“Il popolo muore dalla voglia di parlare”

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8 aprile 2019

Cos’è una distopia?
Secondo la Treccani la rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi.
Comincio a leggere “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi, con la convinzione di avere tra le mani un romanzo distopico, uno di quelli in cui alcune  situazioni negative che si intravedono nel presente sono descritte come se fossero arrivate a toccare il massimo della loro nocività con risultati devastanti e impensabili fino a qualche tempo prima.
Non è così invece.
Il romanzo di Papi sembra più la cronaca del presente che la descrizione di un nefasto futuro annunciato.
Provo a descrivere alcuni elementi del contesto in cui si svolge la vicenda, evitando di citare gli sviluppi narrativi principali per non sciupare il piacere della lettura a chi decidesse di leggere il libro.
La scena che dà l’avvio al romanzo vede un professore universitario ultrasettantenne che partecipa ad un talk show televisivo.
Purtroppo per lui, commette una grossa imprudenza: nella foga del dibattito, si lascia scappare una citazione di Spinoza.
Il pubblico ammutolisce e il conduttore del talk show reagisce come un crotalo: “Nel mio programma non permetto a nessuno di usare parole difficili. Questo è uno show per famiglie e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore.”
Il professore prova a difendersi e cerca di riformulare il suo pensiero: “Volevo solo dire che, se non si sforza di ragionare, il popolo diventerà schiavo del primo tiranno”. Purtroppo ottiene l’effetto contrario: il pubblico comincia a battere i piedi e a gridare: “buuuu”.

Dallo schermo gigante che sovrasta lo studio appare il ministro dell’interno, che tutti ormai chiamano Primo ministro dell’ interno, per alludere al fatto che, nel governo, conta pìù di tutti gli altri, premier compreso.
“Si vergogni!”, tuona il ministro, “Lei fa citazioni mentre il popolo muore di fame.”
Nelle pagine successive del romanzo apprendiamo qualcosa in più sul Primo ministro dell’interno. Per esempio che è stato uno studente brillante, che da ragazzo amava la lettura.
In parole povere non è, anche se ha smesso presto di studiare, uno sprovveduto: dietro un’apparenza che sembra fatta di atteggiamenti istintivi per lo più sbracati e beceri, c’è un fine stratega.
Sentite cosa dice allo psicanalista che va a trovare una volta alla settimana.
“Lei lo sa”, gli chiede “perchè gli intellettuali sono così importanti? E lo sa perchè sono pericolosi? Perchè le emozioni sono facili, elementari. Se impari i trucchi, le puoi governare, mentre i pensieri rimangono liberi, vanno dove dicono loro e complicano le cose. Dove comanda la ragione, la statistica muore”.

Più avanti, confrontandosi con Olivia, una vecchia amica di infanzia, il ministro esplicita ancor meglio la sua filosofia:

“Il popolo muore dalla voglia di parlare. Non ne può più di ascoltare”.
Olivia gli rispose: “E per far parlare gli stupidi, bisogna far tacere gli intelligenti”
“No, bisogna che gli intelligenti imparino a dire le cose in modo che gli stupidi credano di averle pensate da soli”
“Sempre cose schifose, naturalmente”
“Lo schifo è quello che le persone hanno dentro, Olivia. E io sono il ministro dell’interno perchè sto dentro ad ognuno di voi”


Un libro distopico, quello di Papi?
Un libro che proietta nel futuro, amplificandolo, il peggio del presente?
Oppure, molto più semplicemente, la descrizione di una mutazione in corso?

TAG: Giacomo Papi, Ministro degli interni, radical chic
CAT: Letteratura

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