Non dobbiamo chiedere il permesso di essere liberi

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15 marzo 2019

Vado a Marghera da un concessionario d’auto.
Hanno in vendita un’auto usata che potrebbe interessarmi ed ho chiesto un appuntamento.
Mi riceve un giovanottino smilzo dalla barbetta curata, vestito in maniera piuttosto formale.
Mi scorta fino alla macchina che desideravo vedere.
E’ un po’ una delusione:  ha dodici anni e, nonostante il basso chilometraggio, li dimostra tutti.
Chiedo se posso sedermi al volante.
“Deve”, mi risponde il giovanottino.
Mi siedo, impugno il volante, mi giro per verificare la visibilità del lunotto posteriore (dubito che questo modello disponga dei sensori di parcheggio).
Annuso l’aria all’interno dell’abitacolo.
“Si può provare su strada?”
“Per il test drive deve tornare un altro giorno, stamattina non è possibile, se vuole possiamo organizzarci per oggi pomeriggio”, ribatte il venditore.
La risposta mi indispettisce.
Emerge subito la vecchia abitudine, contratta in alcuni decenni di vita aziendale, di valutare l’efficienza di un’organizzazione da pochi indizi.
“Possibile”, penso, “che ti diano un appuntamento per visionare una macchina e non si facciano venire in mente che il cliente potrebbe volerla provare? Perchè non si organizzano per farti fare questo cavolo di test drive già in occasione della prima visita? E poi non potrebbero parlare in italiano e dire semplicemente giro di prova?”
La risposta del venditore però, anche se mi indispettisce, mi dà anche un certo sollievo.
Mi è passata la voglia di prendere questa macchina.
E’ un modello che mi piace da sempre, ma l’esemplare che ho sotto il naso ha un’aria mesta e un odore stantio.
Ho sempre vissuto l’acquisto di un’auto quasi come un innamoramento. O scatta la molla, oppure si rimanda.
E adesso ho una scusa ottima per defilarmi.
“Va bene”, dico, “Oggi pomeriggio ho un altro impegno, però, se mi dà il suo bigliettino, ci penso su e, se mi decido, la richiamo quando sono libero e combiniamo”.
Ovviamente non ho la minima intenzione di farlo.

Torno sullo stradone e mi incammino verso la fermata del tram.
Scatto una foto ad uno strano edificio semidiroccato con una scritta : Non dobbiamo chiedere il permesso di essere liberi.
Sotto la pensilina c’è un uomo sui quarant’anni.
Porta un giaccone di lana a quadretti da boscaiolo, e ha una folta barba rossa.

Tiene al guinzaglio un grosso cane e si china ogni tanto ad accarezzarlo.
“E’ un pittbull o un american stafford?”, chiedo.
“E’ un american stafford”, mi risponde.
Ci mettiamo a parlare di cani, mi spiega che pittbull e american stafford sono cani molto simili esteriormente, ma molto diversi come carattere.
“I pittbull sono molto aggressivi per natura. Gli american stafford sono invece affettuosi e mansueti”.
Indico il cagnone.
“Lui mi sembra un po’ nervoso”, dico.
“Solo perchè ho dovuto mettergli la museruola. Non la sopporta. Ma in tram ti fanno storie se non gliela metti.”
“Quindi è un cane tranquillo?”
“Tranquillissimo. L’unica cosa che non mi riesco a spiegare è il fatto che abbia la tendenza ad aggredire le persone di colore…”
“Com’è possibile?”, chiedo.
“Va a saperlo, non riesco a capire come è nata ‘sta cosa…Se c’è una cosa che è lontana dalle mie idee è proprio il razzismo”.
Scambiamo ancora qualche parola.
Mi confida che sta andando a Venezia.
Dovrebbe arrivare alle Zattere entro l’una e mezzo.
Guarda nervosamente l’orologio.
“Spero di farcela”, dice, “Non vorrei arrivare in ritardo, una volta tanto che c’è un’offerta di lavoro..”
La frase mi incuriosisce.
Mi domando a quale colloquio di lavoro uno possa andare trascinandosi appresso il cane.
Sto per chiederglielo, ma proprio in quel momento arriva il tram.
E’ molto affollato, ci perdiamo di vista.

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CAT: Letteratura

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