Si può davvero parlare di attualità del pensiero dantesco?

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20 Aprile 2021

Quest’anno ricorre il settimo centenario della morte di Dante Alighieri e, per quanto sia permesso dalle limitazioni dovute all’attuale situazione sanitaria, si susseguono iniziative celebrative ed editoriali. Tra gli interventi di studiosi e appassionati dell’opera dantesca non sono mancati quelli che miravano a definire che cosa di Dante possa ancora essere considerato attuale.

Il tema dell’attualità di un letterato è molto delicato e, per affrontarlo, occorre prendere in considerazione sottigliezze concettuali di non poco conto, soprattutto quando si tratta di un autore appartenente ad un’età molto lontana dalla nostra. Di per sé è già molto ambiguo il concetto stesso di attualità di un pensatore; che cosa s’intende precisamente con questa parola? A mio avviso, ci si può orientare soprattutto verso due definizioni fondamentali. Da un lato, l’attualità di un autore può essere data dalla sua inclinazione a trattare tematiche che sono vicine al nostro modo di concepire il mondo e l’esistenza e ad affrontare problematiche che a noi sembrano di grande importanza o di notevole urgenza. Da un altro lato, uno scrittore può essere attuale perché, pur dedicando le proprie riflessioni ad ambiti speculativi distanti dai nostri, è ad ogni modo capace di attivare risonanze profonde nella nostra anima e nel nostro sentire, ponendosi in connessione con le pieghe recondite della nostra umanità e toccando aspetti che appartengono all’uomo di sempre, perché intimamente connessi con la struttura esistenziale stessa dell’essere umano.

Parlando dell’attualità di Dante occorre fare riferimento, a mio avviso, soprattutto a questa seconda accezione del termine. La filosofia dantesca è infatti molto distante dai temi che coinvolgono il lettore moderno, ed è necessario farsi carico di questa lontananza storica e accoglierne tutte le conseguenze; ma è altrettanto vero che, leggendo la Divina commedia, come pure le maggiori opere filosofiche di Dante, quali il Convivio e la Monarchia, ci sentiamo attratti da qualcosa che sembra risuonare profondamente dentro di noi, pure a partire da quel passato ormai così distante. Ma allora possiamo chiederci: che cosa c’è di attuale nel pensiero dantesco? Che cosa offre Dante alla nostra anima che possa essere ancora di nutrimento, di stimolo, di riferimento per un uomo o una donna che vive nelle nostre società così frenetiche e protese verso il futuro?

Una prima risposta sembra sorgere naturale ed è suggerita dall’interesse che molti uomini di Chiesa esprimono per l’opera dantesca: Dante è un punto di riferimento per il credente, anche al giorno d’oggi. Il poeta fiorentino offre infatti l’esempio di una fede vivace, radicale, capace di mettersi in contatto con tutte le esperienze, sia esistenziali sia intellettuali, dell’uomo di fede. Dante ci offre un esempio di un credere che struttura profondamente tutta la vita dell’uomo e tutto il suo rapportarsi con il mondo che lo circonda. Nella Divina commedia si percepisce subito che la fede diviene un principio attraverso il quale si interpreta e si rintraccia il senso stesso del mondo e della vita, ma ancora di più la rivelazione ci svela l’ordine stesso delle cose. La realtà, per come ce la presenta Dante, ha un ordine perfetto, rintracciabile dall’intelletto e pienamente comprensibile alla luce del dato rivelato; quest’ordine è di origine divina e, strutturando il cosmo, rende l’universo simile a Dio. Così si esprime per esempio Beatrice nel primo canto del Paradiso:

 

Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.

 

L’ordine che regge le cose rende l’universo simile a Dio: il credente che legge questi versi può dunque vedere una somiglianza tra l’universo e Dio, e questa somiglianza sta proprio in quell’ordine che è uno dei più elevati oggetti dell’intelletto umano.

Ma questa riflessione ci spinge ad andare oltre: non soltanto il credente può essere profondamente stimolato a rintracciare nelle opere dantesche qualcosa che parla profondamente alla sua coscienza. Dante, certamente nella Divina commedia, ma ancor più nel Convivio e nella Monarchia, riallacciandosi ad una tradizione speculativa diffusa nel medioevo e risalente all’antichità greca, ci mostra come la perfezione naturale dell’uomo consista proprio nella conoscenza, nell’esercizio della facoltà dell’intelletto volta a comprendere la realtà profonda delle cose: l’uomo è infatti un animale razionale e la sua natura propria e caratterizzante è quella di essere capace di esercitare la ragione. L’uomo che conosce è un uomo che raggiunge la propria perfezione naturale. Questi concetti sono molto diffusi nel pensiero antico e in alcuni ambiti di quello medievale, ma Dante ha il merito di inserirli in un complesso letterario, poetico e speculativo di grande potenza in cui tutte le esperienze dell’uomo trovano il proprio valore e il proprio significato. Dante ci offre l’immagine dell’uomo totale, ma esso ci appare contraddistinto dalla capacità di trovare la propria perfezione terrena e naturale proprio in questo: nel vivere virtuosamente e nel conoscere profondamente; tra le pieghe di quell’immenso affresco della vita che è l’opera dantesca, troviamo l’invito potente a esercitare quella facoltà che più di tutte ci rende umani: il conoscere, il pensare, il comprendere. Questa è un’idea molto antica, ma è un invito che vale anche per l’uomo di oggi, e Dante ha la capacità di inserirlo in una rappresentazione del mondo e della vita di estrema potenza, in cui tutte le cose trovano il loro significato più profondo. Tutti ricordiamo le parole che Ulisse rivolge ai propri compagni nel ventiseiesimo canto dell’Inferno:

 

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

 

Un altro aspetto del pensiero dantesco in cui mi piace rintracciare una non scontata attualità è la sua riflessione politica. Ciò potrebbe sembrare paradossale, perché Dante, nella Monarchia e meno specificamente nella Divina commedia e nel Convivio, ci parla di un progetto che a noi non può che sembrare del tutto anacronistico, ossia quello di un impero universale. Cercherò di dire che cosa trovo di attuale in questo. In primo luogo, mi sembra che noi possiamo essere molto attratti dall’idea di una res publica universale che unisca in sé tutti gli esseri umani: è un grande sogno di pace e di concordia che al giorno d’oggi viene vituperato dalla propaganda complottistica che si scaglia contro il progetto di un non ben specificato governo globale. In verità la prospettiva, forse utopica, di unire tutta l’umanità in un’unica società, fraterna e solidale, è a mio avviso di grande significato umano e ci può portare ad interessanti riflessioni sul ruolo di organismi internazionali come l’Organizzazione delle Nazioni Unite. In Dante l’idea di una res publica universale si accompagna poi a quella di una pace diffusa, che è il solo presupposto per un’esistenza davvero umana, dedita a ciò che rende l’uomo profondamente tale, ossia la virtù e la conoscenza. Ma secondo me non è priva di attualità anche la figura indubbiamente più anacronistica del pensiero politico dantesco, ossia quella dell’imperatore universale. Il monarca dantesco è molto più che un semplice politico: per il suo ruolo, per i suoi caratteri, per la sua figura, egli è l’incarnazione stessa dell’Intelletto. Il monarca che regna su tutto il mondo è l’Intelletto stesso che dirige e anima il vivere comune degli esseri umani. Che cosa c’è di più affascinante, di più seducente dell’idea di un’umanità condotta dalla forza dell’intelletto ad ordinarsi per conseguire i più alti obiettivi consentitile dalla sua stessa natura?

Non c’è dubbio: devo assumermi la responsabilità di un’affermazione che sembra avere del paradossale. Per me Dante è un pensatore indubbiamente attuale.

 

Fotografia: Statua di Dante, da https://pixabay.com/

TAG: attualità, centenario dantesco, Dante Alighieri, Filosofia, governo mondiale, metafisica, pensiero politico, poesia, religione
CAT: Filosofia, Letteratura

4 Commenti

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  1. andrea-lenzi 3 settimane fa

    la superstizone religiosa divide fin dalla sua invenzione. I Cristiani hanno inventato e praticato l’antisemitismo, sterminato i valdesi, bruciato i non credenti, le “streghe” e, non avendo imparato la lezione, continuano a discriminare i gay, le donne che intendono abortire e chi chiede eutanasia.

    le megliaia di derivazioni del cattolicesimo non sono state da meno.

    idem per l’islam, bufala creata a tavolino 600 anni dopo che il cristianesimo ha mostrato la strada della bufala planetaria

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  2. andrea-lenzi 3 settimane fa

    sarebbe davvero il caso di evitare di tirare sempre in ballo la superstizione religiosa, men che meno accentuandone le presunte virtù: è come il fumo: tutti sappiamo che fa male ma i fumatori lo impnevano a tutti, fino a che la società civile si è imposta, con fatica e non con completo successo.

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  3. andrea-lenzi 3 settimane fa

    per essere emaptici ed altrusiti la religione non serve; al contrario ogni superstizione religiosa è fonte di intolleranza e non è un caso che ogni partito conservatore del mondo, le destre, abbiano al loro centro valori religiosi e siano tutti omofobi, maschilisti ed impositivi

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  4. andrea-lenzi 3 settimane fa

    cominciare a chiamare la superstizione religiosa col proprio nome aiuterebbe, a cominciare dalle scuole pubbliche, dove assurdamente è stata introdotta una tale pubblicità da renderla credibile agli occhi dei ragazzi, ingenui per definizione: “insegnanti” di religione e crocefissi vanno tolti dalla publlica. PUNTO, anche perché non esiste che lo stato tolga alla scuola pubblica, che cade a pezzi, 1,2 MILIARDI di stipendi da dare agli insegnanti di religione, ai quali si aggiungeranno le pensioni

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