Le false premesse dell’Aventino imposto da Renzi

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23 aprile 2018

Conviene riflettere un po’ sulla storia, ma anche sull’attualità, con quegli esponenti democratici e i loro seguaci tra gli elettori che sono promotori della campagna per l’«Aventino» del Pd e che, slogan #senzadime in punta di tastiera, insultano gli esponenti del partito favorevoli al dialogo con il M5S.

In un sistema proporzionale non esiste il «mandato per fare opposizione», benché sia necessario tenere conto delle variazioni tra un’elezione e l’altra: un partito che ha perso il 7% rispetto al 2013 e oltre il 22% rispetto al 2014 non può pretendere che il dialogo parta dall’inappellabile difesa dell’eredità dei cinque anni trascorsi (“Jobs act”, “buona scuola”, bonus e mance varie, riforma costituzionale, banche…), perché si presume che proprio gli aspetti salienti e più contestati della precedente esperienza governativa siano le ragioni della sconfitta. Saggio sarebbe sedersi a un tavolo e verificare come questa eredità può essere conciliabile, con correttivi, con le istanze degli interlocutori.

Non si può nemmeno contestare al M5S la scelta di tenere aperti i “due forni”, cioè la possibilità di allearsi sia con la destra sia con la sinistra, enfatizzando alcuni aspetti o altri del proprio programma. Non è strano che ciò avvenga, né sarebbe la prima volta. Vent’anni di finto maggioritario ci hanno illuso che dalle urne possa sempre uscire una maggioranza chiara, ma non è mai stato così, nemmeno in questi vent’anni. Le coalizioni vincenti, dal 1994 in poi, sono sempre state coacervi complessi e confusi di liste e personalità quasi sempre in contrasto tra loro e spesso erano i risultati della parte proporzionale a determinare gli equilibri nei governi in formazione. La breve durata dei governi Prodi e la moltiplicazione delle accuse di “tradimento” nel campo berlusconiano sono gli esempi più evidenti che non abbiamo mai avuto vere e stabili maggioranze di governo.

Oggi siamo tornati quasi alla normalità, nella tradizione italiana ed europea: un sistema per lo più proporzionale che comporta l’apertura di tavoli successivi alle elezioni. E la necessaria ricerca di un compromesso. E’ in fondo meglio così: ora che il sistema è diventato tripolare (salvo che nel Pd prevalga la tentazione renziana di trasformare il partito in un circolo famigliare, seppur minuscolo, tipo il Pri di La Malfa), sarebbe squilibrato un premio a una coalizione che sia lontana dalla maggioranza assoluta di 10-15 punti.

Nel corso della storia repubblicana, il partito centrale del parlamento, la Democrazia cristiana, ha sempre avuto la possibilità di giocare su più tavoli, variando le alleanze: dopo la fine dei governi eredi del Comitato di liberazione nazionale (1947) e fino alla nascita del Pentapartito (1981), nei governi guidati dalla Dc erano alternativi i liberali e i socialisti e la maggioranza con gli uni precludeva la maggioranza con gli altri. L’ingresso di un partito o dell’altro al governo significava anche variazioni (a volte minime) di alcune scelte di politica economica o sociale, che però trovavano agganci in alcune componenti più conservatrici o più progressiste presenti nella stessa Dc: è la natura plurale dei partiti interclassisti e “nazionali”. Lo stesso Renzi aveva immaginato un destino simile per il Pd, con l’idea del “partito della nazione” pronto a ad aprire svariati forni con la destra o con la sinistra, salvo farsi soffiare l’idea e il successo dell’iniziativa dal M5S, forse anche perché in quel partito non aveva previsto il pluralismo necessario in un progetto a vocazione maggioritaria.

Certo, rispetto a oggi, la Dc doveva compiere passi spesso traumatici prima di giungere a un cambio di maggioranza, spesso con un combattuto congresso: si pensi al lungo e faticoso, ma fruttuoso, processo di apertura ai socialisti. Oggi al M5S basta una telefonata dalla Casaleggio Associati o una votazione su un blog. Ma che differenza c’è tra questo metodo, che i renziani contestano, e la convocazione di un’assemblea di corrente in una vecchia stazione ferroviaria, dove negli ultimi anni si sono tracciate le linee di governo e di leadership di partito?

Anche nell’Europa continentale si discute dopo le elezioni, con l’eccezione della Francia, dove la forma semipresidenziale accentua il successo del partito del presidente eletto. Ma anche lì del resto le liste vincenti sono a loro volta frutto di ampie aggregazioni, spesso contraddittorie. Altrove però il modello è molto più simile a quello che abbiamo oggi in Italia: partiti che, dopo essersene dette di tutti i colori nel corso della campagna elettorale e nella dialettica maggioranza-opposizione, dopo le elezioni sono costretti ad allearsi per governare. In Germania la Cdu ha governato nella sua storia sia con i liberali del Fdp sia con i socialdemocratici dell’Spd. In Spagna c’è un governo di centrodestra di minoranza che deve quotidianamente contrattare con la destra di Ciudadanos e con i socialisti del Psoe, entrambi pronti a farlo cadere. In Austria si sono sempre costituiti governi di coalizione tra forze spesso contrapposte. E così si potrebbe continuare citando i paesi minori.

Se il 18% degli elettori che ha votato il Pd avesse voluto dargli il «mandato per fare opposizione» avrebbe scelto di non votarlo, come hanno fatto gli elettori, ben più numerosi, che gli hanno dato questo mandato andandosene. Il culto della fierezza nella sconfitta – che ricorda l’orgoglio infervorato di Milošević nel commemorare la sconfitta militare del 1389 alla Piana dei Merli – e la pretesa purezza da preservare di fronte agli approcci del M5S ricordano proprio il grillismo della prima ora. Con la differenza che Renzi e tutta la corte dei miracoli che lo circonda non ha nessuna purezza da difendere, avendo per anni governato ed esercitato il potere in modo divisivo e in alcuni casi disinvolto.

Se c’è davvero un’eredità di questi cinque anni da difendere, il modo migliore è portare tale eredità al tavolo della trattativa; e se c’è un interesse nazionale e un prestigio internazionale da non mettere a rischio con un governo M5S-Lega, evitare che questa alleanza si crei e contribuire a temperare alcune posizioni del M5S è il modo migliore per svolgere un servizio al paese. Dialogo e mediazione. Ma forse, in questo gioco di potere tra correnti di un partito sempre più piccolo, a Renzi non interessa né la sua presunta eredità né il ruolo internazionale dell’Italia.

TAG: governo, Luigi Di Maio, m5s, Matteo Renzi, partito democratico, Storia
CAT: Governo, Partiti e politici

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