Geopolitica

Moldova e Ucraina : confini, identità e realismo: l’Europa orientale davanti al suo nuovo 1919

11 Febbraio 2026

Che piaccia o no, la guerra in Ucraina sembra essere entrata in una fase in cui la dimensione politica precede quella militare. Non perché le armi abbiano taciuto, ma perché il baricentro dell’attenzione internazionale si è progressivamente spostato altrove. L’Ucraina non occupa più, con la stessa intensità, il centro del racconto globale. Questo mutamento non è neutro: segnala che il conflitto si sta avvicinando a un punto di trasformazione, forse a una conclusione imperfetta, con compromessi dolorosi e un Paese chiamato a ridefinire se stesso.

Il nodo decisivo, tuttavia, non riguarda soltanto la fine della guerra, ma ciò che verrà dopo. L’Ucraina si trova davanti a un bivio storico: ricostruire replicando il modello precedente al 2014 oppure ripensare la propria architettura istituzionale in chiave più inclusiva e pluralista.

Prima dell’invasione su larga scala del 2022, e già prima del 2014, lo Stato ucraino era attraversato da tensioni identitarie profonde. L’Ucraina è uno spazio di frontiera: una terra di confine in cui convivono tradizioni, lingue e memorie differenti. Oltre alla maggioranza ucraina, sono presenti minoranze russe, ungheresi, romene, polacche, bulgare, tatari di Crimea e altre comunità storiche. Questa pluralità non è un’anomalia, ma una caratteristica strutturale.

Negarla o comprimerla dentro un modello rigidamente centralista può produrre coesione nel breve periodo, ma rischia di alimentare fratture nel lungo termine. L’esperienza europea insegna che gli Stati multinazionali funzionano quando riconoscono formalmente la loro complessità. Il contrario genera marginalizzazione, radicalizzazione e, talvolta, secessioni.

In questo quadro si inserisce un elemento spesso sottovalutato: il dibattito sulla possibile riunificazione tra Moldova e Romania, rilanciato dalla presidente moldava Maia Sandu (Presidente della Moldova con cittadinanza romena)  con l’apertura a un eventuale referendum.

La questione moldava non è un dettaglio periferico. La Moldova condivide lingua, storia e larga parte della popolazione con la Romania; una quota significativa dei cittadini moldavi possiede già la cittadinanza romena. L’idea di una riunificazione è controversa, ma non priva di coerenza storica e politica.

Se un simile processo dovesse avanzare, riaprirebbe inevitabilmente la questione della ridefinizione degli equilibri nell’Europa orientale. Non si tratterebbe semplicemente di spostare linee su una carta geografica, ma di ridefinire il rapporto tra identità, autodeterminazione e stabilità regionale.

I confini emersi nel 1991-1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, furono in gran parte il risultato della trasformazione delle vecchie frontiere amministrative in confini statali. Questa scelta rispondeva a un principio di stabilità: evitare guerre generalizzate congelando le linee esistenti. In alcuni casi, come in Cecoslovacchia, la separazione fu pacifica; in altri, come nei Balcani, degenerò in conflitto.

Troppo spesso questi confini sono stati “imposti” direttamente o indirettamente  dall’Occidente in modo non uniforme: spesso furono il prodotto di dinamiche interne, negoziati multilaterali e rapporti di forza locali. Tuttavia, è innegabile che molte nuove realtà statali ereditarono confini tracciati in epoca sovietica o jugoslava senza un pieno dibattito costituente sulle identità profonde dei territori coinvolti.

La Moldova rappresenta un caso emblematico. La regione della Transnistria, a maggioranza russofona, si è separata de facto già nei primi anni Novanta, rimanendo in una condizione di non riconoscimento internazionale ma con forte influenza russa. I gagauzi, minoranza turcofona di religione ortodossa, godono invece di uno statuto autonomo all’interno della Moldova. L’eventuale riunificazione con la Romania porrebbe interrogativi delicati: quale destino per la Transnistria? Quali garanzie per le minoranze?

La Moldova riunificata potrebbe cedere  l’indipendenza della Transnistria – o consentirle di scegliere liberamente il proprio status – potrebbe “chiudere” una ferita storica e stabilizzare l’area.

Tornando all’Ucraina, il dibattito moldavo solleva una domanda più ampia: è possibile garantire stabilità in Europa orientale senza affrontare apertamente la questione della pluralità interna degli Stati? Kiev ha davanti a sé due strade.

La prima è quella del rafforzamento di un modello centralista: una sola lingua ufficiale predominante nella sfera pubblica, una narrazione storica unificante, un forte controllo del centro sulle regioni. In una fase di guerra e ricostruzione, questa opzione può apparire funzionale alla coesione. Ma nel lungo periodo potrebbe accentuare le distanze tra centro e periferie, soprattutto nelle aree di confine con forte presenza di minoranze storiche, come la Transcarpazia (dove molti godono della doppia cittadinanza ungherese e ucraina) o la Bucovina.

La seconda strada è più complessa: riconoscere in modo strutturale il carattere plurale dello Stato. Ciò potrebbe tradursi in un rafforzamento delle autonomie locali, nella tutela effettiva delle lingue minoritarie, in meccanismi di partecipazione che riducano la percezione di esclusione. Non si tratterebbe di “indebolire” l’unità nazionale, ma di fondarla su un consenso più ampio.

L’Europa offre esempi utili. L’accordo Gruber–De Gasperi del 1946 tra Italia e Austria, pur tra tensioni e difficoltà, ha trasformato l’Alto Adige da potenziale focolaio di conflitto in una regione autonoma e prospera. La chiave non è stata la cancellazione delle differenze, ma il loro riconoscimento istituzionale.

Naturalmente, ogni parallelo ha limiti. Il contesto ucraino è segnato da un’aggressione militare esterna e da un conflitto ancora aperto. Qualsiasi riforma dovrà tenere conto della sicurezza nazionale e dell’integrità territoriale. Ma ignorare la dimensione interna del problema significherebbe preparare il terreno a future instabilità.

L’Europa orientale si trova, in un certo senso, davanti a un nuovo “1919”: un momento in cui confini, identità e assetti statali possono essere rimessi in discussione e forse fare chiarezza rispetto agli errori comemmessi  dopo la Grande Guerra.

La differenza rispetto al passato dovrebbe essere nel metodo. Non imposizioni dall’alto, né decisioni prese esclusivamente dalle grandi potenze, ma processi negoziati, inclusivi, legittimati da strumenti democratici.

La vera sfida non è disegnare nuovi confini, ma costruire Stati capaci di governare la diversità senza trasformarla in conflitto. Per l’Ucraina – e per l’intera regione – la stabilità non nascerà dalla rigidità, bensì dalla capacità di coniugare unità e pluralismo. Solo così la fine della guerra potrà diventare l’inizio di una pace duratura, e non l’anticamera di nuove fratture.

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