Le due facce della sconfitta

25 novembre 2018

Pensavano di trovarsi di fronte una Unione Europea debole, divisa al proprio interno. Pensavano di trovare sponde in antiche amicizie, o forse in più antiche paure, in convenienze nate dal vento di follia che la storia lascia scivolare, nelle sue accelerazioni e nei suoi sanguinosi arretramenti leopardiani, dagli Urali a Finisterre e da immemori tempi ad alimentare l’animo nero e profondo del nazionalismo (altro che sovranismo, non pigliamoci in giro perché la storia ha parole precise per fatti identificabili). Pensavano che gli elettori fossero pronti a seguirli nella battaglia contro lo Spritz lussemburghese, lo spread ebraico, la moneta e la finanza della massoneria delle élite, neanche di quella un po’ paesanotta delle nostre lande, ma quella che tutto vede e tutto dirige purchè contro il popolo (roba da scemi pensarlo anche fosse vera).  Pensavano di non essere soli e che i burocrati fossero isolati nell’opinione pubblica e indeboliti dall’affievolirsi nei popoli e nei millennials dei ricordi del secolo breve e del massacro di una interminabile guerra civile lunga trent’anni quanto la precedente chiusa tra Augusta e  Westfalia.
Invece la Unione Europea più debole della sua breve storia, con un Monsieur Le President logorato dalle conseguenze delle sue riforme (l’attacco a privilegi di Air France e SNCF, per dirne un paio ancor prima dei campagnard vestiti di giallo e dei fascisti travestita dal giallo); con una Bundeskanzlerin che ha un tramonto infinito nei tempi stile Berlusconi ma tramortita dalle elezioni; un’Olanda la liberal, la trasgressiva, la aperta Olanda che non riesce a mettere insieme un governo che uno tra liberali divisi in tutte le famiglie possibili dopo aver bloccato nelle urne la violenza dell’estremismo; una Svezia anch’essa senza governo dopo un risultato elettorale dove l’immigrazione ha toccato pesante e dato spazio alla xenofobia in un paese che ha altre paure ma quella è quella che  dipinge sui muri.
Un’Unione Europea con i suoi organi democratici a fine mandato quindi deboli in onore alla democrazia, con un Governatore della moneta che viene da un paese che in quella moneta qualcuno fa di tutto per non far rimanere, pure lui a fine mandato e a fine della sua strepitosa vittoria continentale, quel quantitative easing che ci ha salvato e che impose a recalcitranti partner.
Beh, non ci crederete ma Theresa May e Matteo Salvini sono riusciti a farsi suonare come zampogne da queste smandrappate truppe dalle mille lingue brussellesi, a perdere non il passaggio elettorale, perché magari il maggioritario inglese e il “coso” italiano li salva, ma a perdere la partita politica della loro vita.
La May Ha chiuso un “parziale accordo” di 580 pagine dove ha portato a casa praticamente nulla e le rimane da negoziare l’aspetto più spinoso per quelli de “nebbia, il continente è isolato” e cioè il confine doganale irlandese con pendente la spada della fuga di Bravehearth e la Croce di Sant’Andrea che già pensa di passare da Union Jack a European Union come nazione autonoma, il loro miglior affare dalla perdita di Berwick-upon-Tweeda favore dei meridionali inglesi nel 1482.
Salvini invece pare il capitano vincente ma non lo è. Non ha più una sola carta in mano, glielo ha spiegato un attonito Paolo Savona che non si era accorto del ticchettio del tempo e che rimesso piede a Bruxelles ha capito di non avere un solo alleato o un solo interlocutore dopo che le sue parole sulla riforma dell’Unione non sono cadute nel vuoto, semplicemente non sono pervenute. E dopo che da economista keynesiano ha compreso che gli spazi per far fare buchi nel terreno sono già occupati dai buchi di bilancio.

Lasciata la May a ballare da sola Dancing Queen al suo congresso, a Bruxelles hanno fatto ciò che gli ha suggerito il mio ex e non più compianto amico Paolo Savona e cioè il “Piano B”: quello loro però. Scartato il solito Weidmann, il dottor Stranamore di BUBA e la sua strampalata idea che gli italiani sono ricchi quindi si paghino i loro debiti coi loro soldi, i tecnici con copertura politica hanno costruito in silenzio una serie di strumenti normativi e finanziari che, qualora Salvini riuscisse nell’obbiettivo di farci buttare fuori, la Commissione avrà tutti gli strumenti politici, giuridici e finanziari per arginare un possibile contagio ad altri paesi e la conseguente implosione del progetto europeo. Un piano B che smonta il piano A italiano di andare a battere i pugni sul tavolo con l’idea di portare a casa qualcosa per Di Maio e gli elettori leghisti del Nord perché toglie la minaccia del cataclisma europeo. Del genere, noi faremo gli italiani, ma l’Unione e l’euro rimarranno con o senza sovranisti, con o senza Putin, con o senza Trump perché loro passano ma i popoli europei sono qui da migliaia di anni e la guerra che non sia commerciale non la vogliono più vedere.

Non ci credeva nessuno ma è andata così, la Commissione e tutto il resto reggerà alla uscita di Sua Maestà e non patirà particolari conseguenze dalla uscita dell’Italia. Rimarrà un’area economica forte, finanziariamente interessante, industrialmente e tecnologicamente avanzata, sarà costretta a far più politica e sarà anche più facile perché i paesi che contano rimangono due con una area nordica amica e una iberica disponibile. E forse diventerà anche una potenza militare date le dichiarazione di Macron, l’unico che l’atomica l’ha davvero da queste parti, non solo Putin.

Cosa rimane a Salvini? Nulla, se non il suo piano B, cioè il suicidio della uscita dall’euro e dall’Europa contro il piano B europeo di cui sopra: indovinate chi vince? Salvini non ha preso voti sul Piano B, non è quello per cui al Nord lo hanno votato, quelle erano le tasse sui soldi che si facevano standoci in Europa.
La primaverà ci dirà. Salvini è già elettoralmente il leader del centrodestra raccogliendo i voti che il centrodestra ha sempre raccolto in questo paese, non di più e non di meno.

Ma non sarà più il leader politico del Paese perché qualcuno colmerà un vuoto che sappiamo benissimo esistere sulla leadership, sul piano elettorale e su quello politico.
Il prossimo leader avrà un unico piano che si chiamerà Piano A, che coinciderà con il Piano A europeo perché noi siamo europei, che invece di “prima gli italiani” dirà “Leali all’Italia”. E ascoltando in giro sono certo che non ci manchi molto a che qualcuno prenda in mano la bandiera. Anzi, le due, quella del Tricolore Risorgimentale e quella blu con le stelle. Magari però ricordandosi di Cattaneo, perché un piano B serve sempre… per chi ha orecchie e intende.

TAG: Brexit, europa, governo, Unione europea
CAT: Governo

4 Commenti

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  1. paolo-fusi 6 mesi fa
    Bravo Flavio!
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  2. ferdy 6 mesi fa
    concordo con chi mi ha preceduto.
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  3. vincesko 6 mesi fa
    Esagerazioni felloniane (da fellone) a senso unico. Firmato: un antisalviniano razionale, che conosce le regole europee, le prassi interpretative e i dati.
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  4. cantelmo19 4 mesi fa
    un articolo dev'esser un articolo. Non la lista di opinioni personali: quella di flavio pasotti è semplice spazzatura.
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