SE DIVORZIARE FOSSE PIù DIFFICILE, I MATRIMONI SAREBBERO PIù FELICI?

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13 Dicembre 2014

Il fatto che nel paese A i matrimoni durino molto di più, in media, rispetto al paese B, significa necessariamente che in esso ci si ami anche di più?

Nel paese A, stando ai dati di un importante istituto di ricerche sul rapporto di coppia con sede a Parigi, nel 2011 i matrimoni che duravano da 10 anni o più erano circa il 44% del totale, quelli tra i 5 ed i 10 anni attorno al 22%, quelli tra i 3 e 5 anni poco superiori al 10% ed il resto a seguire con rapporti più brevi, fino a circa un 5% tra 1 e 6 mesi. Nel paese B, i matrimoni in essere da 10 anni o più non arrivavano al 25% del totale, quelli tra i 5 e 10 anni erano circa il 15%, così come quelli tra i 3 e 5 anni, quelli tra 1 e 3 anni superavano il 20%, quelli tra 1 anno e 6 mesi raggiungevano quasi il 10%.

Altrimenti detto, fino al 2011 – e non ci sono particolari ragioni per credere che la dinamica di fondo sia nel frattempo mutata -, nel paese A i matrimoni, una volta “contratti”, duravano molto più a lungo, laddove nel paese B si notavano, invece, grandi flussi in entrata ed uscita, tanto che, per chi veniva coinvolto (per scelta propria o per decisione del partner) in un divorzio, il tempo medio per trovare un(a) nuovo/a compagno/a era di soli 4 mesi.

Infine, in entrambi i paesi un certo numero di persone, pur desiderandolo, non riusciva a sposarsi, ma nel paese A il numero di giovani involontariamente single era oltre quattro volte maggiore di quello dei più anziani, nel paese B soltanto il doppio.

Nel paese B è molto più facile, rapido e meno costoso divorziare che nel paese A.

In quale dei due, voi direste, la soddisfazione di coppia era più alta? Chi affermava di essere più felice? Gli stabili ed apparentemente devoti monogami del paese A od i più scanzonati ed avventurosi coniugi del paese B?

La risposta è in realtà molto chiara, sebbene per alcuni magari un poco inaspettata, in specie se si è abituati a leggere e sentire che cambiar partner con più frequenza è uno dei mali del mondo:

“[..] la mobilità delle persone tra matrimoni ed il tasso di creazione e distruzione di nuovi matrimoni sono relativamente alti nel paese B. Un recente studio ha rilevato che, in media, il livello di turnover è di circa il 30%. Ci si potrebbe aspettare di vedere un così alto livello di mobilità e basso livello di protezione del matrimonio riflettersi in una diffusa percezione di insicurezza. In realtà, ciò non accade, e le misure di sicurezza percepita qui presentate mostrano che nel paese B essa è ad un livello nettamente superiore a quello degli altri paesi per i quali i dati sono disponibili “.

Dunque, ricapitolando: il paese B, ci raccontano i dati, è (assieme agli Stati Uniti) uno di quelli in cui il senso di “marriage security” è più forte, mentre paesi dove si cambia partner di norma molto più di rado e divorziare è più complicato, come il paese A (o come la Francia) sono da molto tempo i luoghi dove l’insicurezza percepita è maggiore e la soddisfazione minore. 

Il punto è che una maggior facilità di separazione non agisce in primis, almeno nel breve termine, sul numero totale di matrimoni, come molto spesso viene ripetuto, bensì sulla loro qualità complessiva, facilitando un”match” migliore tra partner. 

Ed allora, certo, “un’unione stabile, tutelata e riconosciuta come il matrimonio è un bene per la società”, però, forse, ciò che alla fine conta davvero non è la sua indissolubilità, quanto che al suo interno ci si trovi reciprocamente a proprio agio; che decidere di lasciare o essere lasciati da un(a) compagno/a con cui qualcosa si è rotto non comporti una solitudine troppo lunga (e, preferibilmente, esista la possibilità di ricevere consiglio e supporto di qualità nella transizione); che si abbiano la possibilità, la libertà e la confidenza di abbandonare deliberatamente quelle relazioni dove si è fatta assente ogni traccia di intesa e di amore.

Altrimenti si finisce come nel paese A, dove in tanti, troppi, restano prigionieri di rapporti che ormai non hanno più nulla da dire (e da dare), e sono così abituati a tale situazione, tanto da ritenere persino che tornare – loro dicono “essere reintegrati” – sotto lo stesso tetto con un partner che li trattava malissimo sia cosa molto desiderabile.

Ah, il paese B è la Danimarca.

 

 

 

TAG: articolo 18, flessibilità, Jobs Act
CAT: Governo, Grandi imprese, Parlamento

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