La politica degli opposti (2) – Può politicamente rinascere il PD?

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27 gennaio 2019

Un precedente post, La politica degli opposti (1), si era soffermato su una riflessione generale, attraverso la voce di Hirschman e del suo scritto “Exit, voice and loyalty”, sulla questione riguardante i meccanismi dell'”uscita” e della “voce” e il ruolo giocato dalla “leatà/deflezione” nel rafforzare i due meccanismi principali. In questo sequel si proverà ad entrare nel merito della questione pratica, applicando tali riflessioni nell’arzigogolato contesto politico italiano e provando a delineare quale potrebbe essere in linea di massima la strategia più utile che, sempre in relazione con Hirschman e alle riflessioni fatte sul suo lavoro, determinano un posizionamento utile. Ovviamente, ogni lettura proposta è del tutto ipotetica e invia prospettica. Si basa su percezioni proprie e non intende proporsi come previsione del futuro da “sfera magica”.

Per incominciare bisogna proporre sia qualche definizione che circoscrivere il contesto socio-economico in cui stiamo vivendo:

  • La prima definizione deve essenzialmente individuare chi o cosa è l’elettore: nella riflessione che verrà posta si considera l’elettore, ma più in generale l’essere umano, come un essere ricettore di informazioni sulla base dell’esperienza, fortemente determinata dai contesti vissuti, sulla quale si genera una personale gerarchia elastica di questioni prioritarie a cui cerca risposta, tramite la politica e i politici. Tale definizione si stacca fortemente da l’essere razionale a cui determinati politici sembrano fare appello nel momento in cui richiamano l’elettorato. La scelta dell’elettore non sarà mai totalmente di testa, una percentuale di pancia troverà sempre il suo spazio. Ogni persona è attaccata a questioni prioritarie, a cui si da facilmente un peso sproporzionato nel giudicare e decidere, in senso positivo o negativo, una determinata linea. La medesima fiducia che si instaura tra l’immagine di un politico e l’elettore è altamente influenzata da giudizi personali che prescindono l’analisi dei contenuti: l’aspetto fisico, il modo di declinare le questioni e rappresentarle al popolo, come ieri e a maggior ragione oggi, sono aspetti estremamente influenzanti del pensiero dell’elettore. Esistono e vanno presi in considerazione.
  • Per quanto riguarda il contesto sociale ed economico bisogna prendere atto della rottura tra il diretto collegamento tra partito di richiamo e ceto sociale di appartenenza. Se esiste ancora, in linea di massima, una conseguenziale appartenenza questa si è fatta inevitabilmente più complessa e un adeguamento alla nuova struttura sociale sembra essere ragion di sopravvivenza di una qualsiasi forma di partito politico. Col trapasso verso una società contemporanea, a partire dagli anni ’70,  la crisi delle politiche keynesiane, e la maggior difficoltà di un loro utilizzo, oltre all’avvio della globalizzazione e dei sui dirompenti effetti sul sistema produttivo, hanno sempre di più reso labile tale relazione. In contemporanea, quindi, da una parte la fine delle politiche keynesiane certifica il lento trapasso verso il neoliberismo con l’inizio delle pressioni deregolatevi e la sempre più impotenza di poter in qualche modo ottemperare alle disfunzioni del capitalismo e dei suoi effetti negativi sulla disoccupazione e il mercato abitativo, dall’altra la globalizzazione ha reso impossibile per lo stato il controllo del mercato, il quale si è fatto assai più largo dei confini nazionali, in conseguenza alle tecnologia applicate per la dislocazione industriale e nel movimento dei flussi di denaro nel mercato finanziario. Il lento loop transitorio, di cui non si è giunti ancora a conclusione, implica la ricerca di un difficile equilibrio tra protezione dei posti di lavoro intensivi di basso livello e lo sviluppo di settori di alto livello e dell’economia dei servizi, all’interno di una disponibilità di risorse ristrette, in cui la conversione del lavoratore industriale verso i servizi comporta inesorabilmente esuberi. Se la riproduzione dei rapporti e di rappresentanza politica rispecchiavano la riproduzione economica del lavoro, quali sono oggi i partiti e le forze che rispecchiano la nuovo sistema economico? E’ questa la domanda che merita una risposta.

Il connubio tra questi due punti dovrebbe risultare chiaro: in un epoca transitoria viene a modificarsi anche la percezione delle priorità che generano gli interrogativi degli elettori in relazione alla pressione che sentono di subire. Se l’elettorato risultava in buona parte socialmente strutturato e definito all’interno di un determinato comparto socio-lavorativo di riferimento, il cambiamento delle percezioni mettono alla prova la lealtà verso un partito (cioè l’attitudine dell’elettore di continuare a dare fiducia davanti alla percezione di uno scadimento) in conseguenza a quel che altre forze mettono in campo, cioè il loro immaginario. Oggi, l’elettorato sembrerebbe da considerare non più statico, ma altamente dinamico, composto da un’insieme complesso di percezioni in perpetua rigenerazione che tendono a slegarsi, mescolarsi e rilegarsi in risposta agli avvenimenti in atto. Se un disegno politico in passato sembrava disegnare una visione lineare che garantisse all’elettorato di riferimento la possibilità di uno specifico andamento della vita, in contrapposizione allo schieramento opposto, oggi, tale forma risulta difficilmente applicabile: la tutela di un comparto si mischia inevitabilmente alla necessità di attrarne altri, ma, allo stesso tempo, gli elettori dei diversi comparti sono più fluidi. La chiave diventa la capacità di posizionamento dei partiti (ma anche dei personaggi che lo rappresentano), con il relativo peso, su questioni plurime che vanno a sovrapporsi sia su questioni portanti di un determinato partito politico, che, su questioni emergenti che riguardano invece eventi chiave e possibili della vita quotidiana delle persone (che trascende la diretta appartenenza politica). Da questo lungo presupposto si può proporre qualche riflessione aggiuntiva più specifica:

  • Una prima riflessione deve partire dal risultato delle ultime elezioni di Marzo 2018 in cui si è visto un grande vincitore, il M5S, una grande sorpresa, la Lega, uno sconfitto, FI, e un perdente, PD. Molti analisti hanno ricondotto tra i principali motivi dei due successi al reddito di cittadinanza (o una forma di reddito pubblico condizionato) per il M5S, che fa appello alla fragilità socio-economica (che polarizza tutto il sud d’Italia) e la questione sicurezza, da parte della Lega, che invece ha fatto enfasi sulla percezione (anche esasperandola) di un aspetto sensibile alla vita quotidiana di molte persone. C’è da chiarire che l’esasperazione è possibile su qualcosa che è sentito e percepito come almeno prossimo o possibile, altrimenti non esiste base su cui creare un’aspettativa (ci tornerò più avanti). In contorno ai due cavalli di battaglia, per entrambi, gioca un ruolo fondamentale la Riforma Fornero e il tema del pensionamento oltre che la pressione fiscale che trova nella lega la flat tax.
    Se per FI si può concludere la vicenda con una sconfitta nella supremazia del CD, per il PD, l’atteggiamento sembra figlio di un post altamente condiviso titolato “Guardiamoci negli occhi” in cui l’autore, Francesco Costa, riassume l’esigenza di votare PD come unica scelta possibile, al di là dell’opinione in merito derivanti dalle scelte politiche fatte durante l’ultimo mandato e le opinioni espresse nella campagna da poco conclusa. Fare appello ad una supposta responsabilità dell’elettore in nome di una scelta razionale, almeno per l’autore, risultata totalmente irrazionale nell’ottica dei metodi di scelta individuali, in cui, come si è detto, ognuno di noi è portatore di percezioni, più o meno consolidate, a cui cerca risposta ad una personale gerarchia di questioni. Avete mai visto qualcuno favorevole a qualcosa su cui non è d’accordo o che non rispecchia un proprio gradimento? Nel momento in cui la scelta è libera, mi risulta difficile.
  • Se la politica è fatta da narrative, le narrative attive hanno un vantaggio rispetto le narrative passive. Cosa si intende? Le narrative attive che determinano un immaginario (non è qui il luogo e il momento per discutere su quanto una narrativa è veritiera o estremizzata), quindi, riescono ad avere un maggior successo rispetto le narrative che negano l’esistenza di quelle narrative senza proporre a sua volta una narrativa percettivamente credibile. Il termine “percettivamente” non è casuale. L’esempio che si può fare è sulla questione “sicurezza ed immigrazione”: per quanto può essere discutibile la riconducibilità delle ragioni del quesito per come è stato posto in particolare dalla Lega, la narrativa contrapposta non può essere contrastata da un numero statistico, come recentemente è stato fatto. La narrativa 8,51% su scala nazionale, contro il 17% percepito, risulta una narrativa passiva che non intacca minimamente la narrativa portante. Prima di tutto, banalmente, il numero statistico riporta una verità asettica, che se pur incontrovertibile, è lontana dalla pelle del percepito. La coscienza che le persone si fanno di un fenomeno è in base a ciò che incontrano nel cammino quotidiano, sulla porzione di territorio in cui si esercita la loro vita abitativa, lavorativa e del tempo libero, ma anche sulla situazione dello spazio circostante, in timore di essere i prossimi, e della sua evoluzione nel tempo. Se il livello percettivo si può considera come un segnale, esso non può essere banalmente negato per il semplice fatto che chi è in cerca di un riconoscimento alle sue questioni escluderà automaticamente coloro che non intendono trattare il problema in quanto considerato inesistente o irrilevante. Il risultato è lasciare il campo ad altri. Poco importa se “l’invasione” non è reale nel momento in cui la contromossa è negare totalmente l’esistenza. Il 17% percepito deve essere comparato nel percorso quotidiano, abitudinario e nell’esperienza personale e dei conoscenti, inquadrata nel contesto e scala in cui si è sviluppata la coscienza. Molti commentatori scopriranno che quel dato può essere anche sottostimato. Comparare dati che si costruiscono in maniera diversa non solo è totalmente sbagliato, ma rischia di essere controproducente per chi sostiene che la percezione elevata rispetto la statistica è solo effetto di un offuscamento mentale. Se non si prende seriamente una questione, non ci si deve sorprendere che chi, giustamente o in errore conta poco, sente la questione prioritaria dia il suo voto a chi pone attenzione alla questione (in maniera fattibile o meno) invece che a coloro che la percezione è una domanda da “chi vuol essere milionario?”.
  • La stereotipizzazione di un elettorato rischia di essere un’altra arma spesso inconcludente, soprattutto se si deve recuperare i voti. Per quale motivo? I principali rischi riguardano la percezione della persona verso la scelta fatta e la mancanza di una risposta attiva che li faccia cambiare realmente idea. Se la stigmatizzazione porta alla creazione di un possibile dubbio rispetto ad una scelta fatta in conseguenza all’immagine che viene caratterizzata (tra le più gettonate, fascista, ignorante, incompetente) pone il colpito in una posizione di supposta inferiorità e colpevolezza (secondo gli accusatori). Se si deve recuperare voti persi, più che la stigmatizzazione che colpevolizza si dovrebbe comprendere i motivi di tale scelta (questo sarà il prossimo punto di riflessione). Nel momento in cui la stigmatizzazione diventa eccessiva, subentra il meccanismo della fierezza o del riconoscimento di se stesso al suo interno in un’ottica, però, di rafforzamento della scelta presa. In caso contrario, il senso di colpevolezza ed errore tende più verso una posizione di boarderline piuttosto che in una certificata remissione dei propri peccati: la persona tende a restare inconsapevolmente vigile sull’andamento delle questioni che l’hanno spinto a considerare, almeno in determinato momento, la scelta più adatta. C’è sempre da ricordare che la nostra percezione tende a lavorare in tempi molto più stretti rispetto ai tempi politici. La percezione lavora più vicino ai tempi giornalistici, da qui l’importanza di come l’informazione declina determinati fatti, eventi e questioni, e solo sul lungo termine si è in grado di fare un bilanciamento tra quanto i personali quesiti hanno trovato risposta e se, in conseguenza, riconfermare o no la fiducia (anche nel caso di fallimento i motivi contano). Il voto si basa su ciò che stato fatto nel passato, ciò che viene proposto. Ma è un voto di sintesi, ciò che non è piaciuto può essere compensato da altro e ciò che si è promesso, ma non è stato fatto, può restare prioritario e confermare il voto in assenza di proposte di indirizzi simili e alternative. Risulta anche interessante soffermarsi sul fatto che, la mancanza di una linea interna al PD porta all’unica possibilità di avere una linea comune che sia automaticamente in contrapposizione alla linea di Governo (spesso identificato in maniera intelligente come Governo Frankenstein). Questa unica via risulta facilmente prevedibile. Infatti, a seconda del posizionamento dei del Governo, la risposta del PD è diametralmente opposta (in questo momento mi sfuggono momenti in cui non lo è stata), su qualsiasi tematica e risulta facile intuire come essi si riposizioneranno in conseguenza ad una evento o affermazione. Sorge il dubbio che in determinate questioni, la strategia comunicativa del PD (privo di linea politica) sia indotta dalla declinazione scelta dalla maggioranza. La tempestività con cui certi commentatori tendo a commentare la notizia, come se fossero al varco, spesso si trasforma in qualcosa di fittizio in cui l’enfasi manifestata sembra sproporzionata alla realtà dei fatti e di come sono poi percepiti. A lungo andare rischia di far calare la credibilità anche quando esiste un merito con la diretta conseguenza di far diminuire l’effettivo interesse per quello che viene detto. Qualcuno potrebbe riconoscere un comportamento speculare che con l’opposizione del governo precedente (ora al governo) in cui le controdeduzioni si racchiudevano nel “dicono sempre di no”. Come detto, si può dire di no e creare un immaginario attivo quando all’interno delle ragioni del “no” emerge un’alternativa ritenuta possibile e influente sulla vita di tutti i giorni. Ora, all’interno del “no” personalmente faccio fatica a rispondere al “… e quindi?” che in qualche modo dovrebbe dettare una linea possibile alternativa. A immaginari si deve ribattere con altri immaginari, la negazione di un possibile immaginario non implica la creazione di uno nuovo. Tra il “niente” e il “qualcosa”, tende a vincere il “qualcosa”, in caso di dubbio e a lungo andare porta a delle riflessioni in merito.
  • In contrapposizione alla stigmatizzazione per suscitare il ritorno del figliol prodigo ci dovrebbe essere il posizionamento in conseguenza dei motivi per cui il figlio si è allontanato. E’ chiaro che il riferimento è al PD e alla marea di voti, almeno in percentuale, che ha perso. E qui la questione si fa grossa e complicata. Come riposizionarsi nel momento in cui le strategie dominanti sono già pienamente occupate (percezione della sicurezza, percezione della debolezza sociale le quali spesso si sovrappongono)? Soprattutto nel momento in cui la sensazione è quella che la sconfitta derivi dalle linee politiche affermate in precedenza? Fino a che punto è possibile rinnegare quello che si è fatto in precedenza? La strategia del PD sembra per ora quella della speranza che chi è al Governo fallisca nel portare a casa i suoi progetti ed essere, di conseguenza, percepiti con vincitori in assenza di alternativa. Questa supposizione può essere confermata da due motivi: il primo è la mancanza di una discussione interna, che solo ora sta iniziando, che cerchi di spiegare il motivo di una sconfitta e che concluda la ricerca di un nuovo leader che detti almeno una linea. Finché la battaglia non entra nel vivo, nuove possibili linee non esistono. Il secondo punto, in conseguenza, determina il contenuto della linea politica. Quanti voti si possono ritrovare confermando la strategia politica che ti ha portato alla sconfitta? E’ possibile recuperare voti senza sovrapporsi alle strategie altrui? La questione diventa ancora più complicata: sullo scadere della legislatura la maggioranza PD ha recuperato consenso con Minniti e una politica migratoria più dura e, proprio sullo scadere, introdotto il REI, reddito di inclusione. Le due strategie vanno a sovrapportisi e in qualche modo anticipare, con Minniti, le attuali politiche di Salvini (ovviamente ora sono più spinte, ma non in controtendenza) e, con il REI, quello che sta per essere il reddito di cittadinanza (di disoccupazione): ricordate il “Il reddito di cittadinanza c’è già e l’ha fatto il PD. Si chiama REI”. Le due strategie sono state troppo tardive per stravolgere l’appartenenza politica della battaglia e rischia solo di fare pubblicità all’avversario oltre che creare disguidi futuri e, nel caso del REI eccessivamente soft rispetto al minimo necessario. Stesso identiche errore era stato fatto da Renzi nel voler combattere la casta. Se non puoi battere l’avversario, meglio collaborare. Questo sarà il prossimo punto.
  • Si è detto che l’elettorato tende a essere più fluido e frammentato nelle priorità rispetto a quando economia-società-politica potevano essere ricondotte più facilmente in un determinato insieme di credenze e priorità. Nell’articolo precedente si è anche detto che il bipartitismo, nel momento che si aggiunge un terzo incomodo, deve riposizionarsi più lontano dal centro in quanto, il consenso generato “agli estremi” di una linea immaginaria ora non è più privato della possibilità di uscita (cambiare voto): restavano sostanzialmente scoperti e diventa più complicato massimizzare il consenso tendendo verso il centro. Quindi, nel momento in cui viene a mancare la complementarietà delle opinione tendenti al centrismo, diventa fondamentale che l’inevitabile allontanamento dal centro trovi una strategia che sia in grado attirare il consenso altrui (che non per forza equivale allo scontento verso un’altra forza). Polarizzarsi senza una capacità minima di sovrapposizione di tematiche sicuramente porta a distinguersi, ma corre il rischio di cadere nella totale ininfluenza e solo più raramente in un grande successo. Infatti, il successo di Lega e M5S trova riscontro nella capacità di distinguersi, ma di giocare sulle tematiche totalmente esclusa dal PD, migranti per la Lega, e le tematiche di sinistra, come il reddito, per il M5S. La sovrapposizione in distinzione ha avuto il suo chiaro vantaggio.
  • Se la sovrapposizione in distinzione è il meccanismo attraverso la quale, o almeno il principale, su cui si muove e si prova ad allargare il consenso, come può recuperarlo il PD? Si è detto che una narrativa passiva tendenzialmente non funziona e che, quando funziona, il passaggio del consenso può essere temporaneo in attesa di future svolte che possono far rivalutare la decisione presa. La mancanza di una leadership nel PD (chi è che detta la linea? ci sono più posizioni senza un “Re”) sta portando chiaramente a rafforzare il consenso interno e diminuire l’erosione (i sondaggi non indicano grandi salti, nonostante lo spazio creatosi dal calo di voti del M5S). La strategia sembra concentrarsi a individuare il nemico, smascherando supposta incompetenza e “fascismo”. Può essere vero o falso, ma senza una narrativa alternativa che si sovrapponga un minimo restano parole che non attraggono, soprattutto quando si scontra con una posizione dominante invece che in costruzione. Fino a quando il congresso del PD non entrerà nel vivo e fino a quando gli stessi possibili segretari dovranno distinguersi tra loro per determinate posizioni palesi o velate, difficilmente ci saranno narrazioni attive. Ma nel momento in cui ci saranno, non è detto che abbiano successo.
  • Se si legge la posizione politica come un “Nash equilibrium” la possibilità di fare politiche narrative credibili diventa difficile. Nash intende la ricerca di un equilibrio, che in questo ragionamento può essere considerato il posizionamento/opinione all’interno di una tematica, dipende da una strategia attualmente in atto e dal consenso che riesce a generare. Nella teoria dei giochi, di cui la logica di Nash fa parte, la scelta ottima generalmente è basata su un calcolo astratto di scelte prese contemporaneamente senza conoscere la strategia della controparte. Nash introduce il fatto che le scelte non sono mai contemporanee, ma che la seconda si basa su quella intrapresa per prima allo scopo di massimizzare le proprie possibilità: difficilmente sarà una situazione nei termini in cui è identificata da Pareto. Se la strategia è dominante e in politica implica che ha un consenso forte, una risposta parafrasando Nash dovrebbe posizionarsi in modo da massimizzare il proprio ritorno a seconda della strategia dominante. Una concretizzazione di Nash in politica dovrebbe tenere particolarmente conto del possibile e dello spazio su cui lavorare in cui è facile cadere in contraddizione e dilemmi etici. Se Il PD vuole recuperare voti (in caso di fallimento della Lega), dovrebbe sostenere posizioni più alla Minniti in cui c’è una sovrapposizione di direzione e di prendere coscienza del fatto che “se non posso battere l’avversario in un’alternativa opposta, meglio che faccia io quello che l’avversario vorrebbe fare, ma in maniera più soft”. In questo caso non è da scegliere quello che è ritenuto meglio, ma quale sarebbe il male minore nel momento in cui il consenso prende una determinata piega. Per quanto riguarda il reddito i cittadinanza, la strategia in Nash dovrebbe far spingere per una compartecipazione della politica in modo che il possibile successo sia condiviso o che, in caso di fallimento, resti candidabile per portare avanti una tematica che trova consenso, ma si corre il rischio legittimare un’iniziativa senza riuscire ad ottenere una vera fetta della torta. Lo stesso dovrebbe valere in qualche modo per Quota 100/Fornero ed ecc. Essere contro senza proporre un’alternativa chiara o non cosciente in maniera significativa con il consenso non crea un margine del possibile che intercetti la posizione generale dominante: si resta sostanzialmente ininfluenti sia politicamente che nell’attirare il consenso dando attenzione a chi non ti sostiene e, in qualche modo, dovrebbe poi votare diversamente da come fatto.
  • Parentesi Governo: maggioranza e opposizione sono all’interno del governo. Si tirano a vicenda e mantengono la tensione alta. E’ una formazione inedita rispetto al passato in cui l’alleanza non sempre era palesata su un foglio scritto e la linea di governo era tendenzialmente parallela su molto tematiche; qui . Il contratto e il compromesso (parola da sottolineare), permettono di tirare la giacchetta a seconda della posizione presa ed è questo aspetto che permette di fare sia da maggioranza e opposizione, a seconda di quanto i temi sono condivisi o, appunto, nati da un compromesso e il grado con cui è stato trattato. Ne sono esempio temi con il TAV e l’immigrazione. Quest’ultima, nonostante una direzione comune di controllo dell’immigrazione, la posizione del M5S è più soft, ma non in totale controtendenza. Se il ruolo di Salvini è d’impatto, quello di Conte (lo considero esponente del M5S) è più diplomatico e lavora ad un livello istituzionale diverso. La questione meriterebbe un’analisi dedicata che non ho modo di fare ora. La Lega aumenta il consenso perchè ha tematiche più di impatto e di pugno, ma potrebbe sgonfiarsi nel momento che l’impatto emotivo perde efficacia o emerge il lavoro della controparte al governo. Le iniziative del M5S sono più politico ed economiche e necessitano di un tempo di maturazione più lungo. Se la Lega aumenta il consenso risucchiando il CD e parte del M5S, sul lungo temine, il M5S, se le politiche avranno un esisto positivo (che non vuol dire per forza un completo successo), potranno recuperare voti e forse aumentarne pure: una parte del consenso potrebbe ritornare attraverso un bilancio positivo tra il pro e contro di ciò che è stato fatto (e il pro e contro del promesso in relazione alle posizioni altrui e quello che altri prometteranno). Il calo di consenso potrebbe essere anche dovuto ad un calo della fiducia della possibilità di attuare determinate proposte: quando la salita è lunga e percepita come difficoltosa, c’è sfiducia nella possibilità di completare il percorso e arrivare alla sua fine, ma nel caso di arrivo l’emotività dell’impresa è forte. Far percepire quanto di quello che sembrava impossibile o complicato si sta effettivamente realizzando può essere, comunicativamente prima che nei fatti (che richiedono tempi di ricaduta effettiva più lunga di una legislatura), strumento attraverso la quale il consenso ritorna. In conseguenza, una strategia comunicativa dell’opposizione in cui si afferma l’impossibilità di una buona riuscita (che poi è sempre relativo) di una determinata iniziativa rischia poi di ritorcersi contro: la mancata sovrapposizione è incrementata dal mancato fallimento sperato e diventa complicato giustificare un reale cambio di posizione e creare il consenso (su una determinata tematiche, non sul complesso di tematiche), che possa fare propendere per un cambio di fiducia in caso di bisogno.

Conclusione: se il PD vuole avere una speranza di riconquista di una posizione di influenza non ha altra via che sovrapporre e strutturare le sue tematiche in modo che esista una coincidenza tra la direzione dominante del consenso e la posizione interna del PD. Questo non vuol dire snaturare le credenze di sinistra (vedi reddito di cittadinanza), ma può anche contemplare solo una anello della logica in cui si vuole mantenere una chiara distanza (vedi rapporto immigrazione-UE). Questo approccio chiederebbe una chiara linea interna, che in questo momento non c’è: in assenza di linea interna l’unica linea possibile è quella di una posizione contro il governo senza avere il modo di proporre una linea credibile (non c’è chi detta la linea) cadendo in posizioni scontate e non così vicine al sentito. Anche quando il PD avrà un leader non è detto che sia elemento sufficiente se persiste una totale mancanza di sovrapposizione di tematiche tramite proposte alternative o coerenti ma che vadano a riconoscere ciò che è sentito dal consenso. Il riconoscere il consenso implicherebbe anche la riduzione di contro-strategie rivolte a individuare una determinata scelta politica frutto di ignoranza, razzismo inconscio, populismo e… l’elenco sarebbe lungo, soprattutto quando parte del consenso è fuoriuscito proprio dalla casa del PD: non sempre può essere ascritto ad errore e, nel caso di un ritorno, l’occhio resta sempre vigile sui motivi per il quale l’uscita e il sostegno a terzi non era così un idea insensata.

TAG: consenso, Crisi dei partiti, Exit voice loyalty, Hirshman
CAT: Governo, Partiti e politici

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