Viaggiatori anonimi fermi all’imbarco, il dramma d’una vita che non comincia mai

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10 Ottobre 2015

Il viaggio non è sempre facile, soprattutto perché molte volte il viaggio rimane solo un desiderio. Vorremmo partire forse un po’ per fuggire, forse un po’ per cambiare vita. Mettersi in viaggio è anche decidere la propria strada, tornare o dirigersi là dove sentiamo di avere il cuore. Nel linguaggio biblico, decidere il santo viaggio è tornare a Gerusalemme, nella terra dei propri padri, è riappropriarsi della propria identità.

Il viaggio della vita non è esente da tempeste: venti diversi soffiano sulle nostre vele, venti che ora ci spingono verso la meta, venti che ci trattengono e ci spaventano. Comunque sia, i venti sono una risorsa: senza venti, saremmo costretti all’immobilità. La calma piatta è la condizione peggiore, quella che ci costringe a stare fermi. Al contrario, possiamo imparare a dirigere le nostre vele in modo da utilizzare ogni tipo di vento per proseguire nella direzione che desideriamo: è questa la prudenza, la virtù del discernimento, che ci mette in ascolto della direzione dei venti e ci insegna ad usarli per proseguire nella direzione che abbiamo scelto (cf Sap 7,7-11).

Talvolta però non riusciamo a partire affatto, perché non abbiamo il coraggio di levare le ancore o perché abbiamo accumulato talmente tante zavorre da non ricordarci più neppure dove le abbiamo nascoste.

Il protagonista di questo passo del Vangelo è l’uomo delle zavorre, l’uomo che ne ha accumulato talmente tante, quasi per sentirsi più sicuro nella sua stabilità, al punto da non avere più il coraggio di rimuoverle per poter ripartire.

Il Vangelo lo definisce come un tale, uno qualunque, uno perso nell’anonimato. Si è anonimi quando non si portano più desideri nel cuore. L’uomo anonimo, come tanti uomini del nostro tempo, è l’uomo senza desideri. Persino la sua ricerca di eternità è diventata un dovere: così come per tutta la vita è andato avanti solo osservando delle regole, assolvendo dei compiti, rispondendo a delle attese, così adesso vede anche l’eternità (ovvero la felicità, il senso della vita, la vita piena) come un diritto da conquistare.

Parla della vita eterna come eredità, con un linguaggio giuridico, che esclude la gratuità: l’eredità la si ottiene e la si raggiunge solo con la morte del padre, forse un’allusione chissà al rifiuto della relazione con il Padre. Questo tale dichiara la sua disponibilità ad un impegno ancora maggiore pur di meritare la vita eterna. Anzi, mostra a Gesù tutti i suoi trofei: nella vita ha raggiunto grandi traguardi grazie al suo impegno; non si è mai rilassato, ma ha vissuto sempre la sua vita con totale dedizione al lavoro spirituale. In fondo – sembra dire – dopo tutto l’impegno di una vita, sarebbe anche il caso di concedermelo questo premio di produzione! E invece ancora non riesce a dare un senso alla sua vita. Dove sta l’errore? Cosa ho sbagliato nella vita?

Quest’uomo non ha mai fatto il viaggio più importante: quello dentro se stesso. Davanti a tutta questa esteriorità, ostentazione, meriti, doveri…davanti a tutte queste parole e a queste medaglie, Gesù risponde con uno sguardo: guardandolo dentro, lo amò. Lo ama prima ancora che quest’uomo abbia risposto sì o no alla proposta che Gesù sta per fargli. Lo ama a prescindere. Lo ama perché lo guarda dentro, perché va oltre l’immagine che ostenta. Lo vede laddove quest’uomo stesso non si è mai visto. Lo vede nella sua debolezza, nella sua fragilità, nel suo bisogno di essere amato.

Più volte, in questi capitoli del Vangelo di Marco, Gesù ha preso in braccio un bambino: quel gesto è anche per quest’uomo. La vita eterna, il senso, la felicità, è là, nel lasciarsi abbracciare dal Padre, riconoscendo la nostra piccolezza.

Quest’uomo anonimo, come i tanti uomini anonimi del nostro tempo, rimane deluso e sconcertato davanti ai verbi di Gesù. Gesù usa verbi che al mondo non piacciono: vendere, donare, seguire. Quest’uomo era andato da Gesù per comprare, prendere, essere più autonomo. Gesù è deludente perché sfugge alle logiche umane. Il mondo ci convince a interpretare l’esistenza come un grande affare in cui conquistare il primo posto, magari a scapito degli altri; il mondo ci persuade a mostrarci adulti, indipendenti e autosufficienti. Gesù invita non solo a lasciar andare quello che pensiamo di aver conquistato, ma persino a non essere più autosufficienti, anzi a metterci dietro a lui, a seguirlo, mettendo i nostri piedi dove li mette lui, come un bambino dietro a suo padre.

Quest’uomo scopre improvvisamente le sue zavorre: non riesce a partire, diventa triste e ritorna nell’anonimato, continua ad essere uno di quelli che non sanno cosa farsene della propria vita.

Il testo del Vangelo presenta anche lo sconcerto dei discepoli: anche chi è più vicino a Gesù non parla il suo linguaggio, anche ai discepoli quei verbi non piacciono, anche i discepoli mostrano la loro diffidenza davanti alle parole di Gesù. È la diffidenza che ogni discepolo si porta nel cuore, quella diffidenza che può essere guarita solo dall’abbraccio del Padre, l’abbraccio che trasforma l’impossibile viaggio in una sfida per cui vale la pena vivere.

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Testo

Mc 10,17-30

Leggersi dentro

  • Quali sono le zavorre che oggi ti impediscono di decidere della tua vita?
  • Quali verbi preferisci: ‘vendere’, ‘dare’, ‘seguire’ oppure ‘comprare’, ‘prendere’, ‘essere autonomo’?
TAG:
CAT: Filosofia, Teologia

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