardando ogni giorno il suo quartiere, che è interamente residenziale. L’obiettivo? Terrorizzare la popolazione civile; e spingerla a protestare contro il nostro governo e le nostre forze armate. Hanno usato la stessa strategia nel 2022, quando hanno tentato per la prima volta di occupare Kharkiv. All’epoca le forze russe erano attorno alla città e la bombardavano più di 100 volte al giorno con ogni tipo di arma: artiglieria, missili balistici, bombe aeree, droni. Nel 2024 hanno ripreso le stesse tattiche, da aprile fino alla fine dell’anno. I bombardamenti sono diminuiti solo quando il nostro esercito ha avviato l’operazione nella regione di Kursk».

Alla ricerca dei colpevoli

Il pool guidato da Spartak in questi anni ha raccolto prove su prove. I crimini di guerra commessi dall’esercito russo nella sola regione di Kharkiv sarebbero oltre 31.000. Più o meno l’85% riguarda bombardamenti contro obiettivi civili: 3.000 i morti, tra cui 106 bambini; i feriti sono circa 7.000. «I soldati russi – dice Spartak lapidario. – non rispettano le Convenzioni di Ginevra. Modificano continuamente le armi per uccidere ancora più civili: usavano droni Shahed con bombe da 40 chili; ora le bombe sono da 100 chili».

Dopo ogni bombardamento, i magistrati ucraini lavorano minuziosamente: cercano i resti degli ordigni per capire se si tratta di un attacco aereo, di un missile balistico, di artiglieria o di un altro tipo di arma; poi cercano di stabilire da quale direzione sia arrivato il colpo e quali unità russe fossero presenti in quella zona. «Successivamente – mi spiega Spartak – proviamo a identificare i responsabili. Non possiamo scoprire i nomi dei soldati che hanno materialmente sparato: è impossibile. Identifichiamo solo i comandanti. L’SBU e il HUR (cioè i servizi segreti ucraini, ndr) lavorano per ottenere queste informazioni, ma naturalmente serve tempo». Il risultato è una lenzuolata di nomi e foto e gradi che tiene un’intera parete, in uno degli uffici del pool guidato da Spartak.

Molti crimini, poche condanne

Ma i soldati russi stanno appunto in Russia o ancora sul fronte a combattere. Come si fa a fare i processi? Spartak mi spiega che ci sono tre strade: gli stessi tribunali ucraini; la Corte Penale Internazionale; o ancora giudici di paesi terzi – come la Germania e la Polonia, per esempio – che riconoscono l’operato della magistratura dell’Ucraina in materia di crimini di guerra. «Quando ci sono prove sufficienti, emettiamo prima una sorta di avviso di garanzia e poi un mandato di arresto: li inviamo a Interpol, forze di polizia europee e ad altre giurisdizioni. Solo qui, a Kharkiv, abbiamo 180 procedimenti per crimini di guerra che coinvolgono 60 generali dell’esercito russo».

Ma i processi – questa è la realtà – non viaggiano proprio spediti. La Corte penale internazionale – che ha sede all’Aia, in Olanda ed è un tribunale nato 20 e rotti anni fa proprio per giudicare individui accusati dei crimini più gravi, tra cui i crimini di guerra – ci sta lavorando. Per ora, ha emesso 6 mandati d’arresto pesantissimi: per lo stesso Putin; l’ex ministro della Difesa, Sergei Shoigu; la commissaria russa per i diritti dei bambini, Maria Alekseyevna Lvova-Belova; il capo di stato maggiore, Valery Gerasimov; e due alti ufficiali, Sergei Kobylash, tenente generale dell’aereonautica russa e l’ammiraglio, Viktor Sokolov. Però nessuno è stato davvero arrestato. La ragione? La Corte penale internazionale è riconosciuta da 120 paesi al mondo; però non dalla Russia. La morale? La Corte non processa in contumacia e quindi i processi, qui, sono fermi – e forse lo saranno per sempre. Continuano invece in Ucraina, dove finora i magistrati hanno documentato – secondo i dati di novembre 2025 – ben 190mila crimini di guerra dall’inizio dell’invasione. I soldati russi condannati, però, sono stati finora poco più di 200. E solo in 19 casi l’imputato era effettivamente presente in aula.

Una missione praticamente impossibile

E gli altri? I responsabili saranno mai davvero tutti processati? Andranno mai davvero in prigione? Per cercare una risposta da Kharkiv mi sposto a Kyiv. Nella capitale, incontro Anna Rassamakhina: è un’avvocata, esperta di diritto internazionale umanitario ed è responsabile del Dipartimento Guerra e Giustizia di Media Initiative for human rights, una organizzazione non governativa che si occupa appunto di crimini di guerra. Anna da anni analizza i numeri sui processi in corso e non ha dubbi: la risposta è no.

Il problema numero uno è che i crimini commessi dall’esercito russo sono tanti, troppi: una montagna gigantesca: «I dati più recenti – osserva Anna – risalgono a qualche giorno fa: ora le autorità ucraine hanno prove di 206mila crimini di guerra. Ma non è finita lì: per esempio, quasi tutti i crimini avvenuti nei territori occupati non sono stati mai stati indagati. Quindi il numero totale, in realtà, sarebbe molto più alto. Nessun sistema giuridico può far fronte a una sfida del genere». Perché? «ll nostro codice di procedura penale – mi spiega – funziona con singoli casi e richiede sempre molto tempo (per arrivare ad una sentenza, ndr). Così è impossibile indagare tutti questi crimini. E non è colpa dell’Ucraina: qualsiasi altro paese avrebbe lo stesso problema».

Condannati, ma a piede libero

Che fare quindi? Uno degli ostacoli principali – in guerra – è capire chi ha fatto cosa, chi ha commesso i crimini: «I sospetti possono essere identificati in quelli che potremmo chiamare crimini “di contatto”: quando una vittima può vedere il colpevole: detenzioni arbitrarie, stupri, torture e così via. Ma anche in questi casi spesso i responsabili non dicono i loro nomi, si coprono il volto o proibiscono alle vittime di guardarli. Oppure le vittime sono in condizioni tali da non ricordare».

Ma Anna ha un’idea: si potrebbe provare a costruire i processi in modo diverso: concentrarsi solo sui comandanti e mettere più episodi insieme: «Per esempio, a Buča (sobborgo di Kyiv, balzato agli onori delle cronache proprio per i crimini di guerra commessi dai soldati russi, ndr) c’era una brigata russa, i cosiddetti “killer di Bucha”. In teoria sarebbe possibile costruire un caso penale in cui il comandante venga accusato e ritenuto responsabile di tutti» gli «episodi» di violenza commessi dalla brigata. «E puoi immaginare quale potrebbe essere il verdetto, come nel caso di Radovan Karadžić o Ratko Mladić (condannati come criminali di guerra nella ex Jugoslavia, ndr). Ma non vediamo i nostri investigatori lavorare in questa direzione, indagano piuttosto episodi separati».

Del resto anche così, però, non mancherebbero i problemi: dimostrare, ammette Anna, che i comandanti hanno dato ordini o non hanno fatto abbastanza per impedire ai soldati di commettere crimini non è facile. Gli standard probatori in questi casi sono molto elevati e i processi ucraini devono rispettarli. Soprattutto: anche se riuscissimo a identificare un comandante, difficilmente andrà mai in prigione: «È la realtà, non possiamo farci nulla. Non occuperemo mai Mosca né distruggeremo il Cremlino». E queste persone, quindi, se ne resteranno con ogni probabilità a piede libero in Russia.

Consegnare i colpevoli alla storia

E quindi? Che senso ha raccogliere tutte queste prove, istruire tutti questi processi per i crimini di guerra commessi in Ucraina? Non c’è una solo risposta, dice Anna : «Per me, lo scopo è mettere nero su bianco e ricordare i nomi di tutte le persone che hanno commesso questi crimini. C’è una lunga storia della Russia che evita la responsabilità per i suoi crimini: l’Holodomor e così via. Li ha sempre evitati con l’aiuto della propaganda e delle bugie. Ma ora, poiché viviamo in una società digitale, poiché questa è la guerra più documentata della storia, abbiamo questa opportunità: scrivere, nominare, ricordare».

L’intervista è finita.

E mentre mi avvio alla porta non posso a fare a meno di ripensare a Spartak, al lavoro nel suo ufficio dalle finestre di legno. Anche a lui avevo chiesto se i colpevoli avrebbero mai davvero pagato. E la risposta era stata completamente diversa: «Lo spero e lo credo – mi aveva detto -. Per noi la guerra finirà solo quando avremo giustizia per tutte le vittime. E la giustizia può esistere solo attraverso i processi». Anch’io spero, in fondo, che le storie tragiche di cui si occupa abbiano una fine se non lieta, almeno giusta. Ci spero per Tetiana, per suo marito, per Mark, per il vicino di casa Boris. Ci spero per tutti. Ma – come Anna – a crederci, faccio proprio fatica.

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Un ringraziamento speciale va al mio traduttore, Ruslan e a tutto lo staff dello Kharkiv Media Hub.

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