I corpi intermedi nel nuovo scenario

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1 giugno 2018

Dopo un letargo di quasi novanta giorni i corpi intermedi dell’economia e della società civile si risvegliano in una nuova stagione della politica italiana. A parlare, in queste difficili settimane, sono stati soprattutto i leader politici e una base in subbuglio amplificata dai social network. Un perfetto esempio della disintermediazione che caratterizza il funzionamento della socialità nel suo complesso, politica compresa.

La nascita del nuovo governo sembra venire accolta con un generale sollievo, probabilmente anche da parte delle rappresentanze che non ne condividono contenuti e ideologia. Il superamento dell’impasse consente infatti di uscire allo scoperto per tastare il terreno dopo il compiersi degli eventi. Un atteggiamento attendista tutto sommato comprensibile, anche se forse un qualche pungolo come il famoso “fate presto” del giornale di Confindustria di qualche tempo fa non avrebbe fatto male.

Nel nuovo quadro politico le priorità non riguardano solo i contenuti dell’agenda da negoziare secondo i riti del “dialogo sociale”. Prima del “cosa” porre al centro del confronto con il governo si pongono per i corpi intermedi, e non solo a livello nazionale, almeno due altre questioni rilevanti e strettamente collegate.

La  prima riguarda il “come”, cioè il metodo che ispira il policy making. L’impressione è che con una compagine governativa che si regge su uno strumento di natura contrattuale l’impostazione dei “tavoli” di negoziazione sia giunta al tramonto. Potrebbero invece prevalere impostazioni basate sul confronto diretto su singole questioni formulate da una non sempre definita “base” (in forma di comunità se non di vera e propria crowd), rispetto alle quali i rappresentanti agiranno più come community organizer piuttosto che sistemi esperti. Un metodo che importa gli strumenti (e la retorica) della democrazia diretta anche nel contesto delle policy e che può funzionare finché si tratta di definire priorità, ma che forse rischia di avvitarsi quando si tratta di attivare più articolati e complessi processi di coprogrammazione e coprogettazione. Modalità che in alcuni ambiti, come il welfare, rappresentano il discrimine tra la gestione ordinaria e l’orientamento all’innovazione e all’impatto sociale.

Le seconda questione riguarda il “chi”, ovvero la direzione della rappresentanza. L’impressione, in questo caso, è che i corpi intermedi dovranno prestare più attenzione alla comunicazione interna piuttosto che alla predisposizione di “piattaforme” da sottoporre in senso top down al giudizio della base per poi avviare la negoziazione. Ecco quindi che dopo una stagione dove molte rappresentanze hanno investito soprattutto in comunicazione esterna marcando elementi di identità e valore, si rafforzeranno iniziative, competenze e relative infrastrutture tecnologiche volte ad accogliere e rielaborare sollecitazioni puntuali “dal basso”.

Quelli che sembrano solo riposizionamenti sono in realtà passaggi epocali che, per certi versi, riportano le reti nel backoffice della produzione, riassegnando centralità ai nodi come interfaccia sulla “realtà” anche per quanto riguarda la funzione di costruzione delle politiche. Una trasformazione figlia dei tempi e forse anche efficace considerando l’attuale morfologia della società italiana. D’altro canto si tratta di un rivolgimento complesso da gestire in termini organizzativi e ambivalente negli esiti perché rischia di frammentare le istanze e le relative proposte di soluzione in una fase in cui il carattere sistemico delle sfide – paese (lavoro, ambiente, innovazione sociotecnologica) è sotto gli occhi di tutti.

Sarà interessante verificare se da queste sollecitazioni nasceranno corpi intermedi di nuova generazione a fronte delle difficoltà incontrate dai progetti di riforma interna (come tra le PMI e le cooperative). Forme nuove di intermediazione e rappresentanza più centrate su elementi di filiera e su nuove conformazioni territoriali piuttosto che su matrici culturali e ideologiche che, come restituisce il nuovo assetto politico, hanno fatto il loro tempo. La riforma del terzo settore offre, da questo punto di vista, interessanti opportunità perché in fondo non è così complesso attivare forme innovative di rappresentanza e coordinamento attraverso lo strumento delle “reti associative”.

In questo nuovo scenario, tutto sommato, molte cose si rendono possibili. Per quanto riguarda gli esiti, invece, è solo questione di tempo.

TAG: corpi intermedi, elezioni, governo
CAT: Governo, Innovazione

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