Medio Oriente
Iran: ‘Regime change solo con una rivoluzione’
Intervista ad Alì Ghaderi (Guerriglieri Fedayn del Popolo Iraniano)
Mentre i riflettori dei media sulle manifestazioni antigovernative si sono almeno temporaneamente spenti, ci siamo rivolti ad Alì Ghaderi, responsabile esteri dei Fedayn Del Popolo, organizzazione che fa parte del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), per capire quali forze e quali contraddizioni alimentano la rivolta popolare di queste settimane e quali sbocchi potrebbe avere la crisi che attanaglia il regime e di cui la protesta è uno dei riflessi.
Quella delle ultime settimane sembra una rivolta diversa rispetto agli anni passati. Stavolta, ad esempio, in piazza c’è anche un pezzo di base sociale del regime.
In effetti la principale differenza rispetto al passato è che tutto parte ancora una volta dalla crisi economica che colpisce l’Iran, ma oggi è una crisi che va a colpire non più solo il lavoratore statale o l’operaio, ma è così profonda da toccare anche la borghesia del bazar, che, col dollaro alle stelle e la moneta iraniana in caduta, non riesce più a sostenere i più elementari scambi economici e ad andare avanti come prima. Questo è uno degli aspetti che distingue la rivolta di oggi da mobilitazioni che in passato hanno coinvolto singoli settori del mondo del lavoro, come i dipendenti degli zuccherifici, dei trasporti, delle fabbriche di auto. Il regime inizialmente ha promesso ascolto, come si fa di solito in una situazione di crisi. Poi però oltre al bazar si è mosso il movimento studentesco, un soggetto che nella storia dell’Iran ha sempre tenuto acceso il fuoco della protesta e ha trascinato in piazza l’intera società.
Quanto conta il fatto che la sconfitta militare dei suoi proxy abbia reso l’Iran più debole e più isolato?
I proxy in Siria, in Libano e a Gaza erano bracci operativi e strumento di pressione politica della politica iraniana. Sono stati persi e tra tutti la Siria è stata la perdita più importante. Ma non c’è solo l’aspetto politico. I Pasdaràn, che oltre che una milizia sono una realtà economica importante, qui avevano investito miliardi di dollari nella ricostruzione e li hanno persi. È un fattore da tener presente. Spesso si parla del regime iraniano solo come portatore di una visione politica. Non è così. In realtà loro hanno gli stessi parametri di una qualsiasi potenza imperialista che occupi un altro paese. In Siria avevano come socio la Russia, che a me pare abbia deciso di ritirarsi abbandonando l’Iran a se stesso. E infatti oggi dentro al regime qualcuno dice che la Cina è un partner più affidabile della Russia. In Libano, invece, l’Iran ha svolto un ruolo da protagonista assoluto, perché ha buttato fuori la Francia, una presenza storica, e ha impiantato una forza armata come le milizie di Hezbollah. Poi è arrivata la partnership col Venezuela. Anche lì ci sono stati investimenti enormi andati persi, come la Iran-Venezuela Binational Bank, fondata per agevolare le relazioni commerciali tra i due paesi, ma di fatto completamente finanziata dall’Iran. Insomma, sì, il regime è più debole e isolato e questo pesa non solo in termini politici, ma anche economici. D’altra parte l’Iran non ha perso interamente la sua influenza nella regione. Trump oggi chiede al regime di chiudere totalmente la partita atomica, la riduzione del raggio d’azione dei missili e il riconoscimento di Israele. Ma si tratta di richieste che per loro sono inaccettabili.
Quali sono secondo te i possibili scenari?
Il più gradito agli USA è che succeda qualcosa di simile al Venezuela. Gli USA vorrebbero scegliere un proprio referente all’interno del regime. Non è un caso che Trump parli di “nuovi leader all’interno dell’Iran”. Vuol dire figure che oggi si muovono dentro o a lato del regime. Ma come in Venezuela se l’è dovuta vedere coi militari, in Iran deve vedersela coi pasdaràn. Il regime ha un’esperienza di 40 anni di confronto con gli USA, quindi non è escluso che le trattative siano già in corso. D’altra parte i preparativi degli Stati Uniti, ma anche britannici e giordani, mi portano a pensare che l’opzione militare sia ancora in campo.
C’è chi se lo augura…
Chi dice che il popolo iraniano ha bisogno di un intervento esterno lavora per la Repubblica Islamica. Perché qualunque intervento esterno non risolverà i problemi. Quando mai è successo che un intervento esterno abbia risolto i problemi di un paese? Qui poi si pone la questione cruciale: riusciranno a far cadere il governo? Perché se non trovano opportunità analoghe a quelle che hanno trovato in Venezuela per il regime si pone un problema di vita e di morte. In ogni caso l’unica cosa che può farli cadere è una rivolta popolare. Del resto non avrebbero ucciso tanta gente, non solo in piazza, ma con le iniezioni letali negli ospedali e i corpi ancora vivi gettati nelle celle frigorifere, se non percepissero un pericolo esistenziale.
Le narrazioni dei fan di NATO e BRICS sono complementari: da una parte si dà credito a un leader che sembra avere un seguito solo nelle piazza italiane, dall’altro si accredita la tesi del complotto Mossad-CIA contro il regime. Insomma sembra che non esistano organizzazioni politiche né un movimento sindacale che siano un’alternativa credibile agli ayatollah.
Pahlavi non è un’alternativa, perché non ha seguito e questo lo sa anche Trump. Per noi Guerriglieri Fedayn del Popolo Iraniano il Consiglio Nazionale della Resistenza, la coalizione di cui facciamo parte, è l’unica forza che ha il seguito, la storia e le capacità per svolgere un ruolo, ma è chiaro che non è questa l’alternativa gradita agli Stati Uniti. Restiamo in gioco sul terreno e le forme di resistenza organizzata alle forze di sicurezza del regime che abbiamo visto in queste settimane nello strade lo dimostrano, perché non sono azioni che si improvvisano da un giorno all’altro. Per quanto riguarda il resto il Mossad e la CIA, forse anche altri, ad esempio qualche servizio segreto africano, sono presenti sicuramente, come sempre in questi casi, per fare gli interessi dei loro governi, ma da soli non avrebbero avuto alcuna chance di trascinare in piazza la massa della popolazione iraniana su tutto il territorio nazionale e di durare così a lungo, anche scontrandosi apertamente in piazza con le forze di sicurezza. Oggi si parla di 50 mila morti. Alle famiglie che non sono in grado di pagare la cifra che il regime chiede loro per riavere i cadaveri dei propri cari, in sostituzione del riscatto fanno firmare una dichiarazione in cui attestano che i loro familiari erano pasdaràn o miliziani basij, in modo da accreditare la tesi che i manifestanti abbiano ucciso centinaia o migliaia di agenti. Della classe operaia iraniana, come dici, non si parla. Ora, è vero che in Iran non ci sono organizzazioni grandi e radicate come in Europa, ma i sindacati esistono, negli anni hanno pagato il loro tributo di prigionieri e di morti, sono organizzati e intervengono sui maggiori temi di dibattito.
Cosa si può fare per essere solidali con chi lotta nelle strade iraniane e rischia la vita?
Dire ai governi europei: “Togliete per davvero il sostegno al governo iraniano e cadrà”. Perché l’atteggiamento dei paesi europei verso l’Iran è simile a quello che hanno verso Israele. Tutti hanno criticato Netanyahu, ma hanno continuato a foraggiarlo. E uno degli effetti è che dopo 45 anni si continua a non dare un riconoscimento alla Resistenza iraniana. Dopo l’estate calda del 1981, quando nelle carceri iraniane furono giustiziate decine di migliaia di oppositori, cominciai a ricevere inviti a parlare alle feste dell’Unità e ricordo che nell’ ‘84 incontrai Pajetta. Io ero un ragazzino che provava a spiegare a lui, il “ragazzo rosso”, cose ben più grandi di me: gli raccontavo dei morti e che il governo iraniano autore del massacro non aveva alcuna legittimità. Lui mi ascoltò e alla fine mi disse: “Però non dobbiamo dimenticare che questo governo ha buttato fuori 50 mila consiglieri militari americani dal vostro paese”. È un modo di ragionare che si è propagato fino ai giorni nostri. Dobbiamo lavorare per estirparlo.
INtervista tratta dalla newsletter di Puntocritico.info del 31 gennaio 2026
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