FINALE DI SINDACATO

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1 Novembre 2014

In questi giorni stiamo assistendo ad una tensione inedita tra governo e sindacati. Inedita perché, lungi dall’essere un conflitto sulle politiche e sulle scelte, è una contrapposizione che mette in discussione il ruolo stesso dell’organizzazione della rappresentanza dei lavoratori. Siamo, di nuovo, a discutere di un punto che qui, sugli Stati Generali, mi pare centrale: qual è il ruolo dei corpi intermedi nella società postmoderna e disintermediata?

Marco Revelli nel bel libro “Finale di partito”, al quale ho impudentemente scippato il titolo di questa riflessione,  affronta la crisi di fiducia che ha investito i partiti che, incapaci di rinnovarsi, in questa società disarticolata a volte finiscono per essere un lacerto dell’edificio in macerie che è lo stato novecentesco. E il sindacato? Lo stesso.

Revelli argomenta da politologo, io vorrei spostare la riflessione sul piano della comunicazione e quindi delle modalità in cui le attuali organizzazioni sindacali hanno scelto di interpretare il proprio ruolo nel dibattito pubblico e di converso di come il Governo ha scelto di porsi in relazione con le organizzazioni che fino ad oggi hanno svolto la funzione di rappresentare i cittadini e i lavoratori. Matteo Renzi  ha interpretato la profonda crisi di fiducia nelle istituzioni che da oramai 10 anni si aggrava in misura crescente, cercando un rapporto diretto con la società e i cittadini. Che il partito potesse dettare la politica agli eletti, che  potesse scegliere le candidature in autonomia, che i sindacati potessero concordare con il governo le politiche economiche e sociali e che i media fossero i depositari della mediazione dell’informazione: sono queste alcune pietre fondative del novecento politico della cui crisi il renzismo ha preso atto.

Ma al netto di ogni giudizio di merito, vale la pena interrogarsi sul metodo. L’Italia si è trovata in una situazione affatto singolare. Transitato attraverso la dissoluzione del vecchio sistema dei partiti in un limbo politico in cui alle trasformazioni sociali non si sono accompagnate narrazioni in grado di sostenerle, il Paese è stato governato in questi ultimi due decenni da istituzioni che si riflettevano in corpi intermedi che continuavano a leggere il mondo con gli occhiali del secolo precedente. Matteo Renzi ha scelto di cambiare gli occhiali: ha scelto di costruire un nuovo racconto, di disegnare un campo di gioco diverso entro cui provare a fare correre il pallone. Non si tratta, si badi, di dire se gioca o non gioca bene, ma di comprendere che ha spostato il gioco in un altro stadio.

Comunicare significa, in fondo, costruire storie che rendano comprensibile la realtà. Il mondo non esiste fuori dal linguaggio che lo racconta e allo stesso modo non esiste una verità al di fuori di un discorso che la definisce. E allora è su questo che si misura l’efficacia di una strategia di comunicazione. I sindacati hanno scelto di tenersi stretto il vecchio campo da pallone, si aggrappano a parole solide e forti: diritti, lotta, sciopero, padrone, operaio, dipendente. Il racconto di Renzi parla di opportunità, merito, impresa, collaborazione, protagonismo. Due racconti diversi della stessa cosa, ma, mentre il secondo viene definito in una cornice di innovazione e futuro, il secondo rimanda ad un adagio che per quanto familiare suona vecchio.

Incapaci di trovare nuovi linguaggi e nuove storie, ai sindacati non è rimasto che lucidare i propri ottoni e riesumare il vocabolario del conflitto sociale: manifestazione, sciopero e poi… Già, e poi? Dopo aver sentito Camusso e Landini invocare i fantasmi dell’autunno caldo, la sensazione è quella di essere arrivati al finale. Invece di giocare sul campo offerto da Renzi o, meglio, di proporne uno nuovo popolandolo con un orizzonte simbolico inedito e più capace di farsi strada nella società italiana magari oltre il renzismo e oltre la Leopolda, i sindacati hanno scelto di giocare in difesa nel sicuro dell’erba di casa. Il risultato è un declino; se non verso l’irrilevanza politica (il rischio è reale),  di certo lungo un piano inclinato che li rende sempre meno in grado di generare consenso e rappresentanza.

E il punto è tutto qui. Nella capacità di rappresentare e di essere corpo intermedio che viene meno tanto più il sindacato ha perso la capacità di fare reagire la propria esperienza e la propria storia con il cambiamento sociale e delle parole che lo descrivono. Una sorta di afasia metaforica che paradossalmente priva i lavoratori di una voce nuova e comprensibile che consenta loro di nuotare in una società liquida.

@matteocolle

TAG:
CAT: Governo, Media, Sindacati

2 Commenti

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  1. Marco Giovanniello 6 anni fa

    Innanzitutto a che cosa servono nel 2014 le confederazioni sindacali anticamente divise per affiliazione ideologica, anziché una confederazioni dei sindacati di categoria come il TUC britannico? Quanto dovremo aspettare per vedere la rottamazione i CGIL, CISL e UI e dei ridicoli nani di destra, capaci solo di partorire una Polverini? Sono già passati 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino…

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  2. Enrico Veronese 6 anni fa

    trovo ad esempio che “diritti” sia un termine dalla vocazione eterna, non confinabile nella categoria del vecchio. e d’altra parte è difficile pensare che il perimetro narrativo renziano -per come esposto qui sopra, con date locuzioni- sia in continuità non dico con la sinistra socialdemocratica, ma anche solo con il laburismo cattolico da cui l’esperienza politica dello stesso leader prende le mosse, un’era fa.

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