La fiaba della Bella addormentata è sessista e inadatta ai bambini?

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5 Dicembre 2017

Grazie al caso Weinstein siamo sempre più attenti a temi importanti come la parità di genere e il contrasto a violenze e molestie. Ma questa battaglia doverosissima può portare a posizioni anacronistiche.

Un esempio è l’allarme di una mamma contro la fiaba della Bella addormentata. Secondo la donna, infatti, non andrebbe più letta ai bambini perché racconta in modo positivo una vera e propria molestia sessuale, ovvero il principe che bacia la Bella mentre dorme e quindi è impossibilitata a dare il suo consenso.

La Bella addormentata è una fiaba della tradizione culturale europea documentata già da Charles Perrault nel 1697, un’epoca in cui l’emancipazione femminile era molto di là da venire. Allo stesso modo mille altre fiabe come Cenerentola, Biancaneve o la Bella e la Bestia hanno per protagoniste figure femminili che oggi possono apparire superate, sottomesse se non passive, eppure continuano ad essere amate e raccontate ai bambini di tutto il mondo e a sbancare i botteghini ogni volta che vengono riadattate per il cinema.

Ma allora come dobbiamo comportarci? Davvero dobbiamo smettere di leggerle ai nostri figli? Lo abbiamo chiesto a Emanuela Mazzoni, psicologa specializzata in counseling relazionale e coautrice del libro “La Scienza Relazionale e le malattie mentali”.

Glielo chiedo direttamente: la Bella addormentata istiga al sessismo?

«Prima di rispondere voglio partire dal contesto. Le fiabe sono prodotti culturali che fanno parte delle identità dei vari paesi e regioni del mondo, e talvolta prendono spunto da eventi realmente accaduti. In questo contesto, ovviamente non è possibile pensare di censurare le fiabe, sarebbe come perdere una parte di storia, un pezzo d’identità di quel popolo».

Ad esempio?

«In alcune parti dell’Africa esistono le fiabe che riguardano come comportarsi con le pantere, che sono importantissime in quei territori, ma assolutamente ignorate in altre parti del mondo in cui non esistono»

E dal punto di vista psicologico?

«Le fiabe esprimono parte degli archetipi culturali a cui l’identità di una comunità si riferisce, ovvero a quelle modalità, ormai consolidate ed esistenti nei sistemi inconsci delle persone di intendere il maschile, il femminile, le età dell’uomo, la vita, la morte, la responsabilità, la virtù, il bene, il male, il ramingo, il forestiero, la madre, il padre, la fratellanza e i tantissimi altri temi che riguardano la vita di tutti gli esseri umani sul pianeta. Jung negli “Archetipi e l’inconscio collettivo”, spiega le fiabe come “l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo che rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa”».

Quindi raccontare una fiaba significava insegnare qualcosa ai propri figli.

«Il valore educativo e di apprendimento delle fiabe è certo e documentato. Attraverso il coinvolgimento del lettore, si vuole associare ad un certo comportamento una determinata conseguenza ed attribuirgli un significato».

Il problema però è che il sistema di valori e la cultura sono cambiati: le donne non possono più identificarsi in “Cenerentole”.

«Non si è obbligati a raccontare le fiabe classiche se non si è d’accordo con il messaggio che esse lasciano. Ma non ha alcun senso fare finta che non esistano o addirittura eliminarle: ciò significherebbe rinnegare una parte di sé e dell’altro».

Assumendo quindi il contributo educativo delle fiabe, rimane la domanda: quali proporre e perché?

«Vincenzo Masini suggerirebbe di scegliere quella che riguarda l’area relazionale da sviluppare: “In cosa ha bisogno di crescere questo bambino?”. Ha bisogno di crescere nella verità? Raccontiamogli “Il taglialegna ed Ermes“, di Esopo. Ha bisogno di imparare ad accontentarsi? Si può proporre “Il pesciolino d’oro”. Per capire che anche tra gli adulti del proprio mondo possono esserci i malvagi, meglio “Cenerentola” o “Biancaneve”, che l’unione fa la forza, “I musicanti di Brema”, a mantenere le promesse, “Il pifferaio magico”, a dare retta alla mamma, “Cappucetto Rosso”, e così via».

E come fare con gli aspetti “superati” di un racconto?

«Per ovviare alle parti non condivisibili è possibile mettere in discussione quella parte della fiaba, di modo da attivare il pensiero critico nel bambino, o se troppo piccolo, aspettare a proporla oppure riproporne la discussione da più grande».

In alternativa?

«È anche molto interessante ed utile inventare nuove storie da raccontare, pensate su misura per quel bambino, sulla base della area da sviluppare, del comportamento da proporre, dello scenario da far visualizzare».

TAG: Bambini, fiabe, Harvey Weinstein, sessismo
CAT: Famiglia, Psicologia

Un commento

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  1. ercapitandenoartri 3 anni fa

    “Per ovviare alle parti non condivisibili è possibile mettere in discussione quella parte della fiaba, di modo da attivare il pensiero critico nel bambino, o se troppo piccolo, aspettare a proporla oppure riproporne la discussione da più grande”

    Fantastico. Il dibattito finale sulla fiaba con un bimbo di 6 anni.
    Od ancora meglio (peggio), l’invenzione ad hoc di fiabe “gender free”.

    Sogno il giorno in cui il bimbo si alzerà in piedi sul letto, di fronte alla mamma tutta presa dalla sua retorica autoreferenziale:
    “La fiaba della corazzata Piotionsky è una cagata pazzesca!”

    e giù 92 minuti di applausi.

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