La discrezione non è più una virtù

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27 Agosto 2020

“Felicità per sottrazione” è l’obiettivo che secondo il filosofo francese Pierre Zaoui dovremmo cercare di conquistare e mantenere, individualmente e come collettività. Lo afferma nel saggio L’arte di scomparire, sottotitolato “Vivere con discrezione”: ed è proprio di questa particolare attitudine, oggi raramente riconosciuta come qualità, che l’autore tesse un convinto elogio.

Discrezione come scelta di vita, che in genere si accompagna a una disposizione caratteriale antitetica all’eccesso di esuberanza, di autopromozione, di visibilità, di autoreferenzialità: inclinazioni particolari che nel mondo contemporaneo vengono incoraggiate dai media e dai social come valori e meriti da esibire con orgoglio e sfrontatezza.

La discrezione viene definita dall’autore dote “rara, ambigua e infinitamente preziosa”, che trova nella moderazione e nel riserbo la propria misura espressiva, sottratta a riflettori e casse di risonanza, renitente di fronte a ogni forma di spettacolarità. Aderendovi, “usciamo da quel gioco di proiezioni e introiezioni continue che ci legano di solito agli altri”, rinunciamo a qualsiasi volontà di potenza e all’illusione di essere indispensabili, alla “dialettica mediocre del riconoscimento o della seduzione”. Sottraendosi all’obbligo dell’apparire e accettando una sorta di clandestinità, la discrezione assume i tratti della dissidenza, di una resistenza politica al dovere di divulgazione e protagonismo, secondo cui “essere è unicamente essere percepiti”. Si oppone, infatti, alla sorveglianza del panottico totalitario, praticata dalle nostre occhiute e orecchiute società contemporanee attraverso videocamere, intercettazioni, spionaggi informatici, droni e satelliti.

La delicatezza del porsi nel mondo dovrebbe insegnare a non stare troppo vicino alle persone e alle cose per non venirne divorati, né ad allontanarsene troppo rischiando l’isolamento. Tuttavia, la rinuncia volontaria all’esposizione potrebbe nascondere anche una debolezza originaria del carattere, una tattica dissimulatrice, una forma raffinata di narcisismo, un eccesso di timidezza-pigrizia-egocentrismo-vigliaccheria, o (in termini psicanalitici), l’angoscia di castrazione e la pulsione di morte.

Pierre Zaoui indaga sulle origini di questo orientamento comportamentale a partire da quanto ne pensavano gli antichi. I greci decantavano l’aidós (pudore, modestia, riservatezza) e la phrónesis (prudenza, saggezza, giusta misura): Epicuro consigliava di vivere nascosti, Marco Aurelio raccomandava di rifugiarsi nella propria “cittadella interiore”, rifiutando successi estemporanei, lusso e piaceri effimeri; Platone e Aristotele suggerivano di affidarsi sempre alla ragione e alla consapevolezza per migliorare politicamente la comunità.  In tal modo però non si privilegiava una disinteressata scomparsa dell’io, quanto invece una più elevata presenza a se stessi, e un’opportunità personale in termini politici.

Durante il Rinascimento sembrò che la figura del cortigiano riassumesse esemplarmente i caratteri di equilibrio e tatto propri della discrezione, nel processo di civilizzazione dei costumi che andava imponendosi in tutta Europa. Cortesia, raffinatezza, educazione diventavano in realtà astuti strumenti di autoaffermazione all’interno dei palazzi, asserviti all’adulazione sottomessa ai propri signori.

Quindi, più che dalla filosofia o dalla politica, la discrezione è stata riconosciuta come valore primariamente in ambito religioso, in particolare dall’ebraismo e dal cristianesimo. Tre sono le autorità morali che nei secoli hanno meglio illustrato le proprietà tipiche della discrezione: San Tommaso che la esaltava come umiltà del cuore e della mente, il rabbino Isaac Luria che la paragonava alla contrazione (tzimtzum) messa in atto dal Creatore per lasciare spazio di libertà alle creature, il mistico Meister Eckhart che invitava al distacco dai beni materiali e all’abbandono di ogni egoità.

C’è poi la discrezione proposta dagli atei e dagli agnostici, racchiusa in un orizzonte puramente umano. È quella che Levi Strauss trovava negli indigeni amerindi, animati “da un sentimento deferente verso il mondo”, e non concentrati sulla propria soggettività. O agli antipodi temporali, quella indicata da molti pensatori moderni (Kafka, Virginia Woolf, Hannah Arendt, Blanchot, Benjamin, Deleuze, Bataille, Debord), che narrano esperienze di distacco, nascondimento e sparizione spogliate da ogni fideismo, e abbandonate fiduciosamente all’idea dell’annullamento di sé e del lasciar-crescere ciò che è fuori di sé.

La discrezione è quindi un’arte recentemente riscoperta nella sua valenza micropolitica: di resistenza impercettibile all’ostentazione di sé, di rinuncia ad apparire e ad accumulare ogni tipo di esperienza, di rifiuto del soggettivismo esasperato di chi pretende di “essere percepito” senza riuscire a “percepire”.

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Pierre Zaoui (1968) insegna attualmente Filosofia presso l’Università di Parigi VII, e si occupa di liberalismo, soprattutto nel pensiero di Spinoza, Hume e Deleuze,

 

 

 

 

PIERRE ZAOUI, L’ARTE DI SCOMPARIRE – IL SAGGIATORE, MILANO 2015, p. 138

TAG: libri
CAT: Filosofia, Letteratura

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