Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

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5 Settembre 2017

Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

TAG: buongiorno, clickbaiting, giornalismo, Indro Montanelli, la situazione prefascista, Mattia Feltri, populismo
CAT: immigrazione, Media

2 Commenti

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  1. sugo 3 anni fa

    Ciao Federico; nulla da eccepire a ciò che scrivi. D’altronde la simpatia per Montanelli si allargò dopo la dipartita da Berlusconi del Nostro. Il quale peraltro non faceva mistero nè rinnegava certe idee su colonialismo, Vajont etc etc. Quindi, personalmente, non mi scandalizzo affatto della “scoperta”. Il Corsera ieri come oggi affida i suoi elzeviri a presonaggi per cui la realpolitik è una malattia enormemente venefica. Il Corsera delle il LA all’orrida Oriana e alle sue facezie (ricordo che un lettore scrisse che comprò più copie poteva del numero de La rabbia e l’orgoglio-sembra una fiction con Gabriel Garko- e le distribuiva ai passanti; eravamo sul nascere dell’isteria collettiva poi emigrata su FB). Oriana Fallaci non capiva niente del mondo, raccontava solo se stessa. Montanelli partiva da dei preconcetti a cui poi adattava la storia. Aveva solo il mestiere, questo sì; sapeva sintetizzare. ma cosa sintetizzava? Che la Merlin era una cacciaballe? Che le colonie inglesi dovevano restare? Che le gerre di espansione fasciste portarono del bene a quelle popolazioni? Quindi che Montanelli si sia comprato la schiava fa parte dell’ordine del suo pensiero. Sciocchi son quelli che non han capito nulla dell’uomo

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  2. lucafe 3 anni fa

    Ho più volte visto e sentito interviste a Montanelli in cui raccontava la sua esperienza coloniale in Etiopia e del suo matrimonio con una dodicenne. Ancora oggi in Ethiopia è legalmente consentito, e nelle campagne è fatto normale, per una ragazzina sposarsi a 12 anni. Lo posso confermare perchè vivo in Ethiopia 3 mesi all’anno ed ho 3 figli adottivi etiopi. E proprio la figlia, giunta da noi in Italia quando aveva 15 anni, è stata venduta quando diventò orfana dei genitori a 11 anni al suo vicino di casa (con le tremende conseguenze che si possono immaginere!). Montanelli, quando lo ricordava, non si vantava di questo matrimonio ma lo contestualizzava sia nella cultura locale (è istruttivo sapere come non sia stato un ratto ma un accordo con un capovillaggio locale) sia nella nostra cultura coloniale (la famosa bell’abbissina ….). Non è una difesa di Montanelli, non ne ha bisogno. Ma è giusto contestualizzare l’avvenimento perchè non sembri un fatto mostruoso come lo sarebbe oggi per noi occidentali che di strada ne abbiamo fatto in termini di diritti umani. Montanelli, anche proprio a partire dalla sua esperienza africana, iniziò un percorso a ritroso di critica totale del regime fascista (e di ogni tipo di regimi totalitari) rimanendo un borghese conservatore, toscanamente graffiante ed ironico nei confronti di tutti i capipolo che si sono susseguiti nella scena politica italiana, sia di destra che di sinistra.

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