Caro Salvini, un lenzuolo ti seppellirà

19 Maggio 2019

Con buona pace delle lenzuola della Isoardi così ben fotografate, segretamente tenute ma fatte svolazzare, direi intravvedere, ad ogni intervista, non ero a Milano e non ho ascoltato Salvini e dei giornali mainstream non mi fidavo molto neanche prima quando erano solo “corazzate”, figuriamoci adesso. Ma le impressioni contano, e stavolta ho l’impressione che ieri Salvini si sia chiuso in una gabbia ricca di contraddizioni, non povera di voti ma politicamente definita e definitiva. A breve tutto dipenderà dall’affluenza alle urne: se scarsa il suo sarà un risultato molto buono, se discreta prenderà meno di quanto sia il potenziale del centrodestra in Italia che da sempre è superiore a quello del centrosinistra.

Insomma, ieri ha fatto la chiamata alle armi dei “suoi” scartando l’ipotesi di essere un leader moderato e applicando al proporzionale i principi del maggioritario: o con me o contro l’Italia. Lo ha fatto a Milano, il posto più sbagliato che potesse scegliere perché Milano non è un problema di centrosinistra al potere ma di una città che non ha bisogno di lui, disintermediata dalla sua politica e dal suo (scarso) potere e i cui cittadini si sono permessi lo scherno dei lenzuoli rispetto alla pernacchia napoletana. Come dire, una risata ti seppellirà.

Salvini non incarna una politica come lo era l’autonomismo di Bossi o, se non marginalmente attraverso la fantascientifica proposta della tassazione al 15%, la rivolta delle partite iva che ancora è carne viva al Nord. Trova invece la sua dimensione non con una proposta politica ma, apparentemente, una risposta valoriale: l’ordine dei grembiulini a scuola, il blocco della manciata di immigrati, soprattutto il rosario. Questo rifarsi alla religione facendo irrompere sulla scena quella più radicale, quasi lefebvriana così lontana da Montini papa del Concilio ma arcivescovo di Milano è uno stupefacente segnale di debolezza, non di forza. Di chiusura verso il mondo, non di apertura verso le soluzioni. È questo rivolgersi a un Dio che non c’è il primo grande segnale di debolezza, il primo pezzo della sua gabbia perché, per quanto anche l’Italia viva la laicizzazione della società europea molto più di quella americana, non possiamo non dirci cristiani (senza citare chi lo scrisse nel ’42). E il rosario agitato da un palco non è un richiamo ai cattolici ma per loro un fastidio; e per i laici l’impressione che non avendo idee vai a cercare quelle degli altri, che non avendo idee riproponi una cosa che abbiamo impiegato secoli a cancellare e cioè la guerra tra le religioni: ma non passa il messaggio che sei contro l’Islam, passa il messaggio che stai dividendo il mondo cattolico perché tu, Matteo, non sei un partito cattolico, non sei la Democrazia Cristiana dove mai nessun leader si presentò a un comizio nemmeno col Vangelo.

Il secondo pezzo della gabbia è quella plastica figura di nani della politica europea, Le Pen a parte, che il giorno dopo le elezioni saranno pronti a dire in nome del loro nazionalismo che gli italiani sono il peggio. Una banda di nani, nani anche nei loro paesi, che rappresentano un sentimento identitario sempre esistito nel continente, che aveva abbassato la testa seppellito dal sangue delle guerre ma che non è cancellabile perché la politica lo combatte ma è anch’esso prepolitico e che, come dimostra il caso austriaco, sono dei nani a tutti gli effetti, strumento russo di destabilizzazione dell’Europa nel quadro della riaffermazione di Mosca come potenza globale e non regionale.

Il terzo pezzo della gabbia, che richiederebbe un bel ragionamento e che qui si accenna, è che se sei sovranista, nazionalista e cristiano da supermarket, non sei il “buonsenso” anche se parli bene; e non sei la risposta alle due Italie che esistono, eccome se esistono e ben più che ai tempi del Senatur. Non è solo la differenza estetica tra quota 100 e reddito di cittadinanza a farlo capire, e nemmeno i mugugni antigovernativi della ormai insofferente base leghista: sono le periferie romane e napoletane così lontane da quelle di Vicenza o Milano. Ciò che fa la differenza è la diversa condizione dell’ultimo vagone, quello più pesante da trainare e rimettere in sesto per la politica e le amministrazioni. Roma sembra la New York pre-Giuliani dove l’ordine dalla 8° al fiume lo tenevano le bande. È la terra dei Casamonica, di Forza Nuova e Casa Pound. Il Nord ha i suoi problemi ma non sono quelli, il Nord è sempre più insofferente all’arretramento dello stile di vita dovuto al calo di potere di acquisto, alla burocrazia sanitaria, alla paralisi governativa, all’idea che per “aiutare” il Sud si debba uscire dall’euro che sarebbe la mazzata finale sul nostro sistema produttivo (Bagnai e Borghi interpretano una assoluta marginalità di quelli che ancora ricordano la lira senza mai essere stati esposti al mercato, le aziende al Nord si sono adattate alla moneta in un batter d’occhio e ne hanno fatto un punto di forza). La rinuncia salviniana all’autonomismo come priorità viene camuffata dal sentimento antigovernativo, anti M5S, ma senza quella rinuncia salta il disegno “nazionalista” di Matteo perché le due cose, autonomismo e sovranismo, sono tecnicamente inconciliabili.

L’ultimo pezzo di gabbia è Marine Le Pen con la sua strabordante personalità ma con il marchio indelebile del nazionalismo criptofascista. È Salvini un fascista? No, ma è pronto ad assomigliargli finché sarà convinto porti voti. Ma l’alleanza politica con Marine lo condanna all’isolamento internazionale, non è questione di voti ma di rapporti di forza politica. E quella sfilata di nani e ballerine che fanno da contorno ai due novelli Fred Astaire e Ginger Rogers, non sono né il centrodestra italiano né una prospettiva politica solida: sono solo lo spettacolo dato in pasto alla pancia impaurita di un paese il cui orizzonte temporale è solo la continua campagna elettorale. Si andrà a votare di nuovo dopo le europee perché la dimensione della politica di Salvini non è il governo ma la campagna elettorale, e senza campagna elettorale Salvini non esiste, si rassegnino i non brillantissimi strateghi del Quirinale.

Fatta la gabbia, definito il profilo dell’elettorato leghista così diverso da quello della destra berlusconiana che mascherava sotto il doppiopetto le stesse voglie, non le accarezzava ma le controllava, chi la chiude la serratura? I secondini, ovvio, ed è la paura leghista di oggi: l’ormai evidente conflitto sui e tra i servizi di sicurezza, il Quirinale tirato per la giacca da esponenti del Consiglio Supremo di Difesa, gli arresti, le indagini, in una parola la Magistratura. E questo è l’antico vizio italico, dove ci si appella al re non per avere giustizia ma per far fuori il nemico (che ci mette del suo avendo bravi e scherani conclamatamente di “bassa lega”). Mi spiacerebbe: Salvini va battuto con voti e lenzuola. Se cadrà al tintinnio di manette, avremo perso l’occasione che ci ha dato di far crescere la cultura politica del Paese dal prepolitico che è lui a qualcosa di meglio. Qualcuno gioirà comunque, per me sarebbe un’occasione persa comunque. Ah, ovviamente nel frattempo nulla di nuovo sul fronte occidentale del PD: nemmeno Montalbano, ché sono tutte repliche.

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TAG: elezioni, europa, governo, matteo salvini, politica
CAT: Governo, Milano, Partiti e politici

3 Commenti

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  1. davidegiacalone 1 anno fa

    Bravo. Dal che discende il vero problema da affrontare: l’Italia che funziona ha perso rappresentanza.

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  2. davidegiacalone 1 anno fa

    Bravo. Dal che discende il vero problema da affrontare: l’Italia che funziona ha perso rappresentanza.

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  3. massimo-crispi 1 anno fa

    Tutti hanno perso rappresentanza perché tutti i politici vogliono rappresentare tutti non avendo idea di come fare.
    La politica di oggi rappresenta solo sé stessa, a qualsiasi livello, in qualsiasi partito o movimento. L’autoreferenza, supportata da selfie e twitt e pisciatine fuori dal vaso di qualsiasi persona pubblica e non, significa solamente che il narcisismo ha raggiunto livelli patologici siderali e che niente altro conta. Figurarsi se coloro sarebbero in grado di rappresentare qualcuno se non sé stessi.

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