Liberate l’imputata, richiede la difesa

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5 giugno 2018

<L’imputata non è una terrorista, non è un’assassina, né un’attentatrice>. Ella deve essere dichiarata innocente. L’avere vissuto con proventi di rapine che non ha commesso, né pianificato, non è configurabile come reato di ricettazione o riciclaggio. Le pretese prove di copertura delle attività criminali dei compagni Uwe Böhnhardt ed Uwe Mundlos per le quali l’accusa vorrebbe l’ergastolo erano mere manifestazioni di vita normale, per quanto in incognito. Le risultanze probatorie hanno dimostrato che all’accusata non sono imputabili neanche il tentato omicidio di un’anziana vicina e di due operai che eseguivano dei lavori nell’immobile dove viveva che ha dato alle fiamme.  Del teorema accusatorio l’unico reato che resta in capo alla nostra mandante è appunto quello di incendio doloso, con successiva involontaria esplosione, della casa di Zwickau nella quale aveva vissuto. Fatto che ella ha ammesso, chiarendo di aver appiccato le fiamme in esecuzione di una promessa ai compagni deceduti Uwe Böhnhardt ed Uwe Mundlos. <Non formuliamo una richiesta sulla pena concreta>, ma tenuto conto che l’imputata ha confessato e si trova già in reclusione preventiva da 6 anni e 7 mesi, <nel computo della pena, stante le numerose violazioni all’imparzialità,  deve essere applicata una compensazione in ossequio all’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo> senza che siano applicate misure di sicurezza, la pena eccedente la carcerazione preventiva già scontata dovrà essere sospesa ed <è indicata quindi l’immediata remissione in libertà>.

Così si è pronunciato il 5 giugno 2018 l’avvocato Wolfgang Heer difensore d’ufficio di Beate Zschäpe imputata come unica sopravvissuta della cellula terroristica di estrema destra Clandestinità nazionalsocialista (NSU) presentando la comparsa conclusionale. Il legale, così come i colleghi Wolfgang Stahl e Anja Sturm, da circa tre anni esercita la difesa pur essendo stato sfiduciato dall’accusata, ma con i colleghi è rimasto in carica per volere del Senato giudicante perché hanno prestato la difesa dall’inizio del processo.

L’avvocato Wolfgang Heer – foto dell’autore

Beate Zschäpe non ha mai guardato direttamente l’avocato Heer, è rimasta molto calma come se l’arringa non la riguardasse. Ma anche se a tratti ha avuto gli occhi abbassati lo ha ascoltato molto bene; lo si è colto da come dopo ha animatamente interloquito con i suoi due difensori di fiducia Mathias Grasel ed Hermann Borchert, che durante quasi tutta l’esposizione del collega si è invece dondolato nervoso sulla sedia. Loro d’altronde avevano concluso ammettendo una sua condanna fino a 10 anni, riferendosi peraltro alla pena edittale massima prevista per l’incendio doloso.

Wolfgang Heer, difensore d’ufficio ricusato, ha efficacemente messo in luce che il processo è stato accompagnato fin dai suoi inizi dalla presunzione che Beate Zschäpe sia stata un membro paritetico del gruppo, mentre si trattava di elemento che il processo doveva provare e che per la difesa non è stato confermato. Lo stesso ex Procuratore Generale Harald Range, presentando ai media le prime risultanze delle indagini nel dicembre 2011, quando erano state avviate da appena una ventina di giorni, parlò dell’imputata come di un “membro del gruppo NSU” che “con brutalità e sangue freddo finora mai conosciuti ha ucciso e gravemente ferito delle persone“. Fin dall’avvio dei suoi lavori anche la prima Commissione federale di inchiesta parlamentare ha presupposto l’esistenza di un “trio terroristico” e di una “banda di assassini”. Persino il Ministro degli interni bavarese Joachim Hermann avrebbe definito l’imputata come una “assassina” senza attendere la sentenza. Le affermazioni delle stesse autorità a capo delle indagini avrebbero ipotecato gravemente il raggiungimento della verità in un modo che l’avvocato Heer ha definito <uno scandalo>, facendo sì che <un mero sospetto iniziale assurse ad una certezza concreta>.

Come se non bastasse per l’avvocato Heer gli inquirenti, oltre ad avere condotto indagini in modo non aperto verso ogni risultanza ma rivolto a trovare conferma del solo teorema accusatorio, gli avrebbero anche lesinato informazioni, assecondando più sollecitamente la curiosità dell’opinione pubblica. La televisione poté effettivamente trasmettere delle immagini dell’imputata ancora prima dell’avvio del processo. Inoltre la Procura Generale avrebbe agito in netta predominanza di almeno dieci ad uno, prima di richiedere alla Corte d’Appello che l’ufficio della difesa fosse rimpinguato con i colleghi Stahl e Sturm.

L’avvocato Wolfgang Heer ha poi ancora sottolineato inoltre come gli inquirenti abbiano cercato in ogni modo di fare parlare l’accusata anche se ella aveva manifestato l‘intenzione di avvalersi del diritto di non rispondere alle accuse e interloquire prima con il suo patrocinante. Gli inquirenti hanno sistematicamente cercato di approfittare di momenti di vulnerabilità per coinvolgerla in chiacchiere informali ponendole domande specifiche alle accuse. Così sarebbe avvenuto quando la portarono dal giudice delle indagini preliminari; ed ancora quando acconsentirono di farle incontrare la nonna malata che non vedeva da tempo predisponendo apposta un trasferimento via terra durato 8 ore anziché in via aerea ed affidando il compito di accompagnarla ad un funzionario di alta esperienza negli interrogatori che colse l’occasione per darle proprio uno dei primi libri apparso su Clandestinità nazionalsocialista “La cellula – terrorismo di destra in Germania”; od ancora quando le fecero riavere degli occhiali in carcere a Colonia creando la situazione di un incontro estemporaneo per indurla a lasciarsi andare a confidenze. Dichiarazioni con le quali l’imputata si è aperta ai funzionari della polizia criminale, ma che per la difesa sono state estorte illegalmente e non possono essere  ammissibili processualmente; una circostanza che, ha indicato il difensore, avrebbe dovuto sollevare la stessa Procura Generale.

Ma anche tutte le altre dichiarazioni che l’accusata ha fatto ai giudici durante il processo quando ha deciso di cambiare strategia difensiva dovrebbero solo limitatamente trovare eco nella valutazione dei giudici secondo l’avvocato Heer. Mentre Beate Zschäpe era sottoposta ad una costante attenzione mediatica ed al pregiudizio, sotto un’osservazione costante e contraria alla dignità umana da parte del perito psichiatrico forense incaricato dalla Corte, ella non avrebbe neppure potuto scientemente valutare le conseguenze delle sue dichiarazioni; né il nuovo difensore Hermann Borchert era in grado per la mancata piena conoscenza delle risultanze probatorie pregresse al suo incarico di consigliarla adeguatamente. Beate Zschäpe pur rispondendo solo ai giudici avrebbe tuttavia preso posizione su tutte le accuse, con un modus operandi avvallato dalla Procura Generale. Dalle sue dichiarazioni, ha quindi sottolineato l’avocato difensore, non si dovrebbe neppure ricavare un silenzio parziale colmabile in via presuntiva.

L’avvocato Wolfgang Heer ha quindi attaccato frontalmente il Presidente Manfred Götzl ricordando che per la sua conduzione autoritaria la stampa tedesca ha coniato il neologismo “abgötzeln” ad indicarne la fermezza nei rimproveri. Ha accusato il magistrato di avere messo scientemente in difficoltà la difesa avendo avuto contatti con l’avvocato Hermann Borchert quando questi non era ancora neppure un membro effettivo del processo, senza avere invece informato lui ed i colleghi Stahl e Sturm delle intenzioni dell’imputata di fare delle dichiarazioni, ignorandoli volontariamente. Manfred Götzl non avrebbe neppure informato compiutamente i nuovi difensori sugli esiti istruttori pregressi e non avrebbe dato loro tempo per prenderne piena conoscenza, mettendo dunque in conto -ha inferito l’avvocato Heer- che nessuna delle due squadre di difesa scaturite dalla scelta dell’imputata nel luglio 2015 di affidarsi agli avvocati Hermann Borchert e Mathias Grasel avrebbe potuto patrocinarla adeguatamente.

Il Senato avrebbe poi danneggiato la difesa anche negando l’ausilio della registrazione  delle udienze ad uso processuale per permetterle la piena fruizione delle testimonianze. Un rifiuto che dimostrerebbe la volontà di assicurare ai giudici ed al perito d’ufficio, reo per l’avvocato Heer di avere presentato una perizia la cui metodica confinerebbe <con la lettura dei fondi del caffè>, di non correre il pericolo di essere giudicati successivamente. Mentre la registrazione delle udienze era già stata invece ammessa da molti tribunali e invero fu pure prevista nel cosiddetto Processo Auschwitz, una serie di giudizi istruiti negli anni Sessanta dal Procuratore Generale dell’Assia Fritz Bauer. Il giudizio, ha rimarcato il difensore citando un articolo di Eberhard Kempf apparso il 5 aprile sulla Die Zeit, coinvolse 360 testimoni e durò 20 mesi, mentre quello attuale per i crimini del gruppo Clandestinità nazionalsocialista ne ha visti sfilare ben oltre 800, inclusi diversi periti, e dura da più di 5 anni; quindi a maggior ragione avrebbe dovuto essere evidente l’opportunità delle registrazioni.

D’altronde, ha indicato ancora l’avvocato Wolfgang Heer, nell’opinione pubblica è diffusa l’impressione che siccome dagli imputati sono state presentate una dozzina di istanze di ricusazione avverso i giudici e nessuna di esse ha avuto esito positivo,  tutte fossero mosse da intenti di procrastinare il giudizio. Al contrario la percentuale statistica di successo non è indizio se un’istanza fosse concretamente fondata o meno, ha indicato; non è l’esercizio di questo diritto che costituisce un malfunzionamento, bensì come la Giustizia lo affronta e tendenzialmente sostiene sempre il giudice a scapito della difesa per concludere polemicamente che <anche in questo procedimento potrebbe sorgerne l’impressione>.

 

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Dopo che i magistrati all’inizio della mattinata avevano dato corso solo ad alcune istanze probatorie di facile risoluzione tra quelle presentate dalla difesa del coimputato Ralf Wohlleben nella comparsa conclusionale, ma rigettato quelle di maggior momento per la sua difesa che miravano alla nuova escussione di un testimone di estrema destra che avrebbe dovuto dimostrare che lui non avrebbe fornito l’arma di nove dei dieci delitti ascritti a Clandestinità nazionalsocialista ci si sarebbe attesi una nuova istanza di ricusazione del collegio giudicante. Invece la difesa di Ralf Wohlleben non ha obiettato alla decisione dei giudici, lasciando partire le ultime arringhe che continueranno nella settimana corrente e, salvo nuovi sviluppi, concluderanno il processo. La sentenza potrebbe dunque aversi già prima della fine di giugno.

L’avvocato Wolfgang Stahl fuori dal tribunale concede che si potrebbe rivelare poco efficace al tenore della sentenza che il collega Heer abbia attaccato direttamente i magistrati, ma sottolinea che era indispensabile porre in evidenza il clima di pregiudizio che ha accompagnato il dibattimento. Anticipa che nella sua parte evidenzierà che al contrario di quanto ha sostenuto la stampa -e per inciso anche qui si è fatto- non può giuridicamente sostenersi una complicità in capo all’imputata per il solo fatto che ella avesse deciso di convivere in clandestinità con Uwe Böhnhardt ed Uwe Mundlos non sapendo cosa facessero, se non in alcuni casi solamente ex post. A sostenere la tesi di una correità nei crimini dell’imputata ci sono effettivamente solo indizi, ma sono diversi e congruenti, tra gli altri che nei resti del covo che Beate Zschäpe ha dato alle fiamme si sono trovate almeno una dozzina di armi, che parrebbero francamente troppe per pensare che ella fosse del tutto all’oscuro della loro presenza e potesse credere che servissero solo per fare delle rapine o fossero pezzi da collezione. Ma soprattutto lo slogan nella video-rivendicazione che l’imputata ha spedito in 16 copie prima di consegnarsi: Clandestinità nazionalsocialista è una rete di camerati col principio “fatti anziché parole”.

 

Immagine di copertina: Pixabay, https://pixabay.com/it/non-sentire-non-vedi-non-parlano-3444212/

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TAG: Beate Zschäpe, clandestinità nazionalsocialista, Manfred Götzl, NSU, Wolfgang Heer
CAT: Giustizia

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