Geopolitica

Oltre il fallimento dell’ONU: il Board of Peace e i BRICS come architrave di un nuovo multilateralismo

30 Gennaio 2026

 

La politica internazionale vive una fase di transizione profonda, segnata da crisi multiple e da un’evidente perdita di credibilità delle istituzioni nate nel secondo dopoguerra. Tra queste, le Nazioni Unite occupano un posto centrale, non solo per il ruolo simbolico che rivestono, ma anche per il divario sempre più evidente tra le ambizioni dichiarate e i risultati concreti ottenuti. Essere realisti in politica estera significa prendere atto di un dato scomodo: l’ONU ha fallito il suo compito, esattamente come, prima di essa, la Società delle Nazioni. Non per mancanza di ideali, ma per incapacità strutturale di incidere sugli equilibri di potere reali.

Nessuna delle grandi missioni ONU può essere indicata come un successo risolutivo. Il caso di Cipro è emblematico: una missione di peacekeeping presente da decenni che non ha mai risolto la divisione dell’isola, cristallizzando di fatto il conflitto. La Corea rappresenta un altro esempio lampante: l’armistizio del 1953 non ha prodotto una pace duratura, ma solo una guerra congelata, con una delle zone più militarizzate del pianeta. Ancora più eloquente è la United Nations Military Observer Group in India and Pakistan, attiva dal 1949: oltre settant’anni di presenza sul campo senza alcun avanzamento sostanziale verso una soluzione definitiva del conflitto in Kashmir. Una missione che “dura” ma non “produce”.

Il bilancio diventa ancora più grave se si guarda ai Balcani. In Bosnia, negli anni Novanta, l’ONU si è rivelata incapace di prevenire massacri e pulizie etniche, mostrando tutta la fragilità di un sistema che delega la sicurezza a mandati ambigui e a catene di comando paralizzate dal veto incrociato delle grandi potenze. Srebrenica non è solo una tragedia umanitaria: è la certificazione storica del fallimento del modello multilaterale classico.

In questo contesto di disillusione, continuare a difendere l’ONU come pilastro insostituibile dell’ordine internazionale appare più come un atto di fede che come un’analisi lucida. Il problema non è l’idea di cooperazione multilaterale in sé, ma la sua attuale incarnazione. Il Consiglio di Sicurezza, con il suo sistema di veti, riflette un equilibrio di potere fermo al 1945, del tutto scollegato dalla realtà geopolitica del XXI secolo. È dunque legittimo – anzi necessario – interrogarsi su alternative credibili.

È qui che entra in gioco l’ipotesi di un nuovo multilateralismo, più flessibile, meno ideologico e più ancorato ai rapporti di forza reali. Il Board of Peace, in questo senso, può rappresentare un ponte strategico con il mondo dei BRICS. Analizzando la composizione delle due organizzazioni emergono sovrapposizioni tutt’altro che marginali: alcuni Paesi dei BRICS fanno parte del Board of Peace, creando un’intersezione politica e diplomatica che non può essere ignorata. Questa convergenza non è casuale, ma il riflesso di un cambiamento più ampio: il progressivo spostamento del baricentro globale verso il Sud del mondo.

I BRICS, nati come piattaforma economica alternativa all’egemonia occidentale, si stanno progressivamente trasformando in un soggetto politico. La loro espansione, l’interesse di nuovi Stati ad aderire e la crescente cooperazione in ambiti finanziari, energetici e infrastrutturali indicano una volontà chiara: costruire un ordine internazionale meno dipendente dalle istituzioni dominate dall’Occidente. Tuttavia, ai BRICS è sempre mancata una vera architettura di sicurezza e mediazione dei conflitti. È qui che il Board of Peace potrebbe svolgere un ruolo complementare, fungendo da strumento politico e diplomatico capace di colmare questo vuoto.

Un’alleanza “per interposta nazione” tra Board of Peace e BRICS non significherebbe creare un blocco monolitico, ma piuttosto una rete di cooperazione pragmatica. A differenza dell’ONU, questo nuovo schema non pretenderebbe un’universalità astratta, ma si fonderebbe su interessi convergenti, sulla sovranità degli Stati e su un realismo politico dichiarato. Meno retorica dei valori universali, più attenzione agli equilibri regionali e alle soluzioni negoziate caso per caso.

Il punto centrale è uno solo: l’ONU non ha mai realmente funzionato come strumento di pace, ma come arena di gestione dello status quo. Se l’obiettivo è prevenire o risolvere i conflitti, allora servono meccanismi nuovi, meno ingessati e più rappresentativi della pluralità del mondo contemporaneo. Il Board of Peace e i BRICS, insieme, potrebbero incarnare questo tentativo, non come alternativa ideologica all’Occidente, ma come risposta sistemica a un vuoto ormai evidente.

Siamo di fronte a un bivio storico. Continuare a investire in un multilateralismo fallito significa accettare l’inefficacia come normalità. Osare un nuovo modello, invece, comporta rischi ma anche opportunità. Se il XXI secolo deve avere un ordine internazionale funzionante, difficilmente potrà nascere dalle ceneri di un’istituzione che, nei fatti, non è mai riuscita a mantenere la promessa su cui era stata fondata.

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