Col dito, col dito orgasmo garantito (1969-2019)

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17 febbraio 2019

Un uomo è a terra nella polvere, probabilmente ferito e forse stremato, certamente senza il proprio destino nelle mani. Una forca ha appoggiata sul petto, saldamente tenuta da un altro che ne guarda un terzo, un po’ lontano, protetto dalla distanza tra la polvere e il popolo; e poi il popolo che urla. Quell’uomo a terra sono io, tu, lui, loro. Oppure, peggio, è la mia libertà; la tua, la sua, la loro…. E se quella forca affonderà nelle carni o nello spirito o si dissolverà con un trucco levantino che tutti sapremo riconoscere sarà per come il popolo, non tutto, solo quello che guarda l’accadere senza che noi se ne conosca il motivo, avrà usato un dito; nell’aria o sulla tastiera, un pollice o un indice poco importa. Un no per il sì e un sì per il no perché non si è mai visto un Re dire il vero al popolo.
Il primo lo hanno già portato via esangue: un parlamento  sfibrato nelle sue funzioni, umiliato per il soldo supposto rubato, affidata alla tastiera e non alla parola la libertà di scelta dei suoi membri è la negazione della eredità ateniese su fino al giacobinismo, per non scoprire le estreme, e ricordare l’aula sorda e grigia.
Il secondo cadavere è la conoscenza, la ricerca nella storia come presupposto della politica, di ciò che fu e del perché si fece e di quel che accadde e di come nacque la libertà e di come decidemmo di delegare per difenderla, anche se Hobbes pare il nome di un sofisticato gin tonic dell’apecena milanese: quel dito sulla tastiera non ha bisogno di sapere, meditare, studiare perché nulla lo qualifica se non l’essere in un data base. E non ha bisogno nemmeno di parlare, di emozionarsi nell’ascoltare, dell’avere un dubbio nel comprendere o nel trovarsi granitico in un convincimento morale ma in mezzo all’agorà: sta invece da solo, forse con uno smartphone in una mano (uno smartphone, che scherzo degli Dei proprio quella parola per usare quel tasto). Anzi, il suo scegliere quale casella digitare con l’indice, in ogni dipinto il dito della verità che viene dettata, porta in sé la immoralità dell’essersi liberato dalla coerenza nata con la riflessione, lo stare con l’aquila dal becco sanguinante affondato nel fegato di Prometeo, che non solo portò il fuoco ma rubò ad Atena lo scrigno dell’Intelligenza e della Memoria, non a caso custoditi insieme, da distribuire agli uomini. Se lo riprenda quello scrigno, io ho il dito e ciò che penso è una verità non soggetta a discussioni. È un picchiare un tasto come l’affondare la forca nel petto del governo perché se il Parlamento è cadavere il Governo è il fine ultimo da dirigere col click come quella tremenda foto del balcone che menzognera e lugubre è entrata nell’immaginario della paura, nella memoria di ciò che fu e può essere la dittatura.
Ed è il fegato della politica che viene squarciato, oltre al mio, al vostro, alla libertà; La politica che può sbagliare ma che ha le sue regole, che governa il sociale chiedendo il giudizio su di sé una e una sola volta perché deve essere libera di scegliere, libera di sbagliare, libera di studiare, di costruire fazioni ma sempre convinta di poter esercitare un dissenso senza sanzione che non siano le elezioni, di esercitare un potere fino al limite della Ragion di Stato, fino se non oltre il conflitto con gli altri poteri. Perché se lo neghiamo, se pensiamo che la politica debba essere una verità come una religione anzi una religione il cui libro è solo la democrazia allora gettiamo migliaia di anni di faticosa storia dell’Occidente, di sangue e polvere e forche e miti; lo faremo raccontando la ridicola favola di un futuro di tasti e di dita ma mai di parole e pensieri, un futuro perfetto, moderno e lo faremo come il re del no che vale sì, con la disonestà di non far ricordare che quel futuro lo abbiamo visto e stava nell’arena e non nell’agorà, un futuro lubrico  e quindi non al silicio ma siliconato come sogniamo la star del porno. Un futuro così moderno dal non sapere che nella lettera a Weidemeyer la dittatura del proletariato era una fase transitoria e non uno stato di fatto perenne (con tutto il rispetto per il proletariato e per la sua dittatura dove forse, per decidere, più che un dito si sarebbero alzate le mani salvo affidarsi a Lavrenty Berija). Quel dito si muoverà e sarà solo lunedì ma non sarà in gioco né Salvini né il Governo perché non abbiamo l’anello al naso. Avremo altri giorni per poter combattere se vorremo la pornografia tribale di questa politica perché all’uomo è sempre concessa una settimana per metterci le pezze e ricominciare: almeno fino a quando liberamente respira. Poi però o si spera in un altro mondo o è finita.

TAG: movimento 5 stelle
CAT: Governo, Partiti e politici, Storia

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