Parlamentari tedeschi denunciano la penetrazione dei servizi segreti turchi

27 agosto 2016

La segnalazione parte dal PKG – Kontrollgremium, l’organo parlamentare di controllo dei servizi d’intelligence.

Il Parlamento tedesco deve affrontare la questione delle “incredibili attività segrete” dei servizi d’intelligence turchi in Germania e interrogarsi immediamente sul ruolo dei servizi segreti tedeschi in questo scenario. Sono le parole del verde Hans-Christian Ströbele, uno dei nove membri del Kontrollgremium. A queste si aggiungono le dichiarazioni del cristiano-democratico Clemens Binninger, presidente dello stesso organo di controllo del Bundestag, che ha sottolineato come, in seguito al fallito putsch in Turchia, ci si debba interrogare sul ruolo in Germania del MIT – Milli Istihbarat Teskilati, il servizio segreto turco.

Secondo quanto riportato dal quotidiano nazionale Die Welt, il MIT conterebbe su una rete in Germania che, oltre agli agenti, sarebbe costituita da 6000 informatori. Ci si troverebbe di fronte a quella che l’esperto di intelligence Erich Schmidt-Eenboom ha definito una struttura “più grande di quella della Stasi”, soprattutto nel caso si consideri il target molto specifico di oltre 3 milioni di turchi di Germania. Considerando quanto sia proverbiale la pervasività dei servizi segreti dell’ex DDR, il paragone suggerisce le dimensioni del sistema di controllo, in cui ciascun informatore dei servizi turchi, come dichiara una fonte riservata a Die Welt, potrebbe essere potenzialmente in grado di monitorare fino a 500 cittadini sul suolo tedesco. Si tratterebbe di una situazione capace di negare il diritto alla basilare libera espressione di molti cittadini turco-tedeschi che vivono nella Repubblica Federale di Germania.

È del 20 agosto scorso la pubblicazione da parte di der Spiegel della notizia delle continue pressioni del MIT presso la BND, il servizio tedesco d’intelligence estera. La richiesta turca è sempre la stessa: sostegno nella caccia ai membri della rete del predicatore Gülen, accusato dal Presidente turco Erdoğan di essere lo stratega del fallito golpe turco del 15 luglio scorso.

Non solo, già il 14 agosto è stato nientemeno che l’attuale sindaco di Berlino, Michael Müller, a denunciare pressioni da parte del governo di Ankara nei confronti della sua amministrazione. La richiesta, anche in questo caso, sarebbe stata quella di agire contro i gruppi e le associazioni güleniste nella capitale tedesca, a partire dagli istituti scolastici e dalle associazioni con scopi educativi. Qualche settimana prima era stato, invece, Winfried Kretschmann, il Presidente del Baden-Württemberg, a riferire di particolari pretese da parte turca.
In tutte queste occasioni, e in diverse altre, le richieste di collaborazione sarebbero state comunque rifiutate.

Così come nel caso di diversi altri paesi, anche in Germania il governo turco utilizza la caccia internazionale ai presunti golpisti come una costante domanda di legittimazione politica e, anche, per testare la qualità e le possibilità delle proprie relazioni strategiche.

Particolarità tedesca, però, è che la politica turca sembra spingersi fino al cuore della Germania, volendosi affermare come interlocutore primario presso la comunità dei turchi immigrati.
Nel corso delle ultime settimane è stata ampia l’attenzione della stampa tedesca per una lunga serie di regolamenti di conti all’interno della comunità turca, dove i cosiddetti “traditori” del Presidente sono stati inseriti in liste di boicottaggio economico e sociale, oltre a essere stati vittime di minacce e, talvolta, di vere proprie aggressioni.

Già pochi giorni dopo il fallito putsch, il Ministro degli Interni tedesco Thomas de Maizière ha ufficialmente dichiarato che lo scontro interno alla Turchia non debba essere esportato in Germania.

La recente e grande manifestazione di Colonia indetta dai sostenitori di Erdoğan, però, ha dimostrato che lo scontro sia già ben radicato sul territorio, laddove una parte di una comunità nata dall’immigrazione si è trasformata nell’avanguardia politica del proprio paese di origine, favorendo attivamente dinamiche geopolitiche di controcolonialismo da parte del governo islamista e post-ottomano dell’AKP.

Uno scenario che ha portato la Cancelliera Angela Merkel a dichiarare in un’intervista del 23 agosto:

“Ci aspettiamo che le persone di origine turca che vivono in Germania da tempo sviluppino un alto livello di fedeltà al nostro Paese”

Un messaggio che, nella sua chiarezza, è forse il primo di questo genere.
Un appello che, però, non sembra certamente destinato a essere l’ultimo.

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CAT: Geopolitica

3 Commenti

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  1. alding 3 anni fa
    Cerchiamo di lasciarli fuori dalla Unione Europea e di non comportarci da ingenui e buonisti, come purtroppo siamo abituati a fare.
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  2. vitigno-vit 3 anni fa
    I TEDESCHI SONO E SARANNO SEMPRE DEI GRANDISSIMI FIGLI DI PUTTANA
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  3. michele-caputo 3 anni fa
    La Turchia "E' Da Sempre" la piattaforma centrale dell'islamismo e del colonialismo islamico verso l'occidente.... Non capisco di cosa ci si voglia stupire. Si pensava forse di coprirli d'oro per ingraziarci la loro benevolenza? La migliore interpretazione di cosa sia il popolo turco l'ha data Salvatores nel film Mediterraneo: "....Una fazza, una razza!" ma pronunciata dal turco che li derubò nella notte dopo averli drogati ben bene.. così, come disse il Pope: "MAI FIDARSI DEI TURCHI". In cosa consiste la diversità quindi? Semplice: I TURCHI SONO ISLAMICI! Non si tratta di una semplice questione religiosa. Le religioni portano in seno usi e consuetudini. Rappresentano ed incorporano i primi abbozzi di regole sociali, condizionando l'educazione civica e culturale di intere popolazioni, quand'anche queste si dichiarino laiche. Non c'è niente da fare, da sempre e per sempre, l'islamico si dimostrerà un nemico e bene fecero le crociate per difendere il nostro modello di derivazione cattolica. Ciò che stiamo vivendo oggi, altro non è che l'ennesima crociata e l'unico vero modo per porre fine al bagno di sangue non sta certamente nell'imposizione della forza ma nella capacità di esportare ed imporre il modello culturale voluto di riferimento. Esattamente come fecero gli spagnoli all'epoca del colonialismo delle nuove indie...
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