Geopolitica

Somaliland e Cabilia: due storie rimosse, un futuro che bussa alla porta della geopolitica

2 Febbraio 2026

L’ingresso del Somaliland nel Board of Peace – passato quasi sotto silenzio dagli osservatori internazionali – è un segnale politico tutt’altro che marginale. Non è solo un fatto tecnico o simbolico: è un indizio di come la geografia politica stia cambiando sotto i nostri occhi, spesso senza che l’opinione pubblica occidentale se ne accorga. E soprattutto è un richiamo potente a due vicende storiche parallele, quella del Somaliland e quella della Cabilia, troppo spesso appiattite, confuse o deliberatamente ignorate.

Il Somaliland non è una “secessione improvvisata” né un’entità artificiale nata dal caos somalo. È, storicamente e giuridicamente, la Somalia Britannica. Dal 1884 al 26 giugno 1960 fu una colonia dell’Impero britannico con confini, amministrazione e identità distinti. In quella data ottenne l’indipendenza come Stato del Somaliland, divenendo uno Stato sovrano, riconosciuto da diversi Paesi. Solo successivamente, il 1º luglio 1960, decise volontariamente di unirsi all’Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia, dando vita alla Repubblica Somala.

Questo punto è centrale e troppo spesso rimosso: l’unione fu volontaria. E ciò che è volontario, per definizione giuridica e politica, è anche reversibile. Non si trattò di una decolonizzazione unitaria, ma della fusione di due entità coloniali diverse, con storie, amministrazioni e percorsi distinti. Le “vicende sono diverse”,, e non possono essere trattate come se il Somaliland fosse semplicemente una regione ribelle della Somalia.

Durante la Seconda guerra mondiale, la Somalia britannica fu occupata brevemente dall’Italia nel 1940 e riconquistata dai britannici nel marzo 1941. Anche questo passaggio conferma una traiettoria autonoma. Dopo l’indipendenza, il referendum popolare sancì l’unificazione, ma le promesse politiche e istituzionali di quella scelta furono progressivamente tradite. Il risultato fu un’unione fallimentare, culminata in repressioni, marginalizzazione e guerra civile.

Oggi il Somaliland è uno Stato di fatto: stabile, con elezioni, istituzioni funzionanti, sicurezza interna e una politica estera coerente, portata avanti in particolare sotto la presidenza di Muse Bihi Abdi. Nonostante il riconoscimento formale da parte di un solo Stato membro dell’ONU, intrattiene rapporti politici e diplomatici informali con numerosi Paesi e con l’Unione Europea. Le visite ufficiali e le missioni esplorative europee a Hargeisa non sono folklore diplomatico, ma segnali di un riconoscimento de facto che cresce, anche se ipocritamente non dichiarato.

È importante chiarire un equivoco ricorrente: il Somaliland non ha nulla a che vedere con la questione di Taiwan. Semmai, è Taiwan che tenta di sfruttare e mistificare la situazione del Somaliland per rafforzare la propria narrativa. I casi sono radicalmente diversi. Il Somaliland non nasce da una guerra civile interna a uno Stato unitario, ma da una decolonizzazione separata seguita da un’unione volontaria fallita. Il paragone corretto non è con Taiwan, ma con realtà come la Cabilia.

La Cabilia, infatti, presenta una traiettoria sorprendentemente parallela. Dopo la conquista di Algeri nel 1830, la regione cabile resistette a lungo all’espansione coloniale francese, cadendo solo nel 1857, quando gran parte dell’Algeria era già stata sottomessa. La resistenza cabile ebbe anche un volto simbolico potentissimo: Lalla Fadhma n’Soumer, eroina ancora oggi venerata, segno di una coscienza nazionale e culturale ben radicata.

Nel 1871 la Cabilia fu tra le regioni più attive nella grande sollevazione contro il dominio francese, approfittando delle difficoltà di Parigi dopo la guerra franco-prussiana. La repressione fu durissima: confisca delle terre, distruzione delle élite locali, imposizione di nuove classi dirigenti. Dopo la Prima guerra mondiale, nuove rivolte nel massiccio dell’Aurès furono represse con estrema violenza: fucilazioni di massa, villaggi distrutti, intere comunità piegate.

Come il Somaliland, anche la Cabilia fu una nazione storica, con una propria identità, successivamente inglobata in uno Stato più grande che non ne ha mai realmente riconosciuto la specificità. Due nazioni sovrane nei fatti, poi assorbite in progetti statuali che hanno cancellato, o tentato di cancellare, la loro autonomia politica e culturale.

Le analogie non sono solo storiche, ma geopolitiche. La stabilità del Somaliland contrasta con il caos della Somalia; la vitalità culturale cabile contrasta con l’autoritarismo centralista algerino. In entrambi i casi, la comunità internazionale preferisce lo status quo, anche quando è evidentemente disfunzionale, per paura di “aprire il vaso di Pandora” delle rivendicazioni nazionali.

Eppure la geografia politica sta cambiando. Rapidamente. L’ingresso del Somaliland in organismi internazionali, anche se ancora marginali, indica che il paradigma dell’intangibilità dei confini post-coloniali si sta incrinando. Se ciò è possibile per il Somaliland, non è affatto impensabile che, domani, dinamiche simili possano emergere per la Cabilia – a meno che non venga riconosciuto, per quest’ultima, un vero piano di autonomia avanzata, credibile e sostanziale.

Ignorare queste realtà non le farà sparire. Al contrario, rischia di trasformare rivendicazioni politiche legittime in conflitti latenti. Somaliland e Cabilia non sono anomalie della storia, ma cartine di tornasole di un mondo post-coloniale che non ha mai davvero fatto i conti con le proprie contraddizioni. Continuare a fingere che non esistano significa solo rimandare una resa dei conti che, prima o poi, arriverà. E quando arriverà, non chiederà il permesso.

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