Tu sei ciò che possiedi e non ti basta mai niente

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11 settembre 2019

Nil satis es – inquit – quia tanti quantum habeas sis (Nulla mai basta, disse, perché tu sei ciò che hai) – Orazio, Satirae I, 1, 62

 

Si direbbe che l’avarizia sia una delle patologie che affligge la maggior parte delle persone, attualmente. Gli italiani se ne mostrano affetti più che altri popoli, sebbene siano in buona compagnia, e vedremo perché. Questa patologia, al di là di ogni suo confinamento cristiano, che vorremmo superare proprio citando Orazio, quindi un autore d’epoca non sospetta, oggi più che mai si manifesta in molte maniere, addirittura venendo legalizzata e mostrata come virtù piuttosto che come deviazione involutiva di intere popolazioni. L’avarizia ha vari aspetti ma riesce a mostrarsi spesso in maniera appariscente come il muro trumpiano tra U.S.A. e Messico, o il muro in Palestina, o la Brexit, o ciò che avviene in Europa.

Una delle manifestazioni più clamorose è la chiusura ai poveri che vengono a bussare alle nostre porte o che chiedono prepotentemente di entrare per cercare di migliorare la propria vita, non necessariamente per creare problemi, come vorrebbe la vulgata corrente.

Ma andiamo con ordine.

In un altro mio intervento di pochi giorni fa analizzavo la rabbia che, gradualmente, iniziava a inglobare i vari vizi capitali, icasticamente intesi nella modernità, non necessariamente riferiti alla lista religiosa che ci facevano imparare al catechismo (SALIGIA, vi sovviene l’acronimo per ricordare in ordine i sette vizi che il sacrestano vi insegnava alla dottrina? Io da bambino lo accostavo a Kadigia, la ricca vedova imprenditrice che sposò Maometto, di cui ogni tanto si parlava a scuola), dove l’avarizia mostrava sfacciata il suo décolleté.

Iniziamo a cercare di individuarne le caratteristiche incominciando proprio dalla percezione dei problemi dei quali la nostra società, bombardata da informazioni allarmanti e discordanti, sceglie per comodità la lettura più facile.

Punto primo: l’Italia è invasa dagli stranieri. A livello europeo l’Italia, in ogni parte del suo territorio, è il paese che maggiormente percepisce gli stranieri come se fosse una percentuale altissima di popolazione, il 25% se non addirittura il 30%, mentre si tratta solamente dell’ 8,5%. Ciò significa che esiste il 91,5% (!) di italiani autoctoni. Per di più l’Italia non è nemmeno uno dei primi paesi in Europa colla più alta percentuale d’immigrati sul suo territorio: Germania, Regno Unito, Francia, Spagna, Lussemburgo e altri ci superano di gran lunga. Non mi pare, con queste percentuali, che la comunità italiana da più generazioni sia in procinto di essere sostituita etnicamente dagli africani, come certi turbofilosofi da salotto televisivo, fratelle d’Italia e altri maturi turbobimbiminkia leghisti o forzanovisti o casapoundiani vanno predicando. Ma anche se fosse, che male ci sarebbe? Non siamo forse noi, come italiani del XXI secolo, il risultato d’innumerevoli movimenti migratori da oltre duemila anni? I vari popoli, tutti di varietà di Homo sapiens (oggi sempre meno sapiens), hanno trovato nel Mediterraneo un luogo ideale per la propria diffusione e si sono spostati per le motivazioni più diverse, creando civiltà differenti che a volte si sono fuse, altre volte sono entrate in conflitto, ma sempre, alla fine, scambiando idee, costumi, alimentazioni, scienze, religioni, arti. Che ciò sia avvenuto in maniera pacifica nella maggior parte dei casi ovviamente ha una risposta negativa. Ogni popolo ha quasi sempre conquistato col ferro, col fuoco e col sangue l’erba verdissima del vicino e solo dopo diverse generazioni dalla conquista gli animi si sono placati (non sempre) e la vita è tornata a fluire produttivamente. Fino al conflitto successivo. Oggi un’Europa unificata ha bandito la guerra dal suo territorio e, per la prima volta nella Storia, ha attraversato un periodo lunghissimo di pace dopo due eventi bellici globali devastanti, anche se si muove guerra a popoli e paesi limitrofi, in maniera spesso più subdola e meno diretta.

Marinus van Reymerswaele, Il cambiavalute e sua moglie, 1538

Orbene, gli europei hanno sviluppato alle estreme conseguenze la patologia dell’avarizia. Dopo aver colonizzato, nel corso dei secoli, con stragi e devastazioni, e quindi sfruttato l’Africa, l’Asia, le Americhe, ostacolando pertanto un virtuoso sviluppo, economico, territoriale e sociale di quei continenti e dei loro abitanti autoctoni, proprio adesso che quelle terre avrebbero bisogno di un aiuto maggiore, l’Europa chiude le porte in faccia a chi ne fugge per i motivi più vari e cerca asilo nel vecchio continente. C’è da aggiungere, però, che lo schiavismo e i suoi orrori furono perseguiti anche dagli arabi, preziosi intermediari che facevano il lavoro sporco per i negrieri olandesi, inglesi, spagnoli, portoghesi e francesi, andando a devastare i villaggi dell’Africa nera per rapirne gli abitanti giudicati utili. Ma la storia della schiavitù richiede spazi più ampi. Torniamo all’avarizia.

L’avarizia oggi si traveste da disappunto nei confronti di schiere di emigranti e si esprime con formule assai ipocrite ma che fanno breccia nell’avaro cuore di molti cittadini europei e in particolare italiani: aiutiamoli a casa loro, non si può accogliere tutti, fannulloni ne abbiamo fin troppi dei nostri e quelli ce li dobbiamo tenere, sì, accogliamoli tanto poi paga sempre Pantalone, e altre amenità di questo livello, che mostrano molto bene a che grado sia arrivata la patologia, mancando totalmente il senso della realtà e della sua analisi.

È di oggi la notizia che il Regno Unito, sempre additato come la madrepatria della democrazia, ha negato e continua a negare la cittadinanza a una donna d’origine italiana di 57 anni, Anna Amato, nata in Italia ma che ha passato 55 anni nell’isola. Non aveva mai chiesto la cittadinanza perché c’era prima la CEE e poi l’UE, ma ora che si sta per compiere la Brexit e lei ha chiesto la cittadinanza perché considera il Regno Unito casa sua, parlando inglese e pochissimo italiano, Londra la considera una straniera a tutti gli effetti. Non importa se abbia un marito o dei figli britannici né che la documentazione della sua attività lavorativa in Inghilterra sia irrecuperabile perché nel frattempo i luoghi dove ha studiato e lavorato non ci sono più e quindi non possono produrre documenti. Le assurdità inglesi… ma è sempre uno degli aspetti dell’avarizia di cui parliamo. Una storia migratoria al contrario che dovrebbe far riflettere.

Badiamo bene che la patologia dell’avarizia, intrecciata con quella della sua gemella, l’avidità (pur antico sinonimo di avarizia), prende perfino le persone apparentemente più istruite e non solo quelle più ignoranti che avrebbero, in teoria, meno strumenti critici per analizzare la realtà di cui si parlava prima. La paura di perdere dei privilegi, di perdere il lavoro (gli immigrati ci rubano il lavoro, le case, le donne, gli averi e qualsiasi altra turbominchiata), di sostituirsi alle nostre sane tradizioni, soprattutto alimentari e religiose, è inoculata da campagne denigratorie quasi esclusivamente delle destre, che sempre coccolano l’ignoranza e il pregiudizio, capovolgendo la realtà e mostrando cose che non esistono, esasperando casi isolati negativi e tacendo sulla percentuale altissima di casi positivi. Anzi, qualche caso viene presentato come positivo e utilizzato per mostrare l’apertura mentale e sociale di certi gruppi parlamentari, vedi il caso del leghista nero Toni Wobi, eletto senatore. Individuando dei nemici, reali o virtuali poco importa, certa politica riesce a raggranellare consensi e ad alimentare l’odio verso chi è diverso, chi viene da lontano, senza analizzare per nulla le ragioni dei viaggianti né la loro composizione né la capacità di un paese come il nostro, tra i più ricchi e organizzati del pianeta e che ha avuto in passato le correnti migratorie tra le più intense verso altri paesi e continenti.

Il tunnel dell’avidità che non ha altro arredamento che i soldi

Quinto Orazio Flacco l’aveva ben individuato, il problema. Ma certamente all’epoca l’affare riguardava solo una minima parte della società. Il problema dell’accettazione del diverso, soprattutto migrante o profugo, si poneva anche nell’antichità classica. A farne soggetto di una tragedia, Le Supplici, fu Eschilo. Esiste un’omonima tragedia di Euripide ma l’argomento è tutt’altro. Eschilo propone il dramma delle Danaidi, le cinquanta figlie di Danao in fuga dal Regno d’Egitto – perché i cinquanta cugini, figli del fratello di Danao, Egitto, volevano sposarle contro il loro volere, e, soprattutto, quello del padre -, le quali approdano alla greca Argo perché lì c’è un recinto sacro dove qualsiasi straniero supplicante asilo lo ottiene per antica consuetudine. Pelasgo, il re di Argo, ascolta le suppliche delle giovani ma ha paura di accoglierle perché sa che una guerra contro l’Egitto è pericolosa e dispendiosa. La cosa diventa drammatica perché le Danaidi minacciano di uccidersi se non verranno accolte. D’altro canto la consuetudine secolare del recinto sacro è un valore importante per quella società e allora il sovrano decide “democraticamente” di sottoporre la decisione di un’accoglienza all’assemblea della città. L’assemblea reagisce positivamente, anche se il risultato sarà lo scontro armato coll’Egitto, i cui maschi reclamano le fuggite cugine non promesse spose, e le Danaidi entrano accolte nella città di Argo. Siamo nel 490 avanti Cristo, i porti erano chiusissimi e ben difesi, ma i profughi erano considerati sacri. Odisseo viene accolto dai Feaci, Enea e i troiani superstiti da Didone, e così via. Oggi invece, in un paese che pur si è fondato sull’antica cultura classica, l’avidità e l’avarizia ribaltano l’ospitalità sacra.

Le ragioni di questo rifiuto sono motivate sottacendo i dati o, peggio, propagandando falsi dati come se fossero autentici, alterando la percezione della gente comune che non pensa e non sa, che solamente è capace di angosciarsi e ha bisogno di identificare un nemico per potersi rassicurare, ossia che ci sia qualcuno di esterno da incolpare per la propria rabbia e la propria paura.

Una delle ragioni più evidenti è quella che viene usata e che tocca la corda più sensibile degli italiani: le tasche. Gli immigrati non lavorano e stanno lì a non far niente a spese nostre.

Una delle cose più false in assoluto. Gli stranieri residenti nel nostro paese (l’8,5% della popolazione totale) sono 5.144.000 e poco più (dati Idos/Confronti/Unar 2018) che bizzarramente equivalgono pari pari al totale dei residenti italiani all’estero (stessa fonte). Il reddito prodotto dagli stranieri in Italia è di 19,2 miliardi per le casse del paese, mentre le spese per gli stranieri affrontate dall’Italia sono un totale di 17,5 miliardi (spese comprendenti sanità, istruzione, giustizia, alloggi, e quant’altro). C’è quindi un saldo positivo per il paese di 1,7 miliardi, altro che! Quindi non paga Pantalone, come tutti i seguaci leghisti, fratellastri d’Italia, e pure diversi elettori di ciò che oggi viene spacciata per sinistra e non lo è per niente, credono. Ma perché lo credono? Perché la narrazione sull’immigrazione, monopolizzata dalle destre, racconta appunto di questa supposta parassitosi da parte degli stranieri, chiamati clandestini indistintamente, con slogan ben precisi che s’imprimono nelle povere menti ignoranti dei loro elettori: Prima gli italiani, Non passa lo straniero e altre piacevolezze dello stesso tenore. La colpa degli stranieri è quella di essere stranieri e quindi facilmente identificabili, meglio se hai la pelle di un colore diverso, magari nera, mentre le vere colpe di una crisi economica e sociale alloggiano nell’inerzia e nell’incompetenza dei molti governi che si sono succeduti, fino a quest’ultimo (soprattutto),  acuendo i problemi perché non si conoscono e non si sa come risolverli e quindi trasformandoli in difficoltà causate dagli stranieri. Quando, naturalmente, non vengono risolti per mala fede e per loschi traffici. Un po’ come la favola di Fedro del lupo e dell’agnello: “Cur, inquit, turbulentam fecisti mihi aquam bibenti?Perché mi hai intorbidato l’acqua che bevo? diceva il lupo all’agnello che stava a valle e che quindi non poteva intorbidargli l’acqua, bensì era vero il contrario.

Avarizia. foto di Ignazio Sedda

Non c’è verso di far loro cambiare idea, nemmeno davanti all’evidenza, ma proprio perché per molte persone ragionare è impossibile. Sono i frutti di un analfabetismo di ritorno se non totale, perché all’istruzione in gioventù si è preferito il cosiddetto lavoro e, soprattutto, si sono ben assestate delle picconate alla prima attraverso l’opera deleteria di ministri della pubblica istruzione d’infimo ordine, in ogni tipo di governo, da quelli di destra, che dell’ignoranza fanno un valore aggiunto e per i quali erano importanti le tre i (informatica, impresa, inglese, ricordate? Eppure anche ignoranza inizia per i) a quelli sedicenti di sinistra, che alla fine risultano fare altrettanto. Non sviluppando le capacità logiche, quindi un’attitudine ad analizzare la realtà per comprenderne la complessità, si ragiona in termini di tifoseria. Perché è più semplice. Ben lo sanno le forze populiste e questa degradazione della ragione sta producendo ovunque la crescita della disinformazione e dell’odio, assolutamente gratuito e dannoso. Una discreta parte di quelli che oggi sono fervidi sostenitori di questa visione oscurantista delle destre ha probabilmente anche studiato le favole di Fedro e le satire di Orazio, che ai miei tempi si studiavano perfino alla scuola media inferiore, quando il latino era quasi obbligatorio, Eschilo magari al liceo classico (diversi dei suddetti sostenitori sarebbero pure laureati), ma le ha buttate in soffitta. Converrebbe ricuperarle dal baule e rileggerle attentamente a sé e ai propri figli.

Un’altra visione distorta, sempre collegata all’avidità, che riguarda gli immigrati nel nostro paese e che alimenta il razzismo nei loro confronti è che toglierebbero il lavoro agli italiani.

Se volessimo analizzare meglio la realtà scopriremmo che italiani e stranieri non sono in concorrenza per il lavoro. Infatti, secondo la stessa fonte di prima, gli occupati in Italia registrano una percentuale di lavoratori stranieri solo del 10% (che significa che il 90% sarebbe formato da italiani) e in questa percentuale è da annoverare una parte consistente di lavoratori in nero o sfruttati. Di questo parlano assai eloquentemente certe inchieste televisive di Piazza Pulita o altre trasmissioni, che sono andate a frugare nelle ricche e medie aziende agricole italiane del nord, del centro e del sud, dove il caporalato e l’irregolarità sono equamente distribuiti. Proprio non ce li vedo quei poveracci a competere coi lavoratori italiani. Sempre la medesima fonte informa che oltre il 34% dei lavoratori stranieri ha un livello d’istruzione assai più elevato di quello richiesto per le mansioni che svolge, come molti italiani d’altronde che magari diplomati vanno a fare i lavapiatti a Londra, e che quindi la preparazione che hanno è del tutto inutilizzata per mancanza di una seria programmazione del lavoro da parte dei governi. Ma si preferisce far ricadere la colpa dell’inerzia e incompetenza governative proprio sulle vittime. Perché è più facile indirizzare la rabbia delle masse verso gli stranieri piuttosto che verso quegli italianissimi politici, che poi sono anche quelli che urlano contro gli stranieri, e allora si parla di invasione, di sostituzione etnica, di manipolazione islamica, di terrorismo e di tutti i mali del vaso di Pandora. Pur di restare a galla come gli stronzi in una fogna.

Naturalmente non viene mai raccontata la composizione di questi cinque milioni e passa di stranieri. La maggiore percentuale viene dalla Romania (23%), per cui stranieri di origine dell’Unione Europea, seguita dall’Albania (8,6%), dal Marocco (8,1%), dalla Cina (5,7%) e così via a scendere fino all’Egitto (2,3%) e un 36% di altri paesi di tutto il mondo (stessa fonte). Ma la percezione che siamo invasi dai negri resta fissa nella mente degli ignoranti e scatena orribili ondate di razzismo che si vedono ovunque, sui tram, per strada, sui social, negli stadi contro atleti colorati anche se cittadini italiani, e così via. E, spesso, quegli atti di violenza vengono ripresi collo smartphone dai carnefici per immortalare l’epica impresa, suggello di civiltà. La percezione indotta è quindi quella di una realtà assai negativa che genera un clima d’odio e diffidenza, facendo aumentare esponenzialmente le paure e degenerando in episodi d’intolleranza gravissimi, arrivando perfino all’omicidio da parte di esaltati razzisti. Che ora più che mai avranno accesso più facile alle armi, grazie ai decreti dell’ex ministro dell’interno. Nessuno che si fermi a spiegare, o quasi nessuno, che un’immigrazione ben integrata – e per ben integrarla bisognerebbe fare degli investimenti seri e programmati, che partono dalla formazione primaria ossia dall’asilo e scuole dell’obbligo per tutti, indistintamente, anziché discriminare i migranti che non possono accedere a documenti impossibili da recuperare nei loro paesi d’origine, per esempio – è il miglior investimento per il futuro che il nostro paese possa fare. Invece si è preferito interrompere percorsi virtuosi a causa dei decreti sicurezza dell’ex di cui sopra (per correttezza, bisogna ricordare che i decreti sono stati approvati anche dall’altra componente non leghista del precedente governo) solo per rassicurare l’avarizia del suo elettorato.

Eppure l’avanzo positivo del frutto del lavoro degli stranieri residenti in Italia, come abbiamo visto, è 1,7 miliardi. La qual cosa significa che gli stranieri contribuiscono fattivamente alla ricchezza dell’Italia anziché il contrario; ossia che, essendo noi costretti a considerare principalmente l’aspetto economico, in quest’ottica deformata dall’avidità, senza parlare di un eventuale arricchimento culturale, gli stranieri in Italia sono delle vere e proprie risorse. Queste “risorse” vennero additate ironicamente come tali ma col senso capovolto dall’ex che, pur avendo tutti i dati precisi sulla sua scrivania viminalizia (è da dire che a quella scrivania colui sedeva raramente, pur percependo lo stipendio pagato dai cittadini, anche stranieri, per starci), continuò a dileggiare i migranti sui social, facendo dirette facebook davvero inqualificabili e mandando un messaggio mistificatorio ai suoi seguaci che avrebbero creduto a qualsiasi minchiata il loro vate avesse detto, predetto e postdetto. Quando si potrà processare l’ex-ministro per tutte le fandonie che ha sottoscritto e per l’odio che ha fomentato e che ha distrutto buona parte dei valori di tolleranza della nostra società trasformandola in una perenne tifoseria da stadio sarà sempre troppo tardi. L’avidità di voti, l’avidità del potere, l’incremento dell’avarizia di fondo delle parti più ricche (e spesso ignoranti) d’Italia ha estinto la capacità di ragionare e di informarsi della gente comune.

Sarà in grado il nuovo governo, formato apparentemente di materia e antimateria e riappiccicato coi cerotti, di rimettere un po’ d’ordine e restaurare i valori disastrati della nostra società? È in gioco il futuro del Paese, perché una seria politica dell’immigrazione, con accoglienza regolarizzata – cosa niente affatto facile – e vera integrazione, insieme a una repressione dei rigurgiti neofascisti che ne minano la salute (e che dovrebbe essere attuata, paradossalmente, proprio grazie ai decreti sicurezza), sono la base di una prossima convivenza pacifica e produttiva: l’avarizia, rapace e sterile, dev’essere neutralizzata e messa sotto chiave, buttando via quest’ultima.

Concludiamo degnamente con Trilussa.

AVARIZZIA

Ho conosciuto un vecchio
avaro, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda li quatrini ne lo specchio
pe’ vede raddoppiato er capitale.

Allora dice: quelli li do via
perché ce faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo pe’ prudenza…
E li ripone ne la scrivania.

 

© Settembre 2019 Massimo Crispi

TAG: analfabetismo, Anna Amato, avarizia, Avarizzia, Brexit, decreto sicurezza, enea, Eschilo, Fedro, haters, Il lupo e l'agnello, immigrazione, intolleranza, Le Supplici, le tre i, muro, odio, Odisseo, Orazio, salvini, Trilussa, Trump
CAT: Governo, Storia

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