Perché in realtà “PD” sta per “psicodramma”

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21 Febbraio 2017

Evidentemente ci eravamo sbagliati. “PD” non sta per “Partito Democratico”, ma per “Psicodramma”. Altrimenti non si spiegherebbe la messa in scena a cui stiamo assistendo in questi giorni.

Sabato tre esponenti della minoranza PD – Roberto Speranza, Michele Emiliano ed Enrico Rossi –, sotto l’egida di Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, si sono riuniti a Roma al Teatro Vittoria intonando Bandiera rossa e minacciando di lasciare il partito e formare un nuovo soggetto politico. Domenica sempre a Roma si è svolta l’assemblea nazionale del PD nel corso della quale il segretario Matteo Renzi e molti padri costituenti del partito hanno invitato all’unità. La sera stessa i tre esponenti della minoranza che si erano riuniti il giorno prima hanno firmato un documento che lascia pochi margini di manovra ad ogni tentativo di ricomposizione. Martedì Michele Emiliano ha fatto però un passo indietro, dichiarando che non abbandonerà il partito e parteciperà alle primarie.

Enrico Rossi, Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani e Massimo D’Alema al teatro Vittoria di Testaccio durante il ritrovo nazionale dell’associazione Democraticisocialisti. Roma 18 febbraio 2017 (ANSA/GIUSEPPE LAMI).

Molti assistono increduli a questa messa in scena e non riescono a comprendere le ragioni di una scissione che, nonostante il passo indietro di Emiliano, continua ad essere più che probabile. Se una scissione per ragioni politiche in occasione dell’approvazione del Jobs Act o della riforma costituzionale avrebbe potuto essere compresa, una scissione per ragioni meramente procedurali a quasi tre mesi di distanza dal referendum costituzionale fatica ad esserlo. Proviamo a vedere quali sono le ragioni di questa scissione e quali potrebbero essere le sue conseguenze.

La ragione ufficiale per la quale i tre dissidenti e la minoranza di cui sono espressione minacciano la scissione consiste nella scelta di Matteo Renzi di dimettersi, anticipando così il congresso di alcuni mesi. Tuttavia, come molti fanno notare, sono stati proprio quei dissidenti e quella minoranza a chiedere a gran voce fino a pochi giorni fa di anticipare il congresso per ridefinire la linea politica del partito e la sua leadership.

La contraddizione in cui incorre questa ragione ufficiale lascia pensare che la ragione ufficiosa della minacciata scissione sia la consapevolezza dei dissidenti di non avere alcuna chance di vincere il congresso contro Matteo Renzi. Quest’ultimo, sebbene sconfitto nel corso dell’ultima consultazione referendaria, continua infatti ad avere la fiducia ed il sostegno della stragrande maggioranza degli iscritti e dei sostenitori del Partito Democratico stando a tutti i sondaggi.

Matteo Renzi durante l’assemblea nazionale del Pd all’Hotel Parco dei Principi, Roma, 19 febbraio 2017 (ANSA/ANGELO CARCONI).

La prima conseguenza di una scissione sarebbe senz’altro il ridimensionamento del consenso del Partito Democratico che lascerebbe il titolo di primo partito di Italia al Movimento Cinque Stelle. Alcuni ritengono che un’ulteriore conseguenza sarebbe una trasformazione del PD da partito di sinistra che guarda al centro a partito di centro che guarda a sinistra. Altri fanno notare che è improbabile che ciò avvenga poiché nel PD continuerebbero a permanere molte figure in grado di rappresentare l’anima di sinistra del partito.

E’ comunque probabile che una qualche trasformazione del PD avvenga e che quest’ultima consista in un chiarimento della sua linea politica. Al di là delle ragioni ufficiali e ufficiose della minacciata scissione, il PD deve infatti risolvere un problema identitario che si porta dietro fin dalla sua fondazione e che è emerso con ancora più forza in seguito agli stravolgimenti politici di questo ultimo anno. Di fronte alle pulsioni sovraniste, populiste e illiberali che minacciano le nostre democrazie, il PD è chiamato a prendere una posizione chiara.

In particolare, il PD è chiamato a scegliere se essere una sinistra moderna e riformista che tenga insieme la tradizioni socialista, liberale e popolare, come vorrebbe la maggioranza, o una sinistra nostalgica e massimalista che in nome di una ‘rivoluzione socialista’ tenga fuori la tradizione liberale, come vorrebbe la minoranza. Il punto è capire quali idee di welfare, sviluppo economico, politica ambientale e collocazione internazionale si hanno per questo Paese.

Dr. Winfred Overholser, Margaret Hagan, Theatre of Psychodrama at St. Elizabeth’s Hospital, Washington, D.C., 1941.

Torniamo quindi al punto di partenza. Lo psicodramma è una tecnica psicoterapeutica inventata negli anni Venti e storicamente alla base delle terapie di gruppo che ricorre alla messa in scena libera e improvvisata di sogni e fantasie dei soggetti partecipanti per sviluppare comprensione ed empatia. Se quello in atto nel PD in questi giorni assomiglia molto ad uno psicodramma, è tuttavia molto probabile che esso non preveda né catarsi, né ricomposizione del conflitto.

TAG: massimo d'alema, Matteo Renzi, michele emiliano, movimento 5 stelle, partito democratico, Pd, pier luigi bersani, roberto speranza, scissione partito democratico
CAT: Governo, Partiti e politici

Un commento

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  1. silvia-bianchi 4 anni fa

    Le ragioni della scissione sono difficili da identificare, soprattutto perché non hanno saputo farlo i protagonisti. Ma dietro l’obiezione “procedurale” c’è una sostanza politica non banale, che attiene a ragioni di merito e di metodo.

    Nel merito, gli scissionisti rimproverano a Renzi di non aver compreso il significato del risultato del 4 dicembre. Non basta aver messo sul tavolo le proprie dimissioni: il no referendario è la sconfessione da parte degli italiani di un intero progetto politico e in parte è un’avvisaglia di quell’onda di populismo reazionario che ha già travolto l’UK e gli USA. Questi giganteschi problemi politici richiedono una fase di seria elaborazione, che la minoranza sperava potesse essere uno sforzo comune di tutto il partito; ma la frettolosa convocazione del Congresso (scelto come unica alternativa praticabile alla frettolosa chiamata alle urne, che Renzi avrebbe preferito) non lascia alcuno spazio per realizzarla.
    D’altra parte, Renzi non ha ripensato neppure il suo ruolo di segretario: al di là di qualche visita simbolica ai circoli, non ha manifestato l’intenzione di dedicarsi al suo partito, né quella di modificare il proprio stile nel guidarlo: ancora una volta ha preferito dimettersi, immaginando di essere riconfermato e rafforzato nel suo ruolo da un Congresso “con rito abbreviato”, come l’ha chiamato Emiliano.
    Lo psicodramma è la rappresentazione mediatica di questa grave crisi politica, che andrebbe compresa e affrontata invece che ridicolizzata

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