Martín Caparrós, Echeverría

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27 aprile 2019

“Es cierto: hay momentos en que las mayorías dejan de conservar y cambian todo. O un poco. Pero suele ser porque hay minorías que pensaron mucho antes lo que ellos hacen entonces. Es antipático, es elitista, es la hisotria”. (pag. 233)

(E’ certo: ci sono momenti nei quali le maggioranze smettono di conservare e cambiano tutto. O un poco. Ma suole accadere perché ci sono minoranze che pensarono molto prima ciò che essi fanno allora. E’ antipatico, è elitario, è la storia).

El destino de la Argentina es hoy extremadamente incierto. Los problemas acumulados son enormes y su fragilidad como sociedad es manifiesta. Existe una evidente necesidad de un liderazgo político

consecuente que pueda, de maneras social y moralmente aceptables, profundizar las importantes reformas iniciadas en la primera mitad de la década de los 90. La Argentina necesita más que nunca una economía de mercado abierta, dinámica y moderna. Su maldición ha sido un capitalismo

de invernadero, corrupto y corporativo, parte de una sociedad sumida en conflictos redistributivos y una lucha fratricida por las prebendas. Pero un liderazgo así brilla por su ausencia en el seno de una clase política profundamente desprestigiada y un país que ha perdido la confianza en sí mismo.

(Mauricio Rojas, Historia de la crisis argentina, Buenos Aires, Cadal, 2003)

(Il destino dell’Argentina è oggi estremamente incerto. I problemi accumulati sono enormi e la sua fragilità in quanto società è manifesta. Esiste una evidente necessità di leadership politica coerente che possa, in modi socialmente e moralmente accettabili, approfondire le importanti riforme iniziate nella prima metà della decade degli anni ‘90. L’Argentina ha bisogno più che mai di un’ecomnomia di mercato aperta, dinamica e moderna. La sua maledizione è stata un capitalismo di serra, corrotto e corporativo, parte di una società sprofondata in conflitti redistributivi e in una lotta fratricida per le prebende. Ma una tale leadership brilla per la sua assenza nel corpo di una classe politica profondamente discreditata e di un paese che ha perduto la fiducia in sé stesso).

Le due citazioni, la prima dal romanzo di Caparrós, Echeverría, la seconda da una storia recente della storia recente dell’Argentina, riassumono molto bene l’impatto che il romanzo può suscitare in chi lo legga, di confronto tortuoso, sofferto, angoscioso con l’oggi, attraverso il racconto della vita di un scrittore che assiste alla nascita di una nazione, la propria. Caparrós, del resto, non è nuovo a scritture che turbino il lettore, e lo costringano a misurarsi con temi umani, sociali, politci sconvolgenti.

Nel 1810 in Argentina, fino allora Vicerreinato del Rio de la Plata, nell’ambito dell’immenso Impero spagnolo , il 25 maggio, a Buenos Aires, una rivoluzione caccia il Viceré. Quella piazza sarà appunto chiamata Plaza de Mayo. Segue una guerra condotta dal Generale José de San Martín che libera l’Argentina, il Chile e il Perù, e nel 1816 a Tucumán, nel nord del paese, il governo appena insediato dichiara la propria indipendenza dalla Spagna.

Esteban Echeverría, lo scrittore, il primo scrittore argentino, intorno alla cui figura è intessuto il romanzo (sarebbe come per un russo scrivere un romanzo su Puškin, fatte le dovute distanze sulla statura dei due scrittori) nasce a Buenos Aires nel 1809 e muore a Montevideo, sembra per un collasso cardiaco, nel 1851. E’ bambino quando vede nascere la Repubblica Argentina, ha solo 7 anni. Il padre combatte nell’esercito di liberazione guidato da San Martín, Nel 1829, però, Juan Manuel de Rosas, dopo anni di turbolenza politica, si fa nominare Restaurador de las Leyes e Instituciones de la Provincia de Buenos Aires (restauratore delle leggi e istituzioni della provincia di Buenos Aires) e con questo nome di Restaurador amerà farsi chiamare in seguito. Echeverría ha 20 anni. Va a studiare in Francia. Quando torna, nel 1831, Rosas è al potere da due anni, e nel 1835 diventa il Dittatore, il Tiranno, l’oggetto del suo odio, della sua rivolta insieme morale e politica. Sta qui il senso della sua scrittura intesa anche come azione politica, nell’indignazione morale che si fa lotta civile e politica. Indubbiamente un afflato romantico lo muove, ma ci s’innamora subito di una figura di scrittore qome questa. Quanto a me, lo conobbi nei miei primi studi al Colegio (Liceo) di Bahía Blanca, quando la mia famiglia viveva in Argentina, perché mio padre, matematico, erastato chiamato dall’Università de La Plata a fondare la cattedra di geometria anlitica nelle sedfe distaccata di quella città. E me ne innamorai subito.

Echeverría vede presto naufragare nella dittatura militare di Rosas il sogno illuministico e romantico di una nuova Nazione democratica, governata dal popolo attraverso una élite intellettuale di scrittori e scienziati. Era quasi la prova generale di come sarebbe in seguito andata la storia argentina. Nella storia argentina, di fatti, anche nei momenti peggiori, molti intellettuali si votano alla politica per porre in atto un programma di democrazia radicale. Lo faranno Bartolomé Mitre, Facundo Sarmiento, scrittori e Presidenti della Repubblica. Lo faranno dopo la morte di Echeverría, che non riuscirà a vedere la sconfitta di Rosas e la sua cacciata. Ma su Rosas ancora oggi gli argentini sono divisi, con un’opinione di destra che lo vede veramente quale lui si vide, un Restauratore, di fatto, coll’esperienza del poi, un anticipatore di Videla, e in opposizione, invece, una tradizione democratica, di cui con strana contraddizione fanno parte anche i peronisti (ma su Perón e il peronismo il discorso è complesso), che lo esecra e vede anzi in Rosas il modello di tutte le successive catastrofi argentine. Per alcuni, nella catastrofe antidemocratica, è compreso Perón. E Caparrós vede anzi, credo giustamente, in Echeverría una sorta di antiperonista ante litteram. Soprattutto per lo splendido racconto- saggio intitolato El matadero, il mattatoio, nel quale si descrive senza edulcoramenti la ferocia delle masse aizzate contro i democratici da un demagogo che ne scatena le paure e le rabbie primordiali. Il parodosso, infatti, della dittatura di Rosas non era tanto che a sostenerla fosse il favore dei latifondisti, con l’appoggio tra le potenze straniere, dell’Inghilterra, ma che godesse di un imenso favore popolare, visto dalle masse, appunto, come il Restauratore dell’Ordine e della Legge e, incredibilmente, della Giustizia sociale. La casa degli Echeverría si trovava accanto al mattatoio di Buenos Aires, la Aldea, il villaggio, come chiama Echeverría la città sul Rio de la Plata, confrontandola idealmente con Parigi, e come ripete Caparrós. Lo sgozzamento degli animali si fa così metafora di un popolo massacrato. Come nel poemetto La Cautiva, la prigioniera (e non è senza significato il termine colto, il calco latino, a indicare un distanza tra la realtà e come dovrebbe invece essere quella realtà – scrivendolo, mi accorgo di quanto amo questo poeta), la prigioniera, è manifestamente il popolo argentino. Ai suoi tempi Echeverría era famoso soprattutto per le sue raccolte di poesia. Una sorta di Lamartine o di Musset argentino. Certo, il lato più interessante è proprio l’invenzione di una lingua che si distacchi da quella della madrepatria spagnola, “el castellano” come si parla e si scrive nella regione del Rio de la Plata. E su questa strada davvero Echeverría costituisce il modello della letteratura argentina, apre la strada alla scrittura particolare degli scrittori argentini, non solo diversi dagli scrittori spagnoli, ma anche dagli altri scrittori di lingua castigliana dell’America Latina. Senza di lui un Borges, un Cortázar sarebbero impensabili.

L’ossessione di Echeverría è, infatti, come fondare la cultura di un paese nuovo, che nasce alla democrazia, che vuole essere democratico, contro le forze sociali e politiche che cercano di fare naufragare questo progetto, in poche parole come fondare la cultura di una Nazione ancora in fieri. Non è solo un’aspirazione illuministica e romantica, affonda le sue pretese addirittura nell’idea greca di democrazia. Perché una Nazione non nasce senza una cultura nuova, una cultura sua. E i modelli allora andranno cercati non nella madre patria spagnola, bensì nella Francia illuministica e romantica, nell’Inghilterra democratica.

E’ una vita profondamente tragica, quella di Esteban Echeverría. Il romanzo comincia con la descrizione di un giovane diciottenne che ha in mano una rivoltella. Il giovane guarda l’arma per 40 pagine. Ripercorre la propria infanzia, il ricordo labile del padre, la presenza dolorosa, ma ossessiva, della madre, la ragazza che ha scopato e resa incinta. Quell’amore inconsapevole che mette incinta una ragazza lo distrugge, gli manifesta l’immaturità alla vita. La ragazza viene allontanata, muore dopo il parto: ha 14 anni, come Giulietta. Nascerà una figlia, che il padre, anche lui quattordicenne, accoglierebbe, ma che la famiglia tiene lontana. Maturo e autonomo, Esteban accoglierà la figlia. Lo sparo della rivoltella non parte. Entra in scena un’altra donna, La figlia di uno schiavo nero (in spagnolo i neri sono chiamati negri, perché nero si dice negro, e dunque la parola negro non ha nessuna connotazione negativa, perché significa semplicemente nero, e noi anche traducendo, scriveremo negro).

Esteban obbliga il fratello, la cognata, tutta la famiglia, a sedersi a tavola con lei, quando per fuggire le persecuzioni di Rosas è costretto a rifugiarsi nella casa del fratello, lontano dall’Aldea, dal villaggio. La sua idea di Nazione, di paese, di popolo non contempla differenze di rango, di razza, di idee, e non esclude nessun cittadino, salvo i dittatori, i fautori della dittatura. Che è una riformulazione sudamericana degli ideali mazziniani, così bene espressi nella Costituzione della Repubblica Romana, il che bene dimostra le relazioni del pensiero politico di Echeverría con il pensiero più radicale dei democratici europei. Echeverría è alla fine, però, costretto a rifugiarsi nella non troppo lontana Montevideo, dall’altra sponda del Rio de la Plata. La partecipazione ai movimenti di resistenza alla dittatura di Rosas si è dimostrata fallimentare. Echeverría riflette persino sulla eventualità che un pensiero autenticamente democratico sia destinato al fallimento nel gioco politico delle potenze non solo continentali dell’America Meridionale, ma mondiali: l’Inghilterra appoggia Rosas.

Più che un’appendice, Montevideo è un’altra faccia di Buenos Aires. Dove si parla la stessa lingua, il porteño, la lingua del Porto. E ancora oggi Montevideo assomiglia a ciò che era Buenos Aires, nel primo Novecento. Pochi sanno, fuori di chi vive in quelle terre, che uno dei tanghi più famosi della storia del tango, La Cumparsita, è nato a Montevideo, non a Buenos Aires.

Il romanzo di Caparrós è tutto un lungo monologo interiore. Ma raccontato in terza persona. La sintassi ne è insieme condizionata e ne determina il percorso. Uno pensa che la terza persona sia la persona della narrazione oggettiva e la prima persona quella del monologo. No, qui la persona del monologo è una terza persona per così dire impersonale.

“Después, muchos años después, entenderá que lo más insoportable de los muertos es que están en todas partes. Que un vivo cuando está vivo está sólo en el lugar en el que está: que un muerto, como no está en niguno, se hace preente en todos”. (pag. 180)

(Dopo, molti anni dopo, capirà che la cosa più insopportabile dei morti è che stanno dappertutto. Che un vivo quando è vivo sta solo nel posto in cui sta: che un morto non sta in nessuno, si fa presente in tutti)

La morte è una presenza continua, un rimorso continuo. Del padre, della madre, della madre di sua figlia, dei morti ammazzati dal dittatore, dalla folla incanaglita dal dittatore. Ma che cosa ha a che fare la scrittura con tutto questo, con il popolo che non ne sa niente, che non legge niente? E perché una nuova scrittura dovrebbe fondare una Nazione, costituire la sua coscienza, se il popolo della Nazione se ne frega, non ne vuole sapere?

“Tras aquella noche en que no pudo o no supo o no quiso suicidarse, Echeverría decidió dar un giro radical a su vida. Quiso volverse una persona de provecho; tenía dieciocho años, mala fama, poco fondos y ciertas inquietudes: entró al Colegio de Ciencias Morales, un intento nuevo de establecer una institución educativa de cierta excelencia; allí aprendió latines, filosofía, gramática francesa, algo de física e de matemáticas, un poco de gimnasia y de dibujo junto a los muchahos más distinguidos de la Aldea – y eran más las horas de clase que pasaban fuera que dentro de las aulas. En la más concurrida, la del doctor Fernández de Agüero, se enseñaba a los alumnos a dudar de dios, y algunos se quejaron”. (pag. 43)

(Dopo quella notte nella quale non poté o non seppe o non volle suicidarsi, Echeverría decise di dare un giro radicale alla propria vita. Volle diventare una persona di profitto; aveva diciotto anni, cattiva fama, poco denaro e certe inquietudini: entrò nel Liceo di Scienze Morali, un’intenzione nuova di stabilire un’istituzione educativa di una certa eccellenza; lì imparò latino, filosofia, grammatica francese, qualcosa di fisica e di matematica, un po’ di ginnastica e di disegno insieme ai ragazzi più distinti del Villaggio – ed erano più le ore di classe che passavano fuori che dentro le aule. Nella più frequentata, quella del dottor Fernández de Agüero, si insegnava agli allievi a dubitare di dio, e alcuni si lamentarono).

Echeverría finisce per dubitare anche del proprio ruolo di scrittore. Di scrittore che fonda la cultura di una Nazione che sta sorgendo. Pensa, mentra l’amante nera si allontana, al 1822, quando lasciò morire la madre bambina, bianca, di sua figlia.

“Él no es aquél, no debe ser aquél, pero quizá lo sea.

Teme 1822, no poder ser como los otros, no soportar como los otros, estar loco, la pendiente en principio y deslizarse, teme que no haya fondo, teme que haya.

– ¿No le parece que son margaritas a los chanchos?

– ¿Qué dice?

– Digo publicar mis poemas. Si no son margaritas a los chanchos. O, como dicen los franceses, perlas.

-¿Perlas?

– Sí, a los chanchos, perlas.

– ¿Perlas o margaritas?

– Margaritas o perlas.

– No, Estevan, es lo que corresponde.

Noches en que se despíerta con el corazón en la boca. Ha oído esa frase alguna vez – por más que lo intenta, no recuerda donde oyó esa frase alguna vez -, que describe las traiciones de su cuerpo como ninguna otra: vive – sabe que vive – con el corazón en la boca, con el miedo constante de perderlo”. (pag. 132)

(Lui non è quello, non deve essere quello, ma chi sa, forse lo è.

Teme 1822, non poter essere come gli altri non sopportare come gli altri, essere pazzo, la china all’inizio e svincolarsene, ha paura che non ci sia fondo, ha paura che ci sia.

– Non le pare che sono margherite ai porci?

– Che dice?

– Dico pubblicare le mie poesie. Se non sono margherite ai porci. O, come dicono i francesi, perle.

– Perle?

– Sì, ai porci, perle.

– Perle o margherite?

– Margherite o perle.

– No, Estevan, è ciò che corrisponde.

Notti nelle quali si sveglia con il cuore in bocca. Ha sentito quella frase qualche volta – per quanto ci si sforzi, non ricorda dove ha sentito quella frase qualche volta -, che descrive i tradimenti del suo corpo come nessun’altra: vive – sa di vivere – con il cuore in bocca, con la paura costante di perderlo).

Il riferimento è alla frase evangelica (Matteo, 7, 6) “Nolite proicere margaritas ante porcos”, non gettate le perle ai porci. Margarita in latino è grecismo per perla.

Per le strade c’è una rivolta di “rosistas”. Il dialogo in porteño.

“- ¡Traidor, malditos, hijos de una gran puta, salvajes unitarios!

Echeverría mira alrededor: miles y miles en plena gritería. Viva la Federación, Qie viva el Restaurador, el júbilo de tantos. Ellos también sono un azar. A ninguno de ellos le importan sus poemas, sus discursos, sus ideas – y son los hijos de esa tierra que le importa pintar, hacer con sus palabras: son los dueños de esa tierra, sus personajes, sus lectores incluso alguna vez,y son lo más lejano.

Lo más cercano de lo más lejano, lo más.

.- Hijodeputa. ¿No serás uno de esos salvajes, vos? A ver, cajetilla, a ver como gritás viva la Federación. Dale, gritá, malandra.

Seis muchachos lo rodean: cuatro emponchados pelo largo, bigotes con las puntas hacia abajo, sombreros bien calados, y dos negros fuertes, bien alimentados. Un empochado, parece ser el jefe:

-Vamos, salvaje, vamos. A ver como gritás, salvaje, o te hacemos una boca nueva.

Dice el jefe, saca un cuchillo de la faja; sus compañeros lo acompañan con más gritos. Echeverría mira alrededor, no ve socorro. Se le cruzan por la cabeza párrafos que ha escrito: “pensar es un crimen para ellos; detestar la opresión, insolencia …” Pero no puede ser por eso; éstos no pueden saber: alcanza con verlos para saber que no pueden saber. Oye un grito:

-¡Lorenzo!

Un negro se da vuelta, los demás le siguen la mirada: Candela – falda rojo punzó, camisa blanca, su rebozo rojo – se acerca casi majestuosa.

. Déjalo, Lorenzo, es una buena persona. Es un cajetilla pero buena persona”. (ágg.202-203)

( – Traditore, maledetti, figli di una gran puttana, selvaggi unitari!

Echeverría si guarda intorno: mille e mille in furore di grida. Viva la Federazione, Che viva il Restauratore, il giubilo di tanti. Anche loro sono un caso. A nessuno di loro gl’importano le sue poesie, i suoi discorsi, le sue idee – e sono i figli di quella terra che gl’importa dipingere, fare con le sue parole: sono i padroni di quella terra, i suoi personaggi, i suoi lettori perfino qualche voltam e sono quanto c’è di più lontano.

Quanto c’è di più vicino del più lontano, del più.

– Figliodiputtana. Non sarai uno di quei selvaggi, te? Vediamo, figlio di papà, vediamo come strilli viva la Federazione. Dai, strilla, teppista.

Sei ragazzi lo circondano: quattro con il poncho, capelli lunghi, baffi con le punte all’ingiù, i cappelli tirati bassi, e due negri robusti, ben nutriti. Uno con il poncho, sembra essere il capo:

– Andiamo, selvaggio, andiamo. Vediamo come strilli, selvaggio, o ti facciamo una bocca nuova.

Dice il capo, tira fuori un coltello dalla guaina; i suoi compagni lo accompagnano con più grida. Echeverría si guarda intorno, non vede aiuto. Gli attraversano la testa paragrafi che ha scritto: ‘pensare è un crimine per loro; detestare l’oppressione, un’insolenza … ‘ ma non può essere pèer quello; costoro non possono sapere: gli basta vederli per sapere che non possono sapere. Sente un grido:

– Lorenzo!

Un negro si volta, gli altri seguono il suo sguardo: Candela – gonna rosso vivo, camicia bianca, il suo scialle rosso – si avvicina quasi maestosa.

– Lascialo, Lorenzo, è una brava persona. E’ un figlio di papà ma brava persona).

Candela è la figlia dello schiavo nero, è l’amante di Esteban (che il popolo chiama Estevan).

Il romanzo assesta un pugno nello stomaco ad ogni pagina. Sta parlando dell’Argentina di due secoli fa, e in realtà sembra che parli dell’Argentina di oggi. Ma parlando dell’Argentina parla in realtà del mondo di oggi. Noi italiani potremmo riconoscerci in queste pagine.

“Pero a veces, muy de tanto en tanto, se olvida de verdad. Apagan el candil, cierra los ojos, se pierde en esos besos y se olvida de todo: se olvida de que la negra es una negra, de que nunca va a saber si lo quiere o se resigna, de que quererla no significa nada, de que no es una mujer que pueda volverse su mujer, de que está solo, de que quiso ser el poeta de un país sin poesia … “ (pag. 297)

(Ma a volte, molto raramente, dimentica per davvero. Spengono la lampada, si perde in quei baci e si dimentica di tutto: dimentica che la negra´una negra, che non saprà mai se lo ama o si rassegna, che amarla non significa niente, che non è una donna che possa diventare sua moglie, che è solo, che ha voluto essere il poeta di un paese senza poesia … )

Il senso è forse qualcosa che riguarda tutti, non solo Esteban Echeverría. Riguarda la condizione umana.

“La ausencia entonces, como su forma más acostumbrada, su presente continuo.

La ausencia como una condición”. (pag. 136)

(L’assenza allora, come la sua forma più abituale, il suo presente continuo.

L’assenza come una condizione).

L’esilio? Ma una volta davvero in esilio, non gli appare come una condizione estranea, bensì come la condizione

“Estaba equivocado. Ahora sabe

que estaba equivocado: el destierro

no es la muerte, es

un tiempo que no sigue

los èordenes del tiempo”. (pag. 323)

(Si era sbagliato. Adesso sa

che si era sbagliato: l’esilio

non è la morte, è

un tempo che non segue

gli ordini del tempo).

“El tiempo, en su deorden”. (pag. 359)

(Il tempo, nel suo disordine).

Ma quando arriva davvero il confronto con la morte, capisce. Sa.

“Y que lo más importante que le va a pasar en la vida es una tontería: un resbalón, un ahogo, un golpe de sangre, el corazón que no resiste.

Días, noches, más días en que se queda casi escondido: arrinconado.

Y más y más piensa en su nuerte, intenta imaginarla. Un día entiende che lo espantoso, lo realmente aterrador, es que no hay nada que imaginar: nada de nada. Y que incluso la palabra nada es un abuso de lenguaje”. (pagg. 361-362)

(E che la cosa più importante che gli va a succedere nella vita è una sciocchezza: uno scivolone, un soffocamento, uno sbotto di sangue, il cuore che non resiste.

Giorni, notti, e ancora giorni nei quali resta quasi nascosto: accantonato.

E sempre di più pensa alla propria morte, si sforza d’immaginarla. Un giorno capisce che lo spaventoso, il realmente terrificante, è che non c’è niente da immaginare: niente di niente. E che incluso la parola niente è un abuso di linguaggio).

 

Amarissima la conclusione.

“Echeverría había inaugurado una tradición argentina: que sus grandes escritores mueren lejos. La respetaron, a través de los años, Sarmiento, Alberdi, Mansilla, Güiraldes, Cortázar, Lamborghini, Borges, Puig, Saer, Gelman. En 1922 su hija, Martina Echeverría viuda de Fernández, se extinguió sin dejar descendencia. En 1951, a cien años de su muerte, su Matadero seguía leyéndose y su Cautiva citándose y su nombre nombraba una calle de cada ciudad de ese país donde vivió tan poco”.

(Echeverría aveva inaugurato una tradizione argentina: che i suoi gradi scrittori muoiono lontano. La rispettarono, nel corso degli anni, Sarmiento, Alberdi, Mansilla, Gúiraldes, Cortázar, Lamborghini, Borges, Puig, Saer, Gelman. Nel 1922 sua figklia, Martina Echeverría vedova di Fernández, si estinse senza lasciare discendenza. In 1951, a cento anni dalla sua morte, il suo Mattatoio si continuava a leggere e la sua Prigioniera citandosi e il suo nome nominava una strada di ogni città di quel paese dove visse così poco).

Libro tristissimo! Ma che scava nel profondo, che ti rovescia il cervello come un guanto, ti disordina i pensieri. La lezione dei labirinti di Borges è introiettata, diventa esperienza dell’oggi. Anche se per guardare quest’oggi “aterrador”, terrificante, usa lo sguardo, e la lingua, di uno scrittore del primo ottocento, che vuole essere lo scrittore di un paese che nasce e si accorge che quel paese nasce già con tutti gli orrori degli altri paesi che hanno alle spalle secoli, millenni di altri orrori. Anche la parola “niente” è un abuso di linguaggio.

Spero che presto a qualche editore italiano venga la voglia di tradurlo e di pubblicarlo questo straordinario romanzo. Insegnerebbe ai lettori italiani e anche, forse, agli scrittori italiani, che al di là delle mode, degli ammicchi, degli argomenti accattivanti, esiste un corpo a corpo della scrittura con la storia, con la realtà, che forse gli scrittori italiani di oggi, o molti di essi, hanno dimenticato, tralasciato. Si può raccontare la breve esistenza di uno scrittore disorientato che disorienta, che continua a disorientare ancora oggi, perché cerca il collegamento tra la propria scrittura e il paese, il popolo del quale e per il quale scrive e questo collegamento non lo trova, percepisce un’assenza, riscontra un soffocamento, uno sbotto di sangue, perché di ciò che scrive al suo paese, al suo popolo non gliene frega niente. E lui allora racconta questo niente. Chi conosce lo spagnolo si affretti a leggerlo, questo romanzo, chi non lo conosce, faccia pressione sui timidi e poco coraggiosi editori italiani, perché lo pubblichino. Spero che ciò succeda. Gli italiani conosceranno uno scrittore che non lascia indifferenti. Sono già stati pubblicati da Einaudi e Ponte alle Grazie altri libri di Caparrós. Questo è forse il suo capolavoro. Pubblicatelo!

Martín Caparrós, Echeverría, Barcelona, Anagrama, “Narrativas hispánicas”, 2016, pagg. 372

TAG: Cultura
CAT: Letteratura

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