Un mondo di dati digitali, perché dobbiamo averne più cura?

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3 dicembre 2019

Quando vi trovate a usare un social network, a cliccare mi piace sulle foto delle vacanze di un vostro amico, a commentare un video divertente o rispondere ad un quiz sulla vostra personalità, non lo state facendo “per niente”. Potrà sembrarvi divertente (ed effettivamente lo è) ma dovete sapere che dietro c’è molto, molto di più che un semplice gesto.

Un anno e mezzo fa il Guardian e il New York Times pubblicarono un bel po’ di articoli che dimostrarono l’uso poco etico di una enorme quantità di dati prelevati da Facebook da parte dell’azienda di consulenza e marketing online Cambridge Analytica. Non si tratta, anche in questo caso, di soli numeri, ma di rapporti che hanno visto coinvolti governi come quello russo, quello statunitense e anche il movimento che ha portato la Brexit nel Regno Unito.

Cambridge Analyitica fu fondata nel 2013 da un miliardario americano, Robert Mercer, uno dei finanziatori del sito di informazione di estrema destra Breitbart News diretto da Steve Bannon, meglio conosciuto come spin doctor, consigliere di Donald Trump, durante la campagna elettorale del 2016. CA si è specializzata nell’analisi dei dati degli utenti attraverso complicati algoritimi. I dati analizzati provenivano da Facebook e sono una sorta di piccole indicazioni che portano, una volta messe insieme, ad una attenta profilazione degli utenti. Quello che CA è riuscita a sviluppare viene definito “microtargeting comportamentale“, cioè un sistema che consente di inviare pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona. “Il modello è studiato per prevedere e anticipare le risposte degli individui, sono, infatti, sufficienti informazioni su 70 “Mi piace” messi su Facebook per sapere più cose sulla personalità di un soggetto rispetto ai suoi amici, 150 per saperne di più dei genitori del soggetto e 300 per superare le conoscenze del suo partner, secondo quanto sostengono i suoi sviluppatori . Con una quantità ancora maggiore di “Mi piace” è possibile conoscere più cose sulla personalità rispetto a quante ne conosca il soggetto” (per saperne di più: link).

Il ruolo di Facebook è legato allo sviluppo di una semplice app chiamata “thisisyourdigitallife” (“questa è la tua vita digitale”) che era in grado di realizzare profili psicologici e di previsione del comportamento basandosi sulle attività svolte online. Utilizzarla era molto semplice, bastava collegarsi a Facebook, e iscriversi tramite lo stesso social network, sentendosi ovviamente protetti da una verifica sicura da parte del social network. In questo modo venivano catalogati subito una bella quantità di dati: indirizzi email, età, sesso ed altre informazioni contenute nel “profilo” degli utenti. Ma c’è di più perché allora era ancora possibile raccogliere automaticamente delle informazioni anche sugli “amici” delle persone iscritte, una licenza che poi Mark Zuckerberg limitò forse un po’ troppo tardivamente.

Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica e principale fonte del Guardian per questa storia, sostiene che Facebook fosse al corrente del problema da circa due anni, ma attese solo il 16 marzo 2018 per sospendere la collaborazione con CA, almeno dopo che la stessa società, sentendosi pressata, si autodenunciò per essere in possesso di dati che poi avrebbe deciso di distruggere.

Brittany Kaiser

Cambridge Analytica da un po’ di tempo svolgeva interessanti progetti per campagne elettorali sparse per il mondo. Nel 2016 il suo vicepresidente, Steve Bannon, che stava gestendo la campagna elettorale per conto di Donald Trump, mise in contatto lo staff del futuro presidente USA con il CEO di Cambridge Analytica, Alexander Nix e la sua allora consulente Brittany Kaiser. La “macchina” si mise in moto repentinamente, poter agire direttamente con la più grande democrazia del mondo era un qualcosa di inimmaginabile, sostiene Kaiser in un suo libro (“La dittatura dei dati”, Harper Collins) uscito pochi giorni fa. Per l’occasione vennero creati account fasulli per spargere fake news e contenuti contro la candidata democratica Hillary Clinton, venivano seguiti e indirizzati gli elettori più indecisi per spostare l’asticella di quel poco che bastava per ottenere risultati favorevoli. Era il campo in cui CA si sentiva imbattibile, ma purtroppo anche lo stesso in cui dopo qualche anno cadde.

Praticamente la strategia del microtargeting è, una volta raccolti e analizzati i dati, “abbastanza semplice”. Dai la tua approvazione ad un link contro gli immigrati? Allora io ti mostro un meme o direttamente una notizia falsa per aumentare la tua convinzione. Lo faccio per giorni e settimane fino alla data X di un appuntamento elettorale. Gli investimenti pubblicitari in microtargeting, di qualsiasi tipo, non solo politico, hanno un ritorno molto più vantaggioso rispetto alla pubblicità offline che è invece uguale per tutti. Con il microtargeting, infatti, da un lato, sono in grado di raggiungere precisamente quel tipo di elettore che magari è indeciso o che magari è deluso, dall’altro posso far vedere a ciascun target di elettori predefinito un messaggio dal contenuto diverso, adatto a quella specifica personalità, senza deludere l’aspettativa ed essere, così, in grado di orientare le decisioni.
Ciò significa che, mediante le campagne pubblicitarie che impiegano tali tecniche, è possibile abilmente selezionare anche quali sono le promesse che più facilmente riescono ad incidere su alcune persone, persuadendole nella scelta del voto, ma le stesse tecniche possono altresì trasmettere disinformazione o innescare emozioni, quali paura, violenza, rabbia in chi risulta più sensibile (per saperne di più: link).

Steve Bannon (a sinistra) e Alexander Nix

Brittany Kaiser ha contribuito nel far conoscere al mondo il modus operandi di Cambridge Analytica. Da sempre attiva in politica, in prima linea durante la campagna elettorale di Barack Obama nel 2008, Kaiser aveva una spiccata abilità nel trovare clienti in giro per il mondo e convincerli della propria esperienza in campo politico. Nel suo libro “La dittatura dei dati”, spiega come conobbe Alexander Nix e come da lui fu nominata business director di una società in continua ascesa all’epoca divisa in due tra Londra e New York. Già, perché CA si occupò non solo di Trump, ma anche di un importante referendum come quello per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. In questo caso la parte politica interessata era quella che voleva fortemente l’uscita dalla UE e la società di Nix e Bannon aveva il compito di capire quali tipologie di persone potevano essere convinte a votare per il Leave.

Purtroppo ancora pochi utenti conoscono il valore dei propri dati personali, ci sono ancora centinaia di società come Cambridge Analytica che si occupano delle stesse cose in luoghi diversi del mondo e la loro abilità in campo politico potrebbe nuovamente fare la differenza nelle future elezioni o tornate referendarie. Come se non bastasse Mark Zuckerberg non ha ancora equiparato il valore di contenuti generati da una pagina di un politico come a quelli dei singoli utenti, quindi paradossalmente fare disinformazione è “accettabile” se a farla è un esponente di destra o sinistra ma non se a farla sono gli utenti.

Brittany Kaiser in un’intervista a LINKiesta ha sostenuto che i giovani devono essere responsabilizzati nell’avere l’intelligenza digitale adeguata a capire come proteggersi online, usando sistemi di sicurezza base, ma anche a come individuare le notizie false. “Sono competenze indispensabili per vivere nel mondo digitale e consentire ai bambini di utilizzare i dispositivi in modo sicuro – ha evidenziato l’ex collaboratrice di Cambridge Analytica -. Le nuove generazioni non hanno ancora preso cattive abitudini”.

TAG: Alexander Nix, Brittany Kaiser, Cambridge Analytica, steve bannon
CAT: Intelligence, Partiti e politici

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