Geopolitica

Imperialismo 2.0: gli USA di Trump alla conquista delle Americhe. Europa, che fare?

Trump vuole il dominio delle Americhe per utilizzarle nello scacchiere globale, ma a Caracas non è detto vada tutto liscio. Nel sistema internazionale in transizione le regole contano sempre meno, a vantaggio dei rapporti di forza. Per l’Europa è urgente ricalibrare le politiche.

8 Gennaio 2026

Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”. Così scriveva e parlava il ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America, Theodore Roosevelt, nei primi anni del XX secolo. L’applicazione di tale aforisma alla politica estera di Washington consistette nella sua piena evoluzione verso una postura imperialista, in particolar modo in America Centrale e nella regione caraibica, tale da formalizzare un corollario Roosevelt alla dottrina Monroe: gli USA si riservavano di intervenire, se necessario militarmente, in caso di disordini o instabilità sopravvenuti in paesi del continente americano, e di incapacità dei relativi governi a porvi fine. Oggi, a distanza di oltre un secolo, un successore dell’eroe della splendid little war contro la Spagna del 1898, sembra volerne rinverdire i fasti, mostrando chiaramente a tutti il bastone, pur senza aver particolare predilezione per i discorsi gentili, tanto da far parlare di una nuova dottrina Donroe. Quel che è avvenuto la notte del 3 gennaio nei cieli sopra Caracas e altre zone del Venezuela potrebbe essere l’inizio di una nuova fase molto calda nella storia dell’America Latina, e nei suoi rapporti con gli USA, come non accadeva da decenni. L’azione militare ordinata dal presidente Trump, oltre ad aver una volta di più segnalato l’elevato livello della capacità militare a stelle e strisce (che Mosca e Pechino intendano bene), ha reso chiaro a tutti, se mai ce ne fosse stato bisogno, che questa amministrazione non è isolazionista, e non ha paura, né particolari scrupoli, ad utilizzare la forza nelle relazioni internazionali. La successiva conferenza stampa dell’inquilino della Casa Bianca e dei segretari Rubio e Hegset ha, se possibile, rafforzato alcuni concetti, già enunciati nella strategia di sicurezza nazionale recentemente pubblicata: le Americhe devono tornare soggette all’egemonia yankee e l’influenza di potenze extra-emisferiche in tale area deve cessare; gli USA dispongono della capacità e della volontà di utilizzare il più grande apparato bellico della Storia al fine di assicurare tale egemonia; le questioni concernenti il rispetto del diritto internazionale e dei principi democratici all’interno dei singoli paesi non sono di particolare interesse; le azioni intraprese sono guidate dal mero interesse degli USA stessi, nella particolare interpretazione che ne danno il presidente Trump e la coalizione che lo sostiene.

La svolta impressa da Donald Trump alla politica estera americana in quest’ultimo anno difficilmente poteva essere più radicale, ma di ciò si è ampiamente detto e scritto, anche su questi pixel. Il raid sul Venezuela è l’ultimo atto di una serie di azioni militari, minacce, messa in discussione di alleanze, guerre commerciali e dichiarazioni pesantemente ostili a partner di lunga data, a cui abbiamo assistito da quando egli è tornato alla Casa Bianca. Nulla dovrebbe ormai sorprendere, e c’è da augurarsi che i leader politici europei lo abbiano finalmente capito. Neanche sentirgli dire che è la stessa sua amministrazione (noi) al comando in Venezuela, qualunque cosa significhi. Esercizio futile è disquisire sull’aderenza di quel che è accaduto a Caracas al diritto internazionale, sul ritorno della democrazia nel paese o sulla legittimità dell’arresto di un capo di stato straniero per presunto traffico di stupefacenti, come paiono costretti a fare certi governanti europei, a cominciare da quelli del bel paese. Il traffico di droga è, con chiara evidenza, la foglia di fico (non è certo il Venezuela l’origine del traffico di droga verso gli USA) utile da mostrare alla base elettorale MAGA, notoriamente allergica ai coinvolgimenti in imprese militari all’estero, mentre il grado di interesse per la democrazia è testimoniato dagli sbrigativi commenti sulla sig.ra Machado, fresca premio Nobel per la pace, oltre che dal fatto di non aver neppure citato le elezioni presidenziali del 2024, nè la figura di Edmundo Gonzales Urrutia, riconosciuto vincitore da buona parte della comunità internazionale, ed esiliato in Spagna. Quanto al riguardo per il diritto internazionale, è sufficiente registrare le minacce lanciate da Mar-a-Lago e il giorno successivo ai vertici politici di Cuba, Colombia, Messico e… Danimarca, con riferimento alla Groenlandia. Molto semplicemente, le motivazioni dell’intervento sono da ricercare nella volontà del tycoon di prendere il controllo di uno stato strategico per posizione, dimensioni e presenza di risorse naturali, a cominciare dal petrolio, ma anche di vari minerali critici. A tali fini, anzi, è giudicato necessario un alto grado di stabilità, per cui avventure di esportazione della democrazia, in stile Iraq e Afghanistan, rischierebbero certamente di produrre danni. Riportando il tutto nello scenario globale, Caracas deve essere sottratta alla disponibilità di Russia e Cina, e i suoi preziosi asset messi a disposizione del benessere economico e delle necessità strategiche della superpotenza, nell’ambito del confronto che si prospetta per lo spostamento degli equilibri mondiali. Del resto, il quarantasettesimo presidente, che alla base dell’azione ci sia il petrolio (“ce lo hanno rubato”), di cui il paese caraibico detiene, almeno nominalmente, le più ampie riserve al mondo, lo ammette anche abbastanza candidamente.

Il reale interrogativo da porsi, sui fatti del Venezuela, riguarda il successo o il fallimento della strategia trumpiana, e la misura degli stessi, poiché il buon esito della vicenda, nonostante i proclami del presidente, non è affatto scontato. Nessuno può dire oggi con certezza quale sarà il comportamento del blocco di potere che ha retto il paese caraibico nell’ultimo quarto di secolo, dopo l’umiliazione subita con l’esfiltrazione del proprio leader, Nicolas Maduro. La coalizione sociale che ha sostenuto il partito di Chavez, e poi di Maduro, non è scomparsa dopo i bombardamenti americani, e si è fatta vedere e sentire, nella capitale e nei discorsi pubblici. Naturalmente, gli USA mantengono pronto a intervenire l’imponente dispositivo militare nel Mar dei Caraibi, se fosse necessario. La prima destinataria delle pressioni di Washington è l’ex vice-presidente, ora presidente ad interim, Delcy Rodriguez, già minacciata da Trump di un destino “peggiore” di quello del suo ex capo, in caso di rifiuto a collaborare. Ma, oltre a lei, dispongono di notevole potere e seguito nel paese anche altri soggetti, in particolare i vertici delle forze armate e il ministro degli interni, Diosdado Cabello, al quale fanno capo i famigerati colectivos, che si sono fatti un nome durante le repressioni degli ultimi anni. Sarà probabilmente decisiva la capacità dei vertici della Casa Bianca di trovare il giusto mix tra incentivi e minacce, per convincere gli uomini chiave di Caracas a rinunciare a resistere e provare a vedere un ipotetico bluff. La determinazione dimostrata in questi mesi da Trump e la sua relativa facilità a premere il grilletto, insieme alla strapotenza delle forze armate dispiegate di fronte alle loro coste, consiglierebbero moderazione, ma, non è escluso che le prospettive di perdere rendite di ricchezza o sostentamento, da una parte, e la consapevolezza della non semplicità, per gli USA, di uno scenario da boots on the ground in un paese vasto e ricoperto in gran misura dalla giungla, dall’altra, possano far venire voglia a qualcuno di mettersi di traverso. E’ verosimile, inoltre, che le negoziazioni tra le parti possano durare settimane, o addirittura mesi, necessari a calibrare e perfezionare eventuali accordi, come anche è possibile che gli effetti degli stessi, su una parte di popolazione e sui quadri di partito, si possano far sentire in futuro. E in tanti sono consapevoli della tendenza di Trump a cercare il risultato nel brevissimo periodo, accomunata alle scarse doti di pazienza. Come scrive Juan S. Gonzalez su Foreign Affairs, i possibili scenari variano da una transizione relativamente ordinata gestita da un’autorità provvisoria, alla sostanziale permanenza al potere di una nomenklatura chavista che accetti di garantire agli USA quel che essi desiderano, per finire con l’ipotesi di caos, scontri armati, guerra civile, impantanamento dell’esercito americano nel paese, o abbandono dello stesso. Certamente, l’amministrazione americana punta a ottenere stabilità, controllo dei flussi migratori e carta bianca nello sfruttamento dell’industria petrolifera. Sarà da vedere se e in che misura le otterrà, considerando anche il bisogno, da parte di quest’ultima, di immensi investimenti, che le major americane non pare siano così entusiaste di sostenere. Il primo scenario, tra quelli sopra citati, sarebbe senz’altro il preferibile, e i sospetti di un qualche tradimento perpetrato dai massimi vertici del regime ai danni di Maduro, sembrerebbero supporre un’evoluzione in tal senso. Non va dimenticato, del resto, che Washington detiene un cruciale strumento di pressione, potendo disporre dell’embargo sulle esportazioni venezuelane di greggio, già in essere, in misura parziale, che se fosse mantenuto o incrementato, rischierebbe seriamente di mettere ancor più in ginocchio un paese già ampiamente disastrato dalle politiche del regime e dalle sanzioni.

Altro interrogativo riguarda l’evoluzione dei rapporti con gli altri paesi dell’America Latina, alcuni dei quali già messi nel mirino da Trump e dai suoi. Dopo la brillante operazione speciale di Caracas l’umore a Washington è al massimo storico, mentre a Bogotà, Città del Messico, L’Avana, è lecito immaginarsi che corra qualche brivido per la schiena di chi detiene il potere, ma pensare a plurime repliche nel giro di pochi mesi sembra francamente troppo anche per i nuovi USA sotto la guida del tycoon. Più probabile, forse, sarà assistere a collaborazioni incentivate nella lotta ai cartelli e all’immigrazione, per alcuni (Messico), pressione economica finalizzata al collasso per altri (Cuba), e manovre diplomatiche e propagandistiche propedeutiche ad ottenere un risultato favorevole nelle elezioni presidenziali di quest’anno, per altri ancora (Colombia). Senza dimenticare che il 2026 è anno di competizione elettorale anche per la presidenza del bersaglio grosso dell’America Meridionale, il Brasile, governato oggi dal socialista Ignacio Lula. Molto dipenderà anche, naturalmente, da come evolverà e dalle tempistiche con cui si chiarirà la questione venezuelana. E’ anche plausibile immaginare che, negli apparati washingtoniani, qualcuno tenga a far notare al comandante in capo come dal far rivivere il cortile di casa dei primi decenni del secolo scorso a far ripiombare il continente nel calderone in ebollizione degli anni ’60-’70-’80, possa bastar poco. Andarsi a cercare nemici in serie potrebbe essere un ottimo sistema, nonostante la schiacciante superiorità tecnologica e militare. Soprattutto, considerati il mandato conferito a Trump dai suoi elettori, per i quali le foglie di fico possono andar bene finché va tutto per il meglio, e la cronica periodica tendenza degli USA all’overstretching, in tempi di lotta per l’egemonia globale, sarebbe consigliabile mantenere prudenza e saper dosare sapientemente bastone e carota nei rapporti col vicinato. Di sicuro, è apparso con plastica evidenza come Russia e Cina non abbiano mosso un dito a difesa di Caracas, né negli scorsi mesi, né nelle ore e nei giorni successivi all’attacco, salvo qualche scontata dichiarazione affidata ai responsabili della diplomazia. Non vi è dubbio che questo sia stato certamente notato tra il Rio Grande e le Ande, e pure in altre capitali del c.d. sud del mondo. I mitologici Brics (il Venezuela è candidato all’ingresso), contrariamente a quel che immagina qualche fantasioso commentatore nostrano, come già accaduto durante lo strike sull’Iran, dimostrano una volta di più tutta la loro irrilevanza dal punto di vista della partnership politica e militare.

Al di là dalla piega che prenderà la situazione in Venezuela e nel resto della regione, ad ogni modo, il mondo non può che prendere atto di come il sistema internazionale sia ormai avviato verso una fase caratterizzata da instabilità e propensione a ricorrere alla forza militare o ad esplicite minacce da parte di tutte le principali potenze. Non che gli interventi armati siano una novità nella storia, anche recente, di una superpotenza globale quale sono gli USA, e l’America Latina ne è stata testimone, in varie forme. Tuttavia, generalmente, le iniziative di Washington nella regione, e anche al di fuori di essa, negli ultimi ottant’anni, hanno preso le forme di sostegno indiretto a forze locali, operazioni coperte affidate alla CIA, o interventi militari che, almeno formalmente, erano giustificati da ragioni di autodifesa e sicurezza, o dalla necessità di riportare ordine e stabilità in paesi che l’avevano perdute. Mai si era assistito ad una tale noncuranza delle ragioni del diritto internazionale, e della democrazia, come sta accadendo con la seconda presidenza Trump. Inevitabilmente, un tale modus operandi confligge con i principi su cui si è sorretto, tra tante imperfezioni, il sistema internazionale dopo il 1945, e ancor di più dopo il 1989. Un ordine internazionale, occorre ricordarlo, architettato proprio da Washington, all’indomani della seconda guerra mondiale, che ha garantito il più lungo periodo di pace sistemica, dai tempi dell’Impero Romano, e che ha permesso decenni di notevole sviluppo economico, sociale, culturale, in molteplici parti del mondo, a cominciare dall’Europa. Da alcuni anni quest’ordine internazionale si sta disgregando, a seguito dell’ascesa della Cina, del revisionismo della Russia e del relativo indebolimento degli USA e dei suoi storici alleati europei, i quali si trovano a fare i conti con gli effetti della globalizzazione economico-finanziaria che loro stessi hanno avviato tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Donald Trump e il trionfo del movimento MAGA negli USA rappresentano il possibile colpo di grazia a quel che rimane del vecchio sistema, se le loro politiche avranno successo e avranno continuità superiore ad un quadriennio, ma, indipendentemente da essi, guerre, tensioni e instabilità sono tipiche delle fasi di transizione verso un altro tipo di ordine internazionale. Non è difficile comprendere come un tale scenario veda gli stati del nostro continente in grave difficoltà, di fronte a potenze caratterizzate da accentramento decisionale, capacità e volontà di utilizzare la violenza, e, in alcuni casi, scarsità di vincoli legali a cui doversi attenere, mentre il sistema di regole e di flussi commerciali aperti costituito in otto decenni viene messo in discussione. Le nostre società del vecchio continente, prosperate sotto l’ombrello della certezza del diritto, della facilità ad acquisire ricchezza tramite le esportazioni di prodotti industriali ad alto valore aggiunto, e del lungo periodo di pace sopra citato, garantito dalla superpotenza d’oltre Atlantico, riscoprono oggi paure e un senso di precarietà che pensavano non dover più sperimentare. Nell’approcciarsi ad un tale rivolgimento, non sarà facile ricalibrarsi verso il nuovo ambiente geopolitico, ma quest’obiettivo dovrebbe essere riconosciuto da tutti come urgente e non più rinviabile, a meno di volersi condannare ad essere oggetto, e non più soggetto, delle dinamiche della Storia.

Non vi è dubbio che la sfida principale, per i paesi europei, sarà la gestione del rapporto con gli USA, nella nuova versione nazional-imperialista della presidenza Trump. Continuare a tenere la testa sotto la sabbia e calciare la lattina più in là, facendo finta di non vedere il problema, sperando che nel 2028 approdi alla Casa Bianca un presidente più amichevole, rischia di non essere la scelta corretta, sia in virtù della possibilità che la coalizione MAGA continui a governare, tramite soggetti come l’attuale vice-presidente J.D. Vance, sia perché è comunque improbabile che, anche con un democratico, il mondo torni a essere quello precedente al ciclone Trump. Vieppiù, nell’anno appena trascorso, le leadership continentali hanno cercato, in un modo o nell’altro, di non esacerbare i conflitti, mostrarsi accomodanti e limitare i danni attraverso pazienti negoziati e dichiarazioni amichevoli, in alcuni casi ben oltre il limite dell’adulazione, con risultati a volte dignitosi, altre meno. Anche a seguito dell’azione in Venezuela, le reazioni sono state improntate alla prudenza e indirizzate verso le prospettive future del paese, ma l’imbarazzo di dover commentare una così aperta violazione dei confini di uno stato sovrano, è apparso evidente, come anche l’inquietudine, mista a sgomento, di fronte alle ripetute affermazioni inneggianti alla necessità di assumere il controllo diretto della Groenlandia, soggetta alla corona danese. Nelle capitali del vecchio continente si comprende bene come il diritto internazionale, pur relativizzandone il ruolo all’interno di un sistema anarchico di relazioni tra nazioni, basate principalmente sui rapporti di forza, costituisca un valore da tutelare, particolarmente per noi europei, poco attrezzati per gli scenari di guerra, per tanti motivi. Tuttavia, come scrive il sociologo ed europarlamentare danese, Henrik Dahl, oggi “per l’Europa la questione non è più che l’ordine internazionale basato sulle regole sia stato violato… unica questione rilevante è quali strumenti di potere l’Europa possiede – militari, economici e strategici – e se vi sia la volontà politica di utilizzarli“. In caso contrario, continua Dahl, “l’Europa continuerà a parlare il linguaggio delle norme in un mondo che è passato al linguaggio del potere. Elegante, ma senza effetto“. Per tal motivo rimane difficile non notare come rischi di essere pericolosa, e finanche suicida, la linea perseguita negli ultimi anni da istituzioni dell’UE e dai suoi principali governi, che, a fronte di un contesto internazionale diventato più caldo da almeno un quindicennio, poco hanno fatto, e tardi, per rafforzare l’efficacia delle politiche di difesa e sicurezza, sia in ambito militare che economico. Senza andare troppo nei dettagli, è davvero singolare che si sia aspettato ben tre anni dall’invasione dell’Ucraina, per ragionare seriamente a livello europeo di come agevolare l’ammodernamento e l’incremento delle forze armate, qualunque giudizio si possa dare in merito ai provvedimenti elaborati dalla Commissione Europea. Ancor più preoccupante, però, si è rivelata la piega che ha preso il dibattito che è seguito alle proposte di Bruxelles, tra incredibili accuse di militarismo e di tendenze guerrafondaie (all’Europa/UE – sic!) e sofisticate argomentazioni per cui gli investimenti ĩn difesa sarebbero accettabili, ma solo dopo aver costituito l’esercito comune europeo. Auguri.

La retorica idealista di parte delle elite europee, vagheggiante grandi riforme dei trattati dell’Unione, finalizzate a rendere possibile Europa federale, si è purtroppo scontrata in questi anni con la realtà di un quasi totale immobilismo in merito alle iniziative utili a rafforzarne il ruolo strategico e le capacità di agire con efficacia nel sistema internazionale. Come ha recentemente scritto Lorenzo Castellani sul Domani, “È inutile continuare a parlare di questioni irrealizzabili come l’eliminazione della regola dell’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo, inutile insistere con una forma federale che è di fatto irrealizzabile, insensato è continuare a ribadire obiettivi del green deal che non si raggiungeranno mai nei tempi previsti o pretendere di regolare una AI i cui contorni applicativi e di sviluppo sono incerti. Tutte queste rigidità andrebbero abolite perché non fanno altro che alimentare pulsioni euroscettiche sempre più forti anche in seno ai partiti moderati. Le cose si muovono soltanto se c’è un impulso politico: le regole inutili e gli obiettivi irrealizzabili andrebbero stralciati subito e ci si dovrebbe rendere conto che l’Europa può rafforzarsi anche con iniziative che prescindono dai trattati”. Nell’ambito della difesa, i principali paesi dovrebbero prendersi la responsabilità di agire di concerto, anche attraverso cooperazioni rafforzate, o partnership ad hoc, senza escludere la partecipazione di stati appartenenti all’area europea ma non aderenti all’UE. Naturalmente dovrebbe essere loro onere anche evitare il più possibile le inutili rivalità e i piccoli calcoli di bottega che impediscono non di rado di giungere a posizioni comuni, che siano qualcosa di più di affermazioni di principi o dichiarazioni di intenti, ma è plausibile che un nucleo di stati, magari con possibilità di opting out su singole decisioni, possa accordarsi meglio che ventisette governi. A qualcosa del genere potrebbe condurre la fresca coalizione dei volenterosi, avviata da francesi e inglesi, ma implementarla richiederà costanza, concretezza e stabilità interna dei principali attori, il che è tutt’altro che scontato. In maniera analoga, in campo economico, attendendo che la totalità dei partner trovi l’accordo su riforme da molti auspicate quali il mercato unico dei capitali, l’armonizzazione della fiscalità e l’emissione di debito comune, sarebbe utile che le istituzioni comunitarie e gli stessi esecutivi si dimostrassero maggiormente capaci di agevolare il sistema industriale continentale, invece di appesantirne i soggetti con zelanti normative di carattere ambientale, in tema di antitrust, controllo dei bilanci nazionali, privacy. sfortunatamente, infatti, tali preoccupazioni non sono condivise dalle altre potenze mondiali, e l’Europa, fallito abbastanza chiaramente l’obiettivo di ergersi a standard setter globale, rischia di essere l’unica a cantare e portare la croce, piuttosto inutilmente, dato l’ormai sempre minor peso dell’ UE in termini di quota del PIL globale, e di tutto quel che ne consegue, emissioni di Co2 incluse. Una delle principali lezioni di questi anni ’20, in cui è tornata in auge la competizione geopolitica multipolare, del resto, è la riscoperta (per chi l’aveva dimenticato) del ruolo cruciale dell’apparato industriale, variamente articolato tra produzioni ad alto valore aggiunto e altre più tradizionali, e preso in relazione alla complessa questione delle catene di fornitura e degli approvvigionamenti di risorse naturali. Senza contare che ad essa non è naturalmente slegato il benessere delle popolazioni, cruciale per mantenere la pace sociale e la coesione nazionale, senza le quali difficilmente le società contemporanee, e in particolare le democrazie liberali, possono reggere. La Cina tutto questo lo ha capito almeno da un paio di decenni, e recentemente lo hanno fatto anche gli USA. Speriamo che, sotto i colpi di Trump, lo si comprenda anche in Europa, ricordandosi che, come scrive ancora Dahl, “in un mondo in cui i poteri forti agiscono apertamente sulla base di interessi e potere, gli attori più deboli devono costruire un potere reale, allinearsi al potere o accettarne l’irrilevanza“.

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