Se la scuola costruisce l’emarginazione degli stranieri

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27 Ottobre 2014

In qualità di insegnanti e formatori, ci siamo occupati a più riprese degli alunni stranieri, questione che, insieme a quella della formazione dei docenti, per il mondo della scuola è sicuramente la più rilevante degli ultimi anni. Decifreremo qui alcune misteriose sigle del burocratese (BES, NAI, PDP) che li riguardano, per confrontarci con il problema di come gestire e agevolare il loro apprendimento. L’obiettivo perseguito è quello di eliminare gli ostacoli che ci precludono una comprensione adeguata del fenomeno, dei nostri compiti e dei metodi migliori per assolverli. Sul Domenicale del 26 ottobre un approfondimento desta sicuramente scalpore, riportando il titolo: Diseguaglianze. Niente laurea allo straniero. L’autore, Marco Orioles, rileva come (non solo) in Italia ci si trovi di fronte al grave fenomeno della «segregazione formativa», per cui, a livello statistico, quasi mai gli immigrati riescono ad arrivare all’università. Visti gli attuali sforzi di aprire le università italiane agli studenti stranieri (introducendo, tra l’altro, corsi in lingua inglese sul modello del Politecnico di Milano o dell’Università Bocconi) l’esito può sembrare paradossale, se proprio la seconda generazione di immigrati (cioè i figli degli immigrati) fallisce miseramente (proprio di recente, sul suo sito internet il ministero dell’Università dell’Istruzione e della Ricerca ha presentato i numeri degli alunni stranieri e dei loro successi o insuccessi). Secondo le proiezioni Istat, la presenza straniera in Italia è quadruplicata dall’inizio del XXI secolo e potrebbe presto raggiungere quota dieci milioni. Di fronte a questi dati non possiamo cercare scorciatoie razziste o fingere che il problema non sussista, anche perché l’Italia è solo l’ultimo dei Paesi che, nel corso della storia recente, si sono trovati di fronte al fenomeno delle immigrazioni di massa; già dalla fine dell’Ottocento ha però riempito il mondo di emigranti, più del doppio rispetto agli italiani presenti sul territorio nazionale (le ultime stime, secondo storici ed esperti di statistica, ammonterebbero a una cifra superiore ai 120 milioni di persone). In due sensi, dunque, la storia potrebbe insegnarci qualcosa, per lo meno permetterci di formulare ipotesi di lavoro (didattico) da testare sul campo. Se la storia dell’integrazione scolastica non è una novità assoluta, alcune conclusioni potrebbero allora esserci già note. Secondo Orioles, i “nuovi italiani” (ma il discorso vale anche a livello europeo, come rileva l’Eurostat) si integrano abbastanza bene dal punto di vista culturale, non invece nella scuola e sul mercato del lavoro. Qui ci occupiamo di scuola, quali sono dunque gli esiti? Non è difficile prevederlo: difficoltà di apprendimento legate alle inadeguate o nulle competenze linguistiche, esiti incerti o tendenzialmente negativi (cioè voti largamente al di sotto della media della classe), bocciature, anche ripetute, frequenti riorientamenti, cioè cambiamento di scuola o indirizzo (per lo più inadeguati, perché non si coglie l’origine del problema), abbandono scolastico. Di fatto, quando non abbandonano, il risultato è che gli immigrati di seconda generazione, i quali in prospettiva saranno cittadini italiani, nella scelta delle scuole secondarie di secondo grado si orientano verso quelle “meno difficili”, quali istituti tecnici o professionali, ma quasi non frequentano i licei, considerati la chiave d’accesso all’università. Così, in sintonia con le rilevazioni dell’ultimo rapporto del MIUR, nell’istituto milanese presso il quale insegno, l’Istituto di Istruzione Superiore Luigi Cremona, che ha accorpato un liceo scientifico e un istituto tecnico commerciale, su una classe di 25 persone si hanno, al liceo, 4 o 5 alunni di origine straniera, presso l’istituto tecnico anche la maggioranza della classe (con punte di 13 su 16 per l’indirizzo con cinese come prima lingua straniera, visto che ci troviamo nei pressi del nostro quartiere cinese). Quali sono i motivi? Sicuramente, l’esigenza di iniziare quanto prima a lavorare, specialmente in situazioni di disagio economico. Non sono infatti rari i casi di alunni che lavorano a partire dal tardo pomeriggio e durante il fine settimana per far quadrare i conti familiari o per mantenersi da sé, nei casi più estremi. Ma c’è di più: è proprio il nostro sistema scolastico a segregarli negli istituti tecnici e professionali (non sempre più agevoli, del resto), ritenendoli, salvo casi eccezionali, inadatti a studi liceali (ritenuti anche più prestigiosi). Il risultato è che, invece di rimuovere le cause delle disuguaglianze, culturali, economiche, linguistiche, sociali, il sistema scolastico finisce col perpetuarle e, quasi, legittimarle. Dopo gli studi, resteranno loro i lavori mal retribuiti, precari, pericolosi, penalizzanti o, al limite, la disoccupazione e la malavita. Eppure potrebbero essere molto utili a uno Stato che voglia commerciare con l’estero, farsi conoscere, vendere ovunque i suoi prodotti e la sua arte. Come ovviare? La normativa sui BES ci aiuta a districarci, i corsi di formazione docenti e l’esperienza di mediatori culturali e linguistici possono permetterci di superare in modo più agevole i limiti oggettivi del nostro intervento. Cosa sono i BES? Il burocratese non aiuta il docente, che crede di aver risolto i suoi problemi nel momento in cui ha decifrato un termine misterioso quanto e più dei geroglifici. Significa, molto semplicemente, che nella scuola sono presenti bisogni educativi speciali, cioè esigenze degli alunni che sono diverse da quelle tradizionali e consolidate. In un certo senso, l’istruzione si trova oggi nella stessa situazione in cui si trovavano i maestri elementari del periodo post-unitario: se si mettevano a fare lezione in italiano, i loro alunni non li capivano (a meno che non si trovassero in Toscana). La direttiva del 27 dicembre 2012, ripresa da una circolare del 6 marzo 2013, che fornisce alcune importanti indicazioni operative, così definisce i Bisogni Educativi Speciali: « svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse». In questa definizione c’è di tutto, dalla dislessia all’handicap alle difficoltà degli alunni stranieri, ai problemi economici (svantaggio sociale). Di conseguenza, si estende «a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento», richiamandosi espressamente ai principi enunciati dalla Legge 53/2003. Ora, se nel caso della dislessia (DSA) si continua a richiedere una certificazione esterna per poter intervenire, per bisogni di tipo sociale, culturale e linguistico è invece l’istituto che si deve attivare, con apposite commissioni e coadiuvando i docenti all’interno del consiglio di classe, dove si prendono le decisioni concrete da un punto di vista didattico. Tale intervento non è opzionale, se il documento citato sottolinea come si tratti di un «compito doveroso dei Consigli di classe o dei teams dei docenti nelle scuole primarie indicare in quali altri casi sia opportuna e necessaria l’adozione di una personalizzazione della didattica ed eventualmente di misure compensative o dispensative, nella prospettiva di una presa in carico globale ed inclusiva di tutti gli alunni». Cosa sono le misure 1) compensative e 2) dispensative, nel caso degli alunni stranieri? Per esempio, tra le misure compensative, formulazioni linguisticamente più comprensibili delle domande e richieste, sia orali che scritte, uso di vocabolari in formato digitale, correttori ortografici, sussidi nella loro lingua materna o in una lingua comprensibile; per il punto due, invece, sostituzione di alcune discipline con corsi di lingua italiana organizzati apposta per loro. Ma, aggiungiamo, ci vuole anche una valutazione che tenga conto del fatto che per questi studenti, quando va bene, la lingua italiana è solo la prima lingua straniera, quindi sarebbe opportuno valutare la loro produzione secondo il quadro comune europeo per le lingue straniere, così come, cioè, i nostri docenti di lingue valutano i loro alunni in inglese, tedesco, francese, russo, cinese ecc. Naturalmente, su questa base va esteso a tutti gli studenti che ne abbiano bisogno il percorso didattico personalizzato (in burocratese: PDP), cioè un programma differenziato e graduale che permetta agli alunni di superare le loro difficoltà arrivando in sede d’esame a dare il meglio di sé. Così lo definisce la normativa: un «percorso individualizzato e personalizzato […] che ha lo scopo di definire, monitorare e documentare – secondo un’elaborazione collegiale, corresponsabile e partecipata – le strategie di intervento più idonee e i criteri di valutazione degli apprendimenti».   In questo caso gli interventi devono essere temporanei, ma fino a un certo punto. Nella scuola superiore si estendono infatti fino a quattro anni. Può forse sorprendere che un alunno straniero frequentante la scuola italiana venga esentato da alcune discipline o abbia bisogno di sostegno per così tanto tempo, ma occorre considerare che, nella migliore delle ipotesi, chi non sa una lingua impiega come minimo quattro anni per raggiungere competenze linguistiche di tipo accademico (cioè, adatte a trattare materie come fisica, chimica, storia, letteratura italiana). Del resto, seconda la normativa, al termine alunno straniero si sostituisce la sigla NAI (Neo Arrivati in Italia), col che sembrerebbero esclusi coloro che in Italia risiedono da diverso tempo. Tuttavia, a parte gli alunni che parlano una lingua neolatina come il rumeno, il francese o lo spagnolo, gli altri hanno bisogno di almeno quattro anni per essere valutabili a un livello comparabile con quello degli autoctoni, i cinesi, eventualmente, anche di più tempo, in considerazione delle enormi differenze di tipo linguistico e culturale. Ecco perché, per il ministero, all’atto pratico, sono da considerarsi neo arrivati in Italia anche alunni che per noi tali non sarebbero. Ma forse resta ancora qualche dubbio. Per dissiparlo, può essere utile (come spesso suggeriamo ai nostri colleghi) provare a fare il test di posizionamento al British Council, al Goethe Institut o all’istituto Confucio, per vedere se siamo in grado di parlare in una lingua straniera della materia che insegniamo (en passant, l’insegnamento di una disciplina non linguistica in una lingua veicolare diversa dall’italiano si chiama in gergo CLIL, dall’inglese Content and Language Integrated Learning). Dopo questo cambiamento di prospettiva il problema dei loro alunni si porrebbe diversamente. Provi il lettore, qualunque sia il suo campo di lavoro, a impostare lezioni o interventi in arabo e in cinese (in molti casi può bastare l’inglese). Come, non conosce queste lingue? Così come i discendenti degli italiani si sono inizialmente trovati in difficoltà in Francia, in Germania, in Belgio, negli Stati Uniti in Canada, in Svizzera e in Argentina, per non citare che le mete tradizionali della nostra emigrazione, così si trovano ora in difficoltà i nostri alunni stranieri. In Svizzera all’ingresso dei locali scrivevano: vietato l’ingresso ai cani e agli italiani; negli Stati Uniti, a Ellis Island, i test sul quoziente di intelligenza (nato in Francia come strumento diagnostico per individuare i bambini bisognosi di particolari attenzioni da un punto di vista didattico) sono stati usati per impedire l’immigrazione degli italiani (venivano “somministrati” in inglese o tramite l’ausilio di immagini, in condizioni caotiche, spesso alla fine di un lungo viaggio, a persone analfabete, l’esito era dunque largamente prevedibile); in Germania, inoltre, i risultati degli italiani di seconda generazione sono stati a lungo tra i peggiori, eguagliando quelli degli immigrati dalla ex Jugoslavia (e generando più di un pregiudizio). Quest’ultimo caso, però, ci aiuta a capire il problema. Infatti, al contrario degli italiani, in Germania i greci ottenevano risultati di tutto rispetto, superiori a quelli dei migliori tra i tedeschi. Geni? No, il fatto è che, dopo la scuola tedesca, frequentavano anche quella greca, e il greco era la lingua veicolare. Si sono insomma trovati in famiglie interessate al successo scolastico dei loro figli, stimolati e aiutati da insegnanti preparati e hanno potuto capire le discipline che studiavano. Sì, in un certo senso è l’insegnamento bilingue, in qualche sua variante, che potrebbe aiutarci a uscire da questa impasse. Adesso il governo sa dove deve davvero investire. Noi ce ne occuperemo in un’altra occasione.   Techne Maieutike   FONTI E RIFERIMENTI P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina, Storia dell’emigrazione italiana. Partenze e arrivi, Donzelli, Roma 2001-2002 (2 voll.). Stephen Jay Gould, The Mismeasure of Man, Norton, New York 1981; ed. it. Intelligenza e pregiudizio, Editori Riuniti, Roma 1991. François Grosjean, Bilinguismo. Miti e realtà, Mimesis, Milano 2014 (in corso di stampa). Marco Orioles, Diseguaglianze. Niente laurea allo straniero. Domenicale del 26 ottobre 2014. N. 294, Il Sole 24 Ore, p. 35. Sui Bisogni Educativi Speciali: http://www.marche.istruzione.it/dsa/allegati/dir271212.pdf Legge 53/2003 Dati del Miur sugli alunni stranieri: http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/focus211014_bis

TAG: Alunni stranieri a scuola, BES, Bisogni Educativi Speciali, Didattica, Diseguaglianza, Esclusione, Integrazione, istruzione
CAT: Integrazione, scuola

23 Commenti

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  1. Marco Castellari 6 anni fa

    articolo molto interessante, oltre che istruttivo per chi non si orienta del tutto fra le sigle. Il bilinguismo certamente moltiplica le capacità e l’elasticità. Il sogno: che i ragazzi di altra madrelingua la insegnino ai compagni italofoni. Sarebbe arricchimento per tutti

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      In effetti, come avviene nel caso delle classi composte da cinesi e italiani, il tandem linguistico funziona bene. Pero’ in alcuni casi occorre anche supportare la lingua materna a scuola. Varra’ la pena di tornare sul tema del bilinguismo in un prossimo intervento. Grazie del suggerimento.

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  2. Marta Dore 6 anni fa

    interessante, molto. resta solo il dubbio – marginale nel senso dell’articolo – se è vero che un istituto tecnico porti oggi a lavori meno remunerativi di quelli a cui può aspirare un liceale che poi farà l’università.

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      In effetti, quando manca il lavoro… Comunque dipende dal tipo di lavori. Per alcuni l’universita’ e’ d’obbligo, anche se un idraulico ti chiede 500€ per sgorgare in lavandino, 300€ senza ricevuta.

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      1. Marta Dore 6 anni fa

        ho letto che nel nord est la prima scelta per la scuola superiore è decisamente l’istituto tecnico. nel centro, il liceo. qualcosa vuole dire: dove si pensa ai danée si va al sodo e si punta a sviluppare competenze ben specifiche, che sono molto importanti, per altro, in una realtà come quella italiana. resta che la carenza culturale proprio per una realtà come quella italiana sarebbe un disastro…

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  3. Lorenzo Mazzi 6 anni fa

    Molto utile e interessante approfondimento. Proprio l’altro giorno, leggendo l’autobiografia di Frankie Manning (http://www.deriveapprodi.org/2014/07/frankie-manning), vedevo riportate attraverso aneddoti considerazioni simili riguardo al modo in cui negli anni ’30 pregiudizio e stereotipo, oltre ad un certo razzismo scolastico-istituzionale, concorrevano a scoraggiare i migliori studenti afroamericani dal buon proposito di proseguire gli studi. Nella mia esperienza di docente di italiano L2 (come lingua seconda) ho avuto modo di incontrare l’ignoranza delle dinamiche interculturali e dei processi cognitivi connessi ad un potenziale bilinguismo, mascherati da difficoltà didattiche e di apprendimento. La pigrizia istituzionale e un certo conservatorismo insito nella “macchina” dell’istruzione, costituiscono di sicuro un ostacolo all’inserimento delle seconde-terze-quarte generazioni. Quanti ragazzi nati e cresciuti in Italia, per via del loro cognome esotico, vengono definiti ancora stranieri dai docenti, ancora prima che dai propri compagni di classe? Vedo però anche il tentativo forte di alcuni docenti, come il professor Gilardoni, di rivoltare il banco e rimettere in discussione, attraverso anche una innovazione discussa e contestata come quella dei BES, le certezze assodate nella tradizione storicistica scolastica italiana. Mi pare ci sia bisogno di qualcuno che, al di là del caos dall’alto che governa il mondo scolastico (e che ritengo abbia come fine politici la progressiva distruzione della funzione sociale della scuola pubblica sancita dalla Costituzione), cerchi dal basso di intravedere soluzioni e intraprendere strade di ricerca.
    Sono di questi giorni le voci di una prossima introduzione tra le classi di concorso di una nuova categoria di insegnamento dell’italiano per stranieri, che prenda atto e affronti finalmente la situazii e, con maggiori competenze. La buona volontà non è abbastanza, servono formazione e risorse. Visto il recente taglio ulteriore e consistente dei mediatori interculturali nelle scuole primarie e secondarie, da parte dell’Ufficio Scolastico della Lombardia, dubito purtroppo che sia presa seriamente in considerazione la sfida didattica e interculturale (anche in generale nell’ambito dei BES) descritta in questo bell’articolo dal prof. Gilardoni.

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      Occorrerebbe riservare una parte dei fondi di istituto (il denaro a disposizione delle scuole) proprio a questo fine. Ben venga la specializzazione in italiano L2 e la cattedra riservata, ma resta il problema di sviluppare anche le altre lingue degli studenti, in un mondo che ha sempre piu’ bisogno di interpreti, traduttori, mediatori.

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    2. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      Grazie per l’intervento. Sì, il rischio, con gli alunni stranieri bilingui, è di non conoscere abbastanza le peculiarità cognitive, fraintendendo i fenomeni di interferenza linguistica, i problemi della dominanza, del cambiamento di codice, la specializzazione del lessico specifico e imponendo l’oblio (la perdita) della lingua materna, con tutte le abilità e le competenze a essa connesse.

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  4. frida bertolini 6 anni fa

    Chiaro e interessante. Nella mia esperienza scolastica, ho riscontrato pochissima empatia da parte degli insegnanti nei confronti di ragazzi stranieri. Mi piacerebbe capire quanti BES vengono attivati per problemi linguistici-culturali a fronte del dilagare della certificazione per DSA…

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      Cara Frida, a seconda delle aree, puo’ capitare di avere anche piu’ BES che certificazioni di dislessia, anche perche’ nel primo caso non serve una certificazione esterna.

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      1. frida bertolini 6 anni fa

        Putroppo, mi è sempre capitato di lavorare in situazioni rovesciate, con tre o quattro bambini certificati e due o tre stranieri abbandonati al loro destino. Combatto ogni anno almeno per l’esonero, in prima media, dalla seconda lingua straniera che, in alcuni casi, mi pare un inutile castigo.

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  5. emanuele 6 anni fa

    Bell’intervento, il tema è complesso e non sempre è chiaro se occorra intensificare l’apprendimento della lingua locale o incentivare il mantenimento parallelo di quella d’origine. Che direzione causale ci sia nella relazione tra bilinguismo e successo scolastico resta una questione aperta. Talvolta la frequentazione di scuole bilingue o di doposcuola nella lingua madre è indice di una maggiore attenzione culturale della famiglia di origine. Per esempio la struttura dell’immigrazione greca in Germania è abbastanza diversa da quella degli immigrati italiani, ed è più simile a quella iraniana: durante la guerra civile e la dittatura militare molte famiglie della classe intellettuale sono emigrate in Germania. Quindi non solo “Gastarbeiter” con scarsa scolarizzazione, come nel caso dell’immigrazione italiana (fino a qualche anno fa, ora c’è un’immigrazione di laureati…) che è stata quindi più simile a quella turca. Molti turchi sono di fatto bilingue, in ragione del loro numero cospicuo che crea ambienti omogenei, ma spesso sono poco scolarizzati. In questi casi la soluzione prospettata è un’intensificazione dello sforzo di assimilazione linguistica, molte scuole hanno in dotazione notevoli risorse per ore formative supplementari per il tedesco, oltre a regole come l’obbligo dell’uso del tedesco anche nelle pause (certe volte auto-imposto dagli stessi studenti).

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      Grazie del commento. In effetti la correlazione tra successo linguistico e bilinguismo non è univoca. C’è bisogno di sostegno alle famiglie e ai singoli da parte delle scuole, di nuove competenze da parte degli insegnanti, di corsi di potenziamento delle varie lingue (non solo l’italiano, per esempio, ma anche della lingua materna, così come del turco o del greco in Germania). E senza una spinta individuale e familiare al successo scolastico gli sforzi possono risultare vani. Grazie per le osservazioni sui diversi tipi di immigrazione. Questo in effetti può influenzare non poco i risultati.

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  6. Luca Tedoldi 6 anni fa

    Molto interessante. Provo ad aggiungere alcune cose, consapevole che si tratta di un tema tanto trascurato quanto urgente. Da diverso tempo provo a richiamare l’attenzione dei miei colleghi sulla questione degli alunni stranieri. Trovo talora attenzione, ma anche superficialità, come se non fosse necessaria una formazione aggiuntiva per un problema inedito e privo di risposte svelte ed esaustive. Pochissimi tempi fa la parola BES non significava alcunchè (per i non docenti non è cambiato nulla); per me era uno spettacolo teatrale di Perrotta su Antonio Ligabue. Ora è il piccone da usare per allargare gli stipiti di una porta scolastica troppo stretta: non c’è integrazione non solo nelle università, ma già a partire dalla primaria e dalla secondaria di primo grado (dove insegno). Sappiamo che le percentuali di promozione degli esami di terza media e della cosiddetta Maturità sono altissime, sempre sopra il 95%. Ora, lasciando da parte il problema se esami così poco selettivi siano davvero utili ed efficaci, non è arduo trovare, tra i pochi cognomi dei bocciati, dei cognomi stranieri. Anche nella mia scuola i bocciati sono per la maggior parte figli di stranieri, nuovi italiani ma poco aiutati a diventarlo pienamente. Questo è il punto: quanto facciamo per fare in modo che siano davvero nuovi ITALIANI? Quasi mai i figli degli stranieri frequentano i licei. Non sempre perchè vogliono lavorare subito ed aiutare la famiglia. Nella scuola media diamo per scontato che il liceo sia la cima più alta, la più esclusiva ed elitaria. Siamo ancora gentiliani. All’empireo possono accedere solo i puri, non gli impuri, non i meticci, non le seconde generazioni. Dunque mi trovo a consigliare un liceo ad un neoarrivato (che ha bruciato le tappe dell’apprendimento) ed essere criticato in modo eclatante da un collega, che mi ricorda che si tratta di uno straniero, un ragazzo arrivato solo da due anni. Il nostro sistema scolastico è segregante e classista. Vediamo se la normativa sui BES, la formazione ed i mediatori culturali sono un rimedio possibile.
    1. Il percorso individualizzato e semplificato può durare anche quattro anni, certamente. Qui si tratta di analizzare caso per caso, tenendo conto di tutte le variabili e di frenare il diluvio del soggettivismo del docente. I docenti, per loro natura, tendono a strafare; anche a causa del fatto che spesso viene richiesto loro di andare oltre le loro funzioni didattiche, facendo anche gli psicologi, gli assistenti sociali, gli attori, a volte si sentono davvero tali. Sbagliando clamorosamente. Dunque: attenzione, userò un neologismo che in aula docenti è ormai pane quotidiano, a non BESSARE chiunque. Anche perchè spesso a me verrebbe voglia di BESSARE i BESSATORI. Il Ministero dà al consiglio di classe quest’onere e questo compito. Non è raro abusarne. BESSIAMO il rompiscatole, così abbiamo meno problemi durante l’anno. BESSIAMO lo “strano”, perchè secondo me, (docente tuttologo), ha problemi psicologici.
    2. La formazione docenti non è obbligatoria. Bisognerebbe cambiare tutto il modo di addestrare un docente, che non è semplicemente un esperto della sua materia. Formazione continua ed obbligatoria, altrimenti campa cavallo (bessiamo i bessatori).
    3. I mediatori culturali? Ne ho visti tre in dieci anni, sottoutilizzati, sottopagati e marginalizzati dallo strapotere del docente. Insomma: sì, magari, ce ne fossero! Per finire: grazie per l’articolo, utile per docenti e genitori, ma anche per iniziare a considerare la scuola non solo dal punto di vista delle lagne degli insegnanti (precari o no).
    Mi accorgo di avere molto altro da dire perchè un problema ne richiama un altro, ma non voglio appesantire questo spazio del commento.

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      Grazie del commento. Eviterei però di coniare un così brutto neologismo (bessare), anche se nella mia scuola non è raro vedere insegnanti che si sfogano in questo modo, schiacciati dal burocratese.
      Concordo pienamente sui punti aperti: 1) ragionare sui piani di studio individualizzati, onde non eccedere, ma forse lavoriamo sempre individualmente, per ogni studente. Chi ha problemi sociali, economici, culturali o linguistici deve essere preso in considerazione in modo specifico. 2. Abbiamo bisogno di mediatori culturali: come facciamo a parlare con una studentessa cinese neo arrivata in Italia (questa, per davvero, non per definizione) se non sappiamo il cinese? E se né lei né i genitori parlano altre lingue? Cosa possiamo fare? 3. Quando ho lavorato come coordinatore di tirocinio presso l’Università degli Studi (nell’ambito di un corso di abilitazione per i docenti) mi sono reso conto che su questi temi si sa poco. Sì, bisogna che la formazione dei docenti si professionalizzi. Fino a pochi anni fa bastava essere entrati come precari dopo aver ottenuto una laurea. Il percorso di formazione (SISS/SILSIS, TFA, PAS, a seconda delle sigle di turno) deve diventare imprescindibile, ma deve anche migliorare, avendo davvero come centro la didattica.

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  7. marco de paoli 6 anni fa

    Articolo interessante che pone un problema reale.
    Vorrei provare a riguardarlo sotto un’altra prospettiva.
    Una disposizione di legge italiana del 4.6.2010 richiede la conoscenza della lingua italiana ad un livello di accettabile comprensione di base (livello A2) allo straniero – tranne se minore di 14 anni o affetto da disturbi dell’apprendimento – che intenda richiedere un permesso di soggiorno (ovviamente di lungo periodo). Ritengo che a maggior ragione ciò debba valere per una richiesta di cittadinanza e ancor più per la frequentazione di una scuola italiana, almeno se secondaria. Sembra logico: se io fossi uno studente italiano che intenda iscriversi ad una scuola francese in Francia, dovrei masticare almeno un poco di francese. Intendo dire, v’è un passo da fare anche e in primo luogo da parte del richiedente. Altrimenti si arriva al paradosso che il docente debba imparare il cinese avendo un allievo cinese. Come docente, due anni or sono ho avuto una studentessa somala e quest’anno ho una studentessa egiziana e uno cinese. Ma parlano correttamente l’italiano e non mi vergogno di dire che non mi sono messo a studiare il somalo, l’arabo e il cinese (e se anche lo facessi sarebbe anzitutto per altri motivi).
    Invece a volte accadono cose sconcertanti. Proprio pochi giorni or sono un mio conoscente, docente in una scuola serale, mi ha riferito di essere stato convocato per far sostenere l’esame di lingua italiana a stranieri (né minori né affetti da certificati deficit cognitivi) i quali quasi non parlavano italiano. Si noti che queste persone non dovevano iscriversi ad una scuola superiore italiana (per cui ovviamente il problema sarebbe ancora decisamente più grave) ma soltanto avere un permesso di (lungo) soggiorno. Ebbene: il docente in questione mi ha testualmente riferito che il preside gli ha intimato di dare a tutti la certificazione di conoscenza dell’italiano, in quanto lui stesso (con probabile allusione a circolari ministeriali) tenuto a rispettare precisi “ordini di scuderia provenienti dall’alto” come testualmente definiti. Si tratta solo di un caso unico e patologico? Temo di no.

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      Caro Marco (De Paoli), sì, hai ragione, un livello minimo, per frequentare la scuola italiana, sarebbe necessario, visto che lo è per avere il permesso di soggiorno, ma la nostra legislazione è spesso incoerente. Mentre la scuola punta all’integrazione di chi è comunque presente, il ministero degli Esteri punta a non far entrare troppi stranieri. Tuttavia, il livello A2 è molto basso, se prendiamo come riferimento il quadro europeo per la certificazione linguistica (i descrittori si trovano anche su wikipedia). Nella nostra scuola non bastano nemmeno il livello B2 o c1, che sono sicuramente avanzati. Il problema è, dunque, il livello linguistico detto “accademico”, che spesso non raggiungono pienamente nemmeno studenti madrelingua italiani. Che fare, dunque? Scartiamo tutti? Alziamo le barricate? Cerchiamo di cambiare le nostre competenze? Se facciamo gli insegnanti, dobbiamo forse anche prepararci didatticamente a tutto. Io imparo il cinese e l’arabo, se riesco, anche (non solo) per gli studenti, anzi, spesso chiedo aiuto a loro. Una persona molto competente nella propria lingua lo potrà diventare anche in italiano, con il giusto aiuto (ancora un volta, il problema è l’educazione bilingue). Anch’io ho studentesse che parlano perfettamente l’italiano, ma hanno prima attraversato la loro via crucis, e la scuola le ha sicuramente aiutate a superarla. Non ritengo che, in caso di insuccesso, la colpa sia dal lato dello studente. Certo, responsabilizziamoli, ma anche noi possiamo ritenerci responsabili, per quanto concerne le nostre competenze (didattiche). Per quanto riguarda invece il caso (patologico) che citi, non so che dire. Certi fatti andrebbero verificati direttamente, altrimenti restiamo al livello delle voci incontrollate. Questo è un problema di metodo. Tuttavia, se da un lato la gerarchia danneggia l’Italia, dall’altro lo fa l’inadempienza di precise disposizioni di legge (e di pratiche didattiche).

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  8. Thomas McAllister 6 anni fa

    Articolo sicuramente interessante in cui si può aggiungere anche che la problematica è aggravata dall’immobilismo sociale italiano. Anche senza risorse economiche aggiuntive si possono organizzare spazi interculturali tra i ragazzi con la supervisione di docenti preparati ad hoc, che costituiranno il valore aggiunto della nostra futura classe dirigente. Realtà di questo genere in Italia già esistono: purtroppo sono istituti privati come la scuola Internazionale.

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      Non sono informato sulla scuola internazionale. Proverò a capire come funziona il progetto. Tuttavia, non credo che sia fattibile senza risorse ad hoc: i docenti preparati sono pagati per svolgere quel lavoro, per esempio, nel loro contratto un certo numero di ore potrebbe essere riservato a svolgere tale attività. Il modello è sicuramente valido, in linea di principio. Le domande che resterebbero da porsi sono: 1) Come formiamo i docenti in questione? 2) Cosa significa, più esattamente, “spazi interculturali”? 3) Con “immobilismo sociale” io intendo che i rapporti tra i gruppi sociali sono rigidi, forse immutabili, o, forse, che la società non fa nulla e si aspetta che le cose avvengano da sé. In che senso dobbiamo intenderlo nel suo commento?

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  9. Riccardo Sala 6 anni fa

    Che bisogni fornire delle possibilità uguali a tutti gli studenti di apprendere e soprattutto (visto che purtroppo nella scuola italiana quello che conta di più è il voto) di rendere al meglio, in particolare per gli studenti stranieri, basare il proprio giudizio non solo sui contenuti ma anche sul problema linguistico. Tuttavia mi sembra poco chiara la parte trattante i cosiddetti BES. Non bisogna pensare che solo per alunni stranieri ci siano difficoltà socio-culturali oppure situazioni personali e familiari che non permettono allo studente di avere le stesse possibilità. D’altro canto penso sia vero che il sistema scolastico italiano stesso favorisca questa disuguaglianza, arrivando a legittimarla, basti solo pensare al costo dei libri (circa la metà negli istituti tecnici rispetto ad un liceo classico). Però come per il punto precedente questo andrebbe esteso ad una fetta più ampia di frequentanti la scuola, di fatti anche molti italiani preferiscono andare in scuole meno costose sia per esigenze immediate (risparmiare su mezzi di trasporto, libri, contributi scolastici) sia per esigenze future (trovare prima lavoro una volta superati i 5 anni). Comprendo che l’articolo sia focalizzato sugli studenti ”stranieri” (con le dovute precisazioni affrontate nell’articolo), tuttavia penso che se l’obbiettivo era quello di trovare un problema a livello scolastico che non garantisse eguali possibilità di apprendimento e di successo ad una determinata categoria di studenti, si debba modificare la stessa, escludendo quella parte (seppur minima rispetto alla maggioranza comunque presente) di studenti stranieri che non soffrono di questi problemi, ma comprendendo tutti quegli studenti che per i motivi sopra spiegati non possono conseguire il percorso di studi che vorrebbero nel modo migliore.

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    1. Andrea Gilardoni 6 anni fa

      Grazie per le domande e le critiche. Sì, è vero, il problema è spesso economico, oltre che linguistico, e, per quanto riguarda l’apprendimento, i problemi a scuola li hanno anche gli alunni italiani. Statisticamente sono però gli stranieri a risultare emarginati o discriminati per ragioni linguistiche e culturali, quindi è su questo punto che, se vogliamo sostenere l’integrazione invece della ghettizzazione, dobbiamo intervenire. Solo pochi alunni stranieri possono farcela da soli.
      Ora passo ai BES. Se questa parte, che io ritenevo centrale, risulta poco chiara, allora è opportuno che io ridefinisca: la sigla indica tutte le situazioni particolari che determinano difficoltà a scuola, quindi tanto per gli stranieri (difficoltà linguistiche e culturali), quanto per gli italiani (anche difficoltà familiari o sociali). Si intendono dunque difficoltà, non disturbi dell’apprendimento (come per esempio la dislessia), che richiedono invece strategie di diverso tipo. L’intervento è rivoluzionario proprio perché si inizia a considerare OGNI studente come bisognoso di attenzioni e di interventi individualizzati. Certo, è ciò che ogni insegnante dovrebbe sapere, ma una normativa in più, tanto per ricordarcelo, non guasta di certo. Libri costosi? Bene, discutiamo con le case editrici, sostituiamoli con i libri usati o con testi in comodato forniti dalla scuola (in Germania si fa così, ma lì è persino vietato pagare le tasse universitarie). E sperimentiamo eventualmente materiali alternativi. Altre soluzioni?

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      1. Riccardo Sala 6 anni fa

        Ora la parte riguardante i BES risultava più chiara, tuttavia tendo a precisare che il mio commento non nascondeva alcuna forma di razzismo o discriminazioni. è visibile a tutti, penso, che siano gli studenti stranieri a subire maggiormente gli effetti della emarginazione a causa di lingua e cultura, e l’articolo aveva quello specifico tema, ma non è l’unico. ci sono vari problemi, questo è uno dei tanti, e già risolverlo, che non comporta grossi investimenti finanziari (visto il momento di crisi per quanto riguarda il settore scuola pubblica). è anche vero che siamo l’unica nazione europea ad imporre un contributo volontario come doppia tassazione scolastica senza il quale non viene garantito il corretto svolgimento delle attività integrative alla didattica tradizionale per l’intero anno. sarebbe opportuno da parte del governo sbloccare i fondi per la scuola pubblica invece che prevedere l’ingesso di privati come ”azionisti” del servizio d’istruzione pubblico. e sarebbe anche più giusto magari ridistribuire quei pochi soldi che ancora rimangono alle scuole secondo il bisogno effettivo e non secondo i risultati ottenuti da test INVALSI che vengono costantemente manovrati dai professori di alcune scuole. Per i libri di testo anche qua non è un discorso molto semplice dal momento che le scuole sono obbligate ad adottare i libri di ultima edizione, andando ad aumentare l’aggravio sulle famiglie, spesso inutilmente, questo per un accordo tra governo e case editrici che non permette soluzioni alternative su larga scala al momento. senza divagare troppo, per concludere tornando al tema dell’articolo, mi sembra che la maggior parte dei problemi trattati siano effettivi, reali e che necessitano di un impegno serio del reparto scuola per la loro risoluzione il più presto possibile, i modi sono pienamente condivisibili, anche se ulteriormente estendibili su diverse concause che portano allo stesso risultato, un progressivo isolamento culturale, sociale e linguistico da parte di molti alunni stranieri che verranno poi a formare una nuova classe di lavoratori sfruttati.

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        1. Sono molto d’accordo con te Andrea.Riprendo il discorso BES.Non si comprende per quale motivo gli allievi stranieri siano collocabili di fatto all´interno dei BES. Nella stragrande maggioranza hanno solo bisogno di essere sostenuti nel´insegnamento della lingua italiana. Ciò appare ancora più incongruo nei casi diffusissimi di carenza dei mediatori
          culturali e dei servizi degli enti locali.La scuola in quanto istituzione inclusiva vieni chiamata a ripensare che la semplice scolarizzazione del alunno immigrato con Bes non e sufficiente per realizzare una SCUOLA
          INCLUSIVA.Non sono sufficiente soltanto il PEI o PDP ,si sente la necessità di cambiare il modo
          e la metodologia di insegnamento che diventi “flessibile” per poter incurvare, girare, svoltare
          quando ci si richiede e c’è la necessità.Solo un insegnante “flessibile” po’ favorire un vero
          insegnamento “flessibile”…La scarsa educazione di qualità e la scadente formazione riguarda soprattutto le famiglie
          immigrati con basso reddito,deprivazione socio-economica chiamati con tanta compassione poveri
          o poveracci e gli emarginati traducendosi in una grave forma di esclusione. Un sistema educativo
          ingiusto che priva di reali opportunità a causa della loro provenienza geografica, della loro
          cultura,del loro bilinguismo,del reddito dei loro genitori.Per gli alunni con BES bisognerà
          predisporre un ‘piano per l’inclusione’(o per gli ‘inclusi’?) da indicare. Che dire? E’ un po’ come se
          un medico di fronte a nuovi livelli essenziali d’assistenza non fosse tenuto ad occuparsi di
          particolari patologie ma ad innalzare lo stato complessivo di salute di tutti i suoi pazienti.”Grazie a tutti voi

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