Parliamo di Congresso: politiche industriali

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7 marzo 2017

Purtroppo gli esiti del referendum costituzionale e della sentenza della Consulta sulla legge elettorale Italicum – il vero combinato disposto che segnerà il futuro della politica italiana – hanno iniziato fin da subito a dispiegare le loro nefaste conseguenze: parlamento impaludato, governo che vive di piccolo cabotaggio attuando con decreti le riforme della stagione renziana, assedio quotidiano di corporazioni a difesa di privilegi, ritorno dell’assalto giustizialista e delle doppie morali tra i partiti. Il pantano abissale ha ripreso il sopravvento dopo 1000 giorni di cambiamenti, di successi e di sconfitte, ma comunque di un nuovo cammino in cui si voleva instradare il sistema Paese. Il congresso Pd purtroppo rischia di essere fagocitato da tutto ciò mentre, soprattutto dopo la scissione subita da una parte della ex-minoranza, dovrebbe avere l’ampiezza e l’ambizione di una vera e propria fase costituente e rifondativa. Come si può riuscire dunque in un’impresa che oggi sembra una sfida titanica? Parlando e confrontandosi sui problemi reali del Paese e sulle loro soluzioni. “Policies, not politics.” Servono degli stati generali che riassestino la posizione del Pd in questo nuovo scenario, con il rischio reale di dover governare il Paese solo tramite grandi coalizioni. Il Partito Democratico deve essere in grado di garantire una piattaforma programmatica sulle questioni fondamentali che possa essere condivisa da tutto il Paese e non solo dai candidati scesi in campo: unione europea, geopolitica, ambiente, energia ed altre. Si inizi a discuterne, facendosi capire dalle persone però, mettendo le competenze e le tecnostrutture a disposizione di questi grandi processi di adesione nazionale.

 

L’esempio delle politiche industriali

La possibilità, poi non più realizzata, di una integrazione tra Intesa San Paolo (banca) e Generali (assicurazioni) per creare un campione nazionale del sistema finanziario ha riaperto la discussione su cosa significhi per il Paese avere grandi gruppi in grado di reggere la sfida della globalizzazione. Ma soprattutto che permettano di affrontare la questione lavoro, vero dramma sociale che ha guidato la matita di molti nel voto sulla riforma costituzionale. La scomparsa infatti negli ultimi 30 anni delle grandi imprese labour intensive e delle filiere industriali su prodotti innovativi a forte valore aggiunto non è stata rimpiazzata dal mito del “piccolo è bello”, dalle schiere di pmi e di distretti, dalla stagione delle privatizzazioni e dalla retorica sul petrolio italiano da scovare tra il settore turistico/ricettivo e quello agroalimentare. Anzi il mondo di oggi – sempre più globale, connesso, integrato e performante – richiede una formazione di base elevata per pensare di avere del lavoro qualificato e dignitoso, ma il Paese nell’arco di questi anni non è stato in grado di garantire tutto ciò. Anzi ha costruito un esercito di riserva di giovani generazioni altamente competenti e specializzate lasciate nel baratro della disoccupazione di massa. Uno dei motivi principali è stato proprio il fatto che non esistono più un sistema imprenditoriale ed un mercato interno in grado di assorbire tale domanda. Solo attrezzando nuovamente il Paese di grandi gruppi industriali capaci di investire ingenti risorse in ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica, dotazioni logistico-infrastrutturali ed aumento della produttività sarà possibile dare risposta alla drammatica richiesta di lavoro dei millenials e non solo.

Francia e Germania in questo rappresentano due modelli diversi – da una parte lo Stato interventista, dall’altro la Mitbestimmung (la cogestione tra datori di lavoro e sindacati) – a cui potersi ispirare. Per fortuna il Paese possiede ancora industrie con proiezioni globali, sia statali che private: dall’Eni all’Enel, dalla nuova Leonardo alla Barilla, dai brands della moda a Luxottica, solo per citarne una ristrettissima parte. Con precise e settoriali scelte di politica industriale è possibile aiutare a dirottare investimenti e capitali verso l’innovazione dei processi e la valorizzazione del capitale umano. Permettere anche di avere al proprio fianco quando necessario, con i suoi vari fondi e veicoli, un partner finanziario solido e stabile coma la CdpCassa depositi e prestiti – potrebbe rendere più facile attuare questi impegnativi programmi. Esempi in campo già ce ne sono oltre al già citato e abortito Intesa-Generali, si veda l’incorporazione di Anas nelle Ferrovie dello Stato, il polo del risparmio gestito con Poste italiane, l’acquisizione della Stx France da parte di Fincantieri, la creazione di multiutilities di taglia nazionale com Iren o A2A. Altre potrebbero essere messe in cantiere come la creazione di un polo del lusso simile alla francese Louis Vuitton o un grande campione energetico basato interamente su tecnologie ambientalmente sostenibili integrando diversi attori privati come l’Erg, la Falck renewables ed altri. Un partito con responsabilità di governo che garantisca una chiara e stabile visione sulle nuove politiche industriali non è dunque solo un vezzo congressuale, ma la rappresentazione di un’esigenza vitale per il destino economico del Paese.

TAG: andrea orlando, congresso pd, globalizzazione, innovazione, Lavoro, Matteo Renzi, michele emiliano, millenials, partito democratico, Pd, politica, politiche industriali, referendum
CAT: Governo, Partiti e politici

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