COP21, questione di prospettive: come comprendere le conferenze sul clima

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2 dicembre 2015

C’è un dilemma, con cui ogni delegato – con qualche anno di negoziati alle spalle – deve essersi confrontato almeno una volta nella propria vita: come giudicare, e soprattutto raccontare, l’esito delle conferenze dell’ONU sul clima? La questione può sembrare banale, ma non lo è affatto.

Le premesse, necessarie, sono quelle di un processo multilaterale nato nel 1992 (al “Summit della Terra” di Rio de Janeiro) per fronteggiare quello che si è presto rivelato come uno dei più grandi problemi del nostro tempo, e che con ogni probabilità ci accompagnerà sino alla fine del secolo. Un problema che, in oltre 20 anni, ha visto una serie di risposte talvolta utili ma ancora insufficienti e che – va detto da subito, con chiarezza – avrà sorti simili anche quest’anno alla COP21.

Indubbiamente, il Protocollo di Kyoto con i suoi due periodi d’impegno (il secondo, attualmente in vigore, non è stato ancora ratificato da diversi paesi) ha portato a dei progressi negli ultimi anni, applicando una netta linea di demarcazione fra paesi sviluppati ed in via di sviluppo che ha consentito di trovare un accordo (il Protocollo di Kyoto) sulla base del principio delle responsabilità comuni ma differenziate. Ma è proprio tale rigidità ad essersi rivelata fatale per la piattaforma, istituita nel 1997 alla COP3 ed ormai prossima all’archiviazione: come mantenere tale divisione al cospetto dei mutamenti sociali, politici ed economici degli ultimi 20 anni, rispondendo alle necessità evidenziate dalla scienza e garantendo allo stesso tempo un accordo equo?

E’ per rispondere a questa domanda che nel 2011, alla COP17 di Durban, è nata l’ADP, piattaforma negoziale atta al raggiungimento di un nuovo accordo globale legalmente vincolante. Una piattaforma apparentemente simile a quella di Kyoto, ma con una sostanziale differenza alla base: il cambio di approccio da “top-down” a “bottom-up”, ovvero da “impegni vincolanti” a “contributi nazionali volontari” (noti come INDCs). E che ha visto una “rivoluzione” anche negli interpreti, con il coinvolgimento non solo dei Paesi Annex-I, ma di tutti i Paesi.

Le ragioni di questo cambiamento, sottile ma epocale, risiedono nel tentativo fallito di imporre ai paesi obiettivi “dall’alto” e di farli da essi rispettare. Dopo l’insuccesso di Copenaghen, si è cercato dunque di dare vita ad un nuovo percorso in cui fossero i paesi stessi a presentare, “dal basso”, le proprie misure da attuare per ridurre le emissioni (e non solo).

Risulta tuttavia chiaro come anche questo approccio comporti dei rischi, su tutti la possibilità che la somma dei vari contributi volontari non risponda agli obiettivi posti dalla politica, ed ancor prima dalla scienza, di limitare l’aumento di temperatura media globale al di sotto degli 1.5 °C – 2 °C. E proprio questo sarà l’ostacolo principale nel giudicare la COP21, apertasi domenica 29 novembre a Parigi per portare a compimento il percorso nato a Durban raggiungendo un nuovo accordo con periodo d’impegno 2020-2030. A partire da gennaio, infatti, 180 stati hanno presentato i propri INDCs, ma le prime stime degli esperti sull’effetto aggregato di tali contributi purtroppo non sono buone: secondo le previsioni del Climate Action Tracker e di Climate Interactive, anche qualora gli attuali contributi volontari fossero pienamente attuati (variabile tutt’altro che scontata) ed anche se a questi seguissero ulteriori misure, su livelli di ambizione simili, per il periodo post-2030, la temperatura media globale crescerebbe di almeno 2.7°C al 2100.

Ciò significa che la COP21 non centrerà, in ogni caso, l’obiettivo finale della Convenzione UNFCCC. Vorrebbe dire questo che la COP21 sarà sicuramente un fallimento? No.

Nonostante la più che comprensibile frustrazione per risultati che tardano a materializzarsi, è necessario mantenere uno sguardo obiettivo e valutare la COP21 per ciò che è: non la conferenza dove si “salverà il mondo”, ma una tappa all’interno di un percorso, con un’agenda e obiettivi ben precisi di cui il target di 2°C non fa parte – ahinoi – già da tempo.

Ed è su questi obiettivi che bisognerà valutare l’esito del negoziato: se si vincoleranno i paesi ad aggiornare periodicamente (ed esclusivamente al rialzo) i propri contributi; se si garantiranno meccanismi di compliance per far rispettare le decisioni prese; se vi saranno obiettivi a lungo termine ambiziosi, e se si indicheranno tappe intermedie concrete per raggiungerli; se si renderà operativo il meccanismo di compensazione e supporto per i paesi più vulnerabili; se ci saranno vincoli stretti sui meccanismi di mercato; e se metteranno nero su bianco i diritti umani e i principi legati all’equità, allora la COP21 sarà stata positiva.

Dovrebbe dunque un esito positivo concedere di sedersi sugli allori, o di applaudire i politici per quanto raggiunto? Assolutamente no, perché un esito positivo – alle condizioni attualmente realizzabili – non sarebbe ancora abbastanza. Per questo Parigi, nella sua importanza, deve essere vista non tanto come la fine, quanto come l’inizio di un nuovo percorso che deve portarci a colmare i gap esistenti il più presto possibile.

Salvo cataclismi dell’ultimo minuto, usciremo da Parigi con un nuovo accordo globale – positivo o negativo che sia. Dal giorno dopo, in entrambi i casi, bisognerà ricominciare a lavorare: non possiamo più permetterci ritardi.

Federico Brocchieri

TAG: COP21, protocollo di Kyoto
CAT: Inquinamento

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