Referendum Costituzionale: più domande che risposte

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20 Maggio 2016

Con la costituzione dei comitati per il Sì, Renzi ha dimostrato di voler sostenere la propria riforma costituzionale, attivando un meccanismo capillare di persuasione e coinvolgimento dei cittadini su una questione decisamente rilevante, nella forma e nel merito.

Il tema della riforma costituzionale è molto complesso, comprendere effetti e implicazioni sui sistemi politico e sociale (e quindi anche sui cittadini) non è immediato, agevole e scontato. Ma Renzi vuole vincere, poco per amor di Patria, molto perché ha egli stesso posto un veto personalistico sulla consultazione. Ci saranno probabilmente dibatti pubblici eruditi tra le ragione del sì e quelle del no, ma la partita si gioca tutta sulla capacità di trovare la chiave di semplificazione più adatta ed efficace. Ora è necessario virare – più gli slogan che il dibattito – dal quesito complesso e articolato della riforma a temi più friendly, che evidenzino una contrapposizione dualistica forte e circoscritta, che riportino l’attenzione su battaglie ideali più che costituzionali.

Innanzitutto Renzi può scegliere di rafforzare la già molto evidente personalizzazione della consultazione referendaria di ottobre, mettendo se stesso e il suo governo al centro del quesito, chiedendo una conferma più o meno diretta non solo al proprio operato, ma anche alla visone di politica e società che pretende di incarnare. Certo è ciò che stanno facendo i suoi avversari – lo hanno fatto anche in occasione del referendum abrogativo dello scorso aprile con una forzatura del merito e del contesto discutibile –  ma essere il primo a porre l’accento su questo aspetto aiuterebbe Renzi a condurre il gioco, dando un taglio positivo e confermativo da lui retto e declinato, piuttosto che trovarsi oggetto di confutazioni e negazioni, costretto quindi a “giocare” di rimessa.

Ma c’è un’altra chiave di lettura del referendum sulla quali Renzi lavorerà perché diventi il fulcro tematico del dibattito, che gli permetterà di costruire un clima d’opinione favorevole perché incentrato su una questione teorica e valoriale, comprensibile e soprattutto condivisibile: lo scontro generazionale tra innovatori e conservatori, tra immobilismo e cambiamento, tra “gufi” e “ottimisti”.

I fautori del no, avranno a disposizione essenzialmente due possibili declinazioni tematiche e di senso di non facile gestione dal punto di vista comunicativo-argomentativo: una, la confutazione tecnica e specialistica dei dettagli della riforma e la valutazione degli effetti negativi dei cambiamenti previsti sul sistema politico e istituzionale; l’altra, la “semplice” opposizione a Renzi e la strumentalizzazione politico-partitica del referendum.

Renzi e i sostenitori del sì potranno, al contrario, tralasciare le argomentazioni tecniche, la ratio costituzionale della riforma e utilizzare la sempre efficace esaltazione comunicativa e emozionale dello scontro tra: due visioni del mondo (restare inchiodati al passato vs camminare verso il futuro), tra due modi di intendere la politica (mantenere un fallimentare status quo vs innovare e modernizzare) tra due generazioni (i padri che hanno fallito vs i figli che stanno ricostruendo).

Fermo restando l’evidenza con la quale l’Italia ha bisogno di una riforma Costituzionale, quello che ogni cittadino dovrebbe fare, districandosi tra strumentalizzazione politica e astrazione ideale,  è porsi alcune domande: quella proposta da Renzi è davvero la miglior riforma costituzionale possibile? Risolve e risponde alle impellenti necessità di ammodernamento e ristrutturazione dello Stato? Siamo sicuri che una qualunque riforma – seppur limitata e mediocre – vada bene pur di interrompere l’immobilismo che sta soffocando il nostro Paese?

 

TAG: Matteo Renzi, politica, referendum
CAT: Legislazione, Partiti e politici

Un commento

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  1. silvia-bianchi 4 anni fa

    La ratio delle riforme istituzionali (Italicum+ revisione costituzionale) imposte da questo governo a colpi di fiducia e forzature regolamentari è quella di ridurre sempre più il perimetro del potere politico.
    Con il nuovo meccanismo elettorale, basteranno pochissimi voti per conquistare la maggioranza assoluta nell’unica Camera che darà la fiducia al governo: anche se l’affluenza crollasse, anche se il voto si disperdesse tra cinque o sei liste elettorali quasi alla pari, alla fine una sola di esse vincerebbe, con il ballottaggio, 340 seggi su 630 a Montecitorio e, secondo alcuni calcoli, quasi il 50% dei deputati sarà un capolista bloccato, cioè un “nominato” dal capo del suo partito. Il Senato non sarà più elettivo, le province non esisteranno più, alle Regioni saranno sottratte quasi tutte le competenze e, anche su quelle esclusive, il governo potrà far valere la “clausola di supremazia” per zittirle.
    A chi giova un sistema in cui il potere si concentra nelle mani dell’esecutivo e in cui basta conquistare pochi voti in più degli altri (magari grazie a un sistema mediatico a proprio favore) per installarsi a Palazzo Chigi e governare a proprio piacimento, assecondati da una maggioranza fatta in buona parte di “miracolati” (perchè, oltre ai nominati, alla Camera tra i candidati scelti con le preferenze entreranno soprattutto quelli che avranno beneficiato della visibilità mediatica e del sostegno propagandistico garantiti dal loro partito?)
    Credo che se il fronte del no saprà suscitare questa domanda negli elettori italiani, avrà un argomento abbastanza forte per controbattere alla propaganda “grillina” del Presidente del Consiglio (“in Italia ci sono troppi politici, dobbiamo tagliare le poltrone” ecc)

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