Cosa insegnano i fatti di Vasto sul dolore dei colpevoli e delle vittime

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3 Febbraio 2017

“Ha ammazzato un morto. L’odio non porta a niente. L’unica cosa che dovevano fare, Italo e Fabio, era incontrarsi. Parlarsi, abbracciarsi e piangere insieme. Magari sarebbero diventati amici, erano due persone buone. Insieme avrebbero cancellato questa maledetta campagna d’odio che seppellirà mio figlio e distruggerà del tutto anche lui”.

Non riesco a non trovare, in queste parole a Repubblica del padre del ragazzo di Vasto ucciso a sangue freddo due giorni fa, la perfetta traduzione umana di concetti scientifici di cui da qualche anno sento parlare molto nei convegni giuridici e davvero troppo poco al di fuori di essi.

In quelle parole, infatti, è condensato ciò che fonda il concetto di “giustizia riparativa”.

Qual è, o meglio: quale dovrebbe essere, il fine della giustizia, in generale e soprattutto con riferimento agli eventi colposi, che – per quanto gravi – sono e restano disgrazie, non certo eventi voluti da chi li causa?

Le voci più recenti vanno in una direzione ben precisa: la giustizia dovrebbe servire a riparare la ferita sociale che l’illecito ha comportato.

La giustizia dovrebbe prima di tutto essere in grado di ricucire quello strappo, lavorare sulle vittime del reato (le vittime in senso tecnico, ma anche – soprattutto in caso di eventi colposi – gli autori dello stesso) per consentire quanto più possibile il loro incontro e così permettere a chi ha sbagliato di riparare, in un modo auspicabilmente condiviso dalla vittima, alle conseguenze del proprio errore.

Conseguenze – è questo il punto – che prima che materiali, sono esistenziali e morali.

Su queste conseguenze, che sono le più laceranti, il concetto “novecentesco” di amministrazione della giustizia, pur con le evoluzioni cha ha indubbiamente avuto, riesce molto poco ad agire: quel concetto di giustizia resta totalmente burocratico, individuando il reato con violazione giuridica e la pena come conseguenza giuridica, volta a ricompensare il male causato (funzione retributiva) o al più a servire di lezione (funzione rieducativa).

Da questo rito – si è sempre più frequentemente rilevato – resta di fatto estraneo chi del reato è stato direttamente o indirettamente vittima, cui – al di là della possibilità dell’indennizzo meramente risarcitorio che però attiene solo alle conseguenze materiali – è consentito solo di assistere al male che al reo viene inflitto.

Questo solo è previsto per le vittime: la possibilità di gioire di nuovo dolore, come se farlo potesse restituire qualcosa.

Pura illusione e, in effetti, quante volte il commento delle vittime ad una sentenza di condanna è favorevole? quante volte la pena inflitta è da queste giudicata equa e appagante?

Praticamente mai.

Più e più volte si sono sentiti i parenti della vittima dolersi persino del massimo della pena, dire “nemmeno l’ergastolo mi ridà ciò che mi è stato tolto”.

E in effetti hanno drammaticamente ragione: il male non può compensare il male, la sofferenza che si aggiunge alla sofferenza non restituisce proprio nulla.

Il concetto di giustizia riparativa è stato per la prima volta elaborato dalla cultura giuridica nordamericana tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta ed è nato proprio da queste constatazioni: si è proposto allora un ribaltamento di prospettiva, in cui la giustizia e la sua amministrazione cominciassero a mettere davvero al centro le persone e le loro relazioni, essendo il reato prima di tutto una violazione (voluta o non voluta) delle relazioni umane, che crea l’obbligo di rimediare al torto commesso.

Ma appunto: perché questo possa avvenire è necessario lavorare sulla creazione di un incontro tra colpevoli e vittime, che non si sostituisce all’inflizione di una pena, ovviamente, ma deve affiancarla, seguirla e renderla così comprensibile e moralmente costruttiva per entrambe le parti.

La giustizia oltre che retributiva e rieducativa, dovrebbe insomma diventare anche riparativa, attraverso l’adozione di strumenti e iniziative, come la cd. mediazione penale, volti a realizzare per gradi l’avvicinamento tra le diverse posizioni che è il necessario terreno per una effettiva possibilità di riparazione.

Solo così le persone coinvolte in un reato tornano al centro e le loro esistenze hanno la possibilità di ripartire da qualcosa di più costruttivo e moralmente solido che il solo subire nuovo male (il colpevole) e vederlo subire (la vittima).

Ecco l’arco invisibile che lega quelle tesi scientifiche e le parole del padre di Italo lette questa mattina: “L’odio non porta a niente”, soltanto a nuovo odio; “Parlarsi e piangere insieme” è appunto incontrarsi, riuscire a riconoscere il dolore reciproco e a ricostruire qualcosa che non sia solo nuovo dolore.

Risultato tanto auspicabile quanto difficile, perché evidentemente richiede un cambio di cultura anche da parte delle vittime, ma che non si dovrebbe evitare di tentare.

Invece, sotto l’arco ideale che oggi collega quelle parole e quegli studi non esiste quasi niente.

I pochi tentativi di offrire forme di mediazione, oggi, sono un piccolo numero di pionieri, che agiscono e lavorano in forme di giustizia privata, completamente al di fuori del processo penale e quasi in assenza di ogni comunicazione con lo stesso.

Nel processo penale, le rare situazioni in cui si tentano forme di incontro riparativo sono quasi esclusivamente iniziative empiriche di singoli giudici, che ci arrivano sulla base del proprio buon senso e della propria esperienza personale.

Il più indifferente di tutti, come troppo spesso accade, è chi fa le leggi e che avrebbe dunque il potere di rendere generale e sistemico il riconoscimento di questo tipo di istanze, tentando un reale cambio di cultura.

I fatti di Vasto, però, dicono qualcosa che è persino peggio: chi ha scritto le leggi in tempi recenti, a volte, ha fatto peggio che restare soltanto indifferente.

Qual è stata la risposta alle istanze degli ultimi anni dei comitati e delle associazioni di vittime della strada?

L’invenzione dell’omicidio stradale, con l’innalzamento fuori da ogni logica delle pene e la creazione di una falsa etichetta che ha solo consentito di far chiamare assassini (e far trattare da assassini) coloro che, piaccia o non piaccia, a differenza degli assassini veri, hanno commesso illeciti colposi e non volontari.

Quella legge è stata uno degli interventi legislativi più miopi e violenti degli ultimi anni ed ora la realtà è sotto gli occhi di tutti: solo più dolore inflitto e più sofferenza per il colpevole; solo più odio che, in realtà, davvero “non porta a niente”.

Nulla è stato realmente restituito alle vittime ed ai comitati che hanno esultato di fronte a quella legge: la dimostrazione è tutta nell’esasperazione che essa ha portato in questa vicenda.

Proprio perché le pene più alte non hanno ridato nulla di esistenziale e morale alle vittime, nulla si è sopito ed anzi, in epoca di leoni da tastiera, tutto è andato oltre ed è divenuto reale, con le fiaccolate pubbliche, la pubblica demonizzazione del colpevole, la sua emarginazione e infine, drammaticamente, la sua esecuzione.

Oggi, a leggere i giornali, tutti puntano il dito contro quella comunità inferocita, che da mesi era aizzata contro Italo; nessuno però dice che chi in questi anni aveva il compito di dare risposte con le leggi, ha scelto la via più facile ma anche vigliacca.

Non si è avuto il coraggio di tentare un cambio di cultura, chiedendolo anche alle vittime, ma si è alimentata la pancia della gente, con soluzioni che hanno prodotto soltanto un gioco al rialzo drammatico e sterile.

“Una giustizia più veloce l’avrebbe evitato”, ha sentenziato l’arcivescovo di Chieti-Vasto, guadagnandosi il proprio trafiletto su ogni quotidiano italiano.

Nulla di meno vero, però; e non solo perché questa volta la giustizia stava procedendo a tempo di record e senza sconti: una giustizia più rapida non avrebbe evitato quanto accaduto, perché, per quanto alta la pena prevista dalla nuova legge, per quanto rovinata la vita di un colpevole di ventidue anni, nulla di quel dolore avrebbe minimamente alleviato la sofferenza e la rabbia di chi ha infine puntato la pistola.

Una giustizia diversa: quella sì avrebbe evitato che ciò avvenisse, salvando due vite e due famiglie.

Ma quella giustizia diversa, è purtroppo evidente, richiede troppe risorse e, forse, davvero troppo coraggio.

 

TAG: reato di omicidio stradale, Vasto
CAT: Giustizia, Legislazione

2 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 4 anni fa

    Che idiozia, che contraddizione delle norme, costituzionali e non, quali istinti di ” rabbia ” canina risiedono nell’ ” invenzione ” dell’omicidio stradale. I media assecondano questi istinti rivendicando solo il diritto-dovere di informazione senza voler educare. Certo. Ma una mano potrebbero pur darla.

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  2. silvia-bianchi 4 anni fa

    Oltre a quanto scritto nell’articolo, penso che sarebbe indispensabile (e probabilmente propedeutico) un aiuto psicologico ai parenti delle vittime, che li aiuti a superare il trauma. L’omicida dell\'”omicida stradale”, a quanto raccontano i giornali, andava ogni giorno al cimitero: la sua vita si era fermata al giorno della morte di sua moglie – insieme a quella di lei era finita anche la sua; porre fine anche a quella del colpevole non poteva che sembrargli l’unica “via d’uscita”… e di sicuro non lo ha aiutato una società che è ormai incattivita, abituata solo a cercare capri espiatori per qualsiasi problema, anziché pensare a soluzioni vere. Davanti alla tragedia del Rigopiano quanti articoli abbiamo letto sulle responsabilità della centralinista, del direttore dell’albergo, della provincia? E quanto poco invece abbiamo sentito discutere di prevenzione, di finanziamento della protezione civile, di educazione al rischio?
    Abbiamo bisogno di cambiare mentalità, di immaginare noi stessi come protagonisti anziché solo come osservatori passivi o, peggio vittime di tutto ciò che ci può accadere

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