IL NOSTRO SGUARDO SU CUCCHI

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4 novembre 2014

Da cinque anni ormai, il volto di Stefano Cucchi è quello di una fotografia scattata da un’agenzia funebre dopo un’autopsia. Questo microcosmo visivo si è riattivato, rabbiosamente, all’indomani della recente sentenza di secondo grado. Esposto sulle prime pagine di molti quotidiani, postato sui profili facebook, montato con altre immagini tratte soprattutto dall’archivio fotografico della Shoah (a sua volta brutalmente decontestualizzato), il corpo di Cucchi si è polverizzato in un’incessante serie di atti personalizzati di ripetizione.

Il corpo di Stefano Cucchi ha così finito paradossalmente per smarrire il suo significato, i suoi contorni, trasformandosi nello strumento di una rissa mediatica e visuale, che lascia pochi margini alla riflessione, ai tentativi di comprendere, di parlare.

Quella fotografia è divenuta un territorio conteso, come se “parlasse da sé”, incarnando ancora l’ottocentesco “specchio dotato di memoria”, fedele riproduzione della realtà e della verità. Le discussioni che ci assediano in questi giorni rivelano, in realtà, l’esatto contrario: la stessa immagine che per alcuni è prova visiva della violenza di Stato, per altri è semplicemente la giusta punizione che spetta all’Altro per eccellenza, il tossicodipendente. E lo scontro così polarizzato innesca la guerra degli scatti, dalla sala operatoria dell’autopsia alle foto segnaletiche della polizia penitenziaria, alla ricerca di lividi indiziari che ci trasformano – noi tutti – in voyeurs fintamente compassionevoli.

Dall’uno all’altro capo della barricata, ad accompagnare e rafforzare l’immaginario visivo mediatizzato del corpo di Cucchi, “linciaggio” è la metafora ricorrente: il “linciaggio” della vittima da parte del processo, denunciato dalla sorella Ilaria; e il “linciaggio” subito dagli agenti di polizia, contro cui si scaglia, ancora una volta, il senatore Giovanardi.

Se non fosse costantemente decontestualizzata e utilizzata come una clava contro l’avversario, proprio l’evocazione del “linciaggio” potrebbe in realtà fornire qualche chiave epistemologica in più per riflettere sull’ingenuità e sulla brutalità dell’uso del corpo di Cucchi.
Negli Stati Uniti – il caso storicamente forse più emblematico, con l’assassinio di almeno 3220 afroamericani (uomini, donne e bambini) tra il 1882 e il 1930, e almeno 5000 persone appartenenti ad altre minoranze fino al 1968 – la fotografia era parte integrante dello spettacolo del linciaggio e della sua funzione sociale. Immagini professionali e amatoriali attraversavano il territorio statunitense sotto forma di cartoline o di stereografie, alimentando un macabro mercato finalizzato a riaffermare l’ordine “razziale”, la “linea del colore”, la “legittima” supremazia dei bianchi. Agli inizi del Novecento, la National Association for the Advancement of the Colored People e altri movimenti impegnati nella lotta contro il razzismo antinero, si appropriarono dell’immaginario visuale del linciaggio, ribaltandone completamente il significato: la “minaccia” del nero diveniva ora piena vulnerabilità; la “superiorità” del bianco era ora violenza pura, terrorismo. Incorporata da allora nell’identità afro-americana, la narrazione visiva del linciaggio si è tradotta col tempo in un fardello memoriale, dal quale intellettuali e artisti hanno tentato di prendere le distanze criticamente. In Erased Lynching (2006-2008), ad esempio, Ken Gonzales-Day ha rimosso digitalmente le immagini dei corpi delle vittime dalle riproduzioni fotografiche dei linciaggi di messicani compiuti in California tra il 1850 e il 1935. Ciò che resta è una folla di persone, soprattutto uomini ma anche qualche donna, raccolti intorno a un albero, spesso sorridenti, che gesticolano in uno spazio vuoto. Rifiutandosi di porre lo sguardo sul corpo del linciato, Gonzales-Day ci invita a rifiutare la spettacolarizzazione dell’Altro, costantemente rilanciata dalla visione del linciaggio, e a ragionare invece sulle modalità del vedere, sui dettagli che amplifica, su quelli che rimuove.

Parlare di “linciaggio”, dunque, nel caso delle fotografie del corpo di Cucchi, forse non è così fuori luogo. A patto che l’evocazione di questo immaginario ci costringa a riflettere criticamente sul nostro sguardo e sulla perdita della sua innocenza.

 

TAG:
CAT: Fotografia, Giustizia

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