Dispera bene: filosofia della bellezza della vita

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28 Marzo 2020

Nel suo ultimo lavoro “Dispera bene” (Marsilio editore)Marcello Veneziani affronta la tematica della disperazione, il cui esame può offrirci e farci approdare alla filosofia della bellezza della vita.
Veneziani è anzitutto un finissimo scrittore, è poetico; incanta, incatena il lettore ed è un profondo conoscitore della filosofia e della letteratura.
Ritengo che questo libro sia una continuazione di un altro suo lavoro,“Amor fati”, perché attiene al destino dell’uomo ed intende fornire suggerimenti per una sana resilienza.
Mutuando la sua lirica prosa, il linguaggio inclito dell’Autore, così si può declinare lo spirito e l’essenza di questo bellissimo lavoro.
Bisogna comprendere che i nostri limiti -morire, invecchiare, ammalarsi, perdere in ogni senso- possono essere superati se osiamo pensare, vedere, reagire.
La filosofia è proprio questo: capire, accettare e trasformare; conoscere la realtà, fino a contemplare il vero, amare il fato e accoglierne il verdetto; trasformare il mondo a partire da te stesso, nell’ambito del possibile. Rendi avveduta e operosa la disperazione, non fingere di eluderla. Ci saranno pure belle speranze; ma ci sono bellissime disperazioni. Non fingere ottimismo, non cedere al pessimismo; rendi fruttuosa la disperazione, scrive Veneziani.
Il libro, nel suo spiccato contenuto, non è un un libretto di istruzioni, ma un prontuario filosofico per reagire al declino della civiltà, al tempo che passa, alla vita che finisce.
Si dice che la speranza sia l’ultima a morire, come se la disperazione non morisse mai. E, invece, la speranza è la penultima a morire, poi muore la disperazione. In fondo la disperazione è una speranza andata a male, una speranza deviata. A volte, però, accade il contrario, dalla disperazione sorge la speranza.
La disperazione è in fondo un orizzonte d’attesa.
Non chiederti del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto; quel che conta non è il livello, ma il contenuto versato. Allo stesso modo, la differenza non è tra il roseo e il cupo, ma tra chi vive in bianco e nero e chi vive a colori. La vita in bianco e nero è triste, manichea, intollerante, anche se talvolta è rigorosa e decorosa. La vita a colori è varia, vivace, smagliante. La nobiltà del colore è nell’origine, la luce da cui discende e a cui ritorna. I colori sono una scala compresa tra il bianco e il nero, il bianco è più vicino alla fonte di luce, il nero è il più lontano. In mezzo, tra i colori, è la vita.
La filosofia di Seneca ci insegna di aderire al fato, ma non supinamente. Non si può modificare l’ordine degli Dei, ma si può di converso anche nella depressione, nelle peggiori situazioni disperate trovare un punto di fuga.
È la regola dello spiraglio, la ricerca della porta socchiusa che ci ha insegnato la filosofia di Giordano Bruno: nel pieno della tristezza c’è sempre un motivo e una possibilità di gioia.
Bisogna aprirsi all’imprevisto, allo stupore, non lasciarsi spegnere dal lento decorso della vita.
Bisogna cogliere la luce dove filtra, dove si individua il varco, riaprire la porta dell’attesa, per aborrire la vita prestampata, automatica.
Occorre deragliare dagli itinerari già prescritti, ricercare nuovi ed ignoti sentieri. Quando non c’è via d’uscita alla sorte inevitabile, ci sarà sempre un passaggio, una sospensione, un fuori programma o un altro piano.
Si dice spesso che il futuro sia scomparso, che generi inquietudine, sgomento, che la crisi sia profonda, che la nostra vita abbia un raggio breve.
Sono queste tutte denotazioni della paura. A ben vedere, il contrario della speranza non è la disperazione, ma la paura.
Il sentimento della paura precede quello della speranza, è originario, primordiale, discende dagli istinti e dalle insidie. La speranza è una risposta a quell’impulso, una derivazione e una deviazione positiva di aspettativa.
La paura motiva quasi tutti i comportamenti elementari: paura di morire, di soffrire, della fame, di perdere quel che abbiamo, di ammalarci, di invecchiare, di essere contagiati, violentati, esclusi; paura del buio, dell’ignoto, dello straniero, del pericolo, del potere.
La disperazione nega la speranza e pure il suo contrario, la paura, perché sorge dalla perdita di aspettative, ma anche di timori. Chi dispera non teme, non ha nulla da perdere. Una sana, onesta disperazione è preziosa più della speranza, che spesso è finzione retorica, precetto velleitario, pia intenzione poco fattiva. La disperazione è autarchica, più indipendente dalle circostanze, sovranità dell’essere al tramonto, non ti aspetti niente da nessuno e, dunque, non chiedi niente a nessuno.

Non è mai assoluta la disperazione, custodisce al suo interno un’essenza irriducibile a se stessa. Da quel seme, da quell’essenza, puoi ripartire per non cedere agli esiti più cupi.
Bisogna vivere di più,vivere al massimo, prendere la vita a morsi, spremerla, strapparla a grappoli. Non c’è un’altra vita che ci aspetta, non c’è un’altra giovinezza, non c’è un paradiso da qualche parte. Tutto è qui e adesso, non abbiamo scampo. Nulla permane, niente ritorna. Ecco la disperazione. Non ti resta che potenziare la vita oltre i limiti naturali, esaudire i desideri il più possibile e tardare la morte e occultarne il più possibile la sua vista. Non c’è niente di malvagio nel volersi riparare dalla morte o dal dolore.
Si può vivere inventando l’impresa, facendo qualcosa di nuovo, ogni giorno.
Ma c’è una cosa che può dare senso e valore alle proprie giornate, una piccola, preziosa norma che insaporisce la vita, la strappa al grigiore della routine che si fa disperazione: non far passare un giorno senza aver fatto una cosa che non hai mai fatto finora, e che mai avresti ritenuto di saper fare, voler fare e poter fare. Una cosa che lasci traccia. Un gesto mai fatto, un’impresa mai tentata, una disciplina, un genere di arte, di teatro e di film mai praticati, una passeggiata in un luogo da sempre escluso, una conoscenza finora evitata, un’apertura mai presa in considerazione. O conversare, raccontare, farsi raccontare da uno sconosciuto. Nulla dies sine nova linea, non passi un giorno senza aver compiuto una cosa (di cui non vergognarsi) che mai avreste pensato di fare. Stupitevi di voi stessi. Non si tratta di violare un limite, semmai di tracciare nuove frontiere.
Ecco allora che sul lungomare di Sanremo, quella signora caduta che abbraccia il suo cane dicendogli “sai, ho solo te nella mia vita”, tinge l’esistenza di una disperazione amara che non può essere tollerata.
Siamo nati per stare con gli altri, in associazioni, in compagnie, per gustare un gelato, vedere un film, contemplare un’opera d’arte, leggere un libro e scoprire nuovi mondi.
Il nostro tempo non deve essere lineare, scagliato come una freccia verso il futuro, il tempo che non torna, irreversibile, il tempo dell’esodo, proteso verso la terra promessa.
Deve essere invece circolare, come quello degli antichi.
Il tempo è metafisico, niente comincia in assoluto e niente finisce del tutto, se non nell’apparire; il mondo risorge, il futuro ritorna, gli opposti coincidono e su un piano superiore le sequenze si rivelano simultanee. L’essere non si perde nel tempo, la vita è un ventaglio e non una freccia, e l’altra metà del semicerchio è invisibile.
La disperazione si compie riassumendosi in questa sequenza: non avrai altro tempo e altro mondo che questi, non avrai altro dio che te stesso.Da qui il culto del ricordo, della nostalgia, delle tradizioni, che ci hanno insegnato qualcosa,che hanno sedimentato la memoria che rappresenta la cifra di una civiltà, il passato di una nazione cui dobbiamo guardare per capire il domani, che non risulterà sconosciuto se immaginiamo che la nostra esistenza sia caratterizzata da un eterno ritorno, come ci aveva detto Nietzsche, indicandoci il dispositivo della vita nel suo Zarathustra.
L’amore per l’Infinito che ci ha insegnato il giovane favoloso, Leopardi è l’alveo della buona disperazione.
Per Leopardi, brutto anatroccolo, scartellato come lo chiamavano a Napoli,l’infinito era meraviglia, orrore, brivido, vuoto, tremore di verità, non annuncio di salvezza e d’immortalità; semmai sgomento, rispetto a cui non resta che abbandonarsi con la stessa dolcezza del suo sorriso irredento dalla grazia.

Ma quell’infinito è stato scritto a Recanati, ad un passo da casa sua. Eppure nella sua disperazione il giovane favoloso ad appena 20 anni ha composto la poesia più bella,ove il canto si sente nell’eternità e supera l’hybris, porta l’uomo nella sua potenza a travalicare,a volere andare oltre le colonne d’Ercole, a valicare i suoi limiti.
Allo stesso modo, chi dispera vede la passione dell’eterno: gli amori, gli affetti, gli ideali, le opere, i capolavori, l’umanità, le famiglie, gli dei, Dio. Proprio perché tramontiamo, abbiamo necessità di riconoscerci in qualcosa d’intramontabile.

La vita di un uomo, ma anche di una civiltà nasce solo dalla tensione per l’eterno che radica l’essere nel destino; l’identità, il mito e la tradizione.
L’eterno si dispiega nella vertigine della libertà, nella tensione all’Infinito, nel superamento della finitudine.
Solo così si dispera bene.
E questo ha scritto magnificamente Marcello Veneziani.

TAG: Filosofia, letteratura, Marcello Veneziani
CAT: Filosofia, Letteratura

Un commento

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  1. teresa-derrico 8 mesi fa

    “Non ti resta che potenziare la vita oltre i limiti naturali, esaudire i desideri il più possibile e tardare la morte e occultarne il più possibile la sua vista”: è vano attivismo superomistico.
    “La morte è madre della bellezza” (Wallace Stevens)!
    La finitudine non si supera, si accetta. La consapevolezza del limite dà senso alla vita.
    Ma, capisco, è questione di punti di vista.

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