Silvio Perrella, Da qui a lì. Ponti, scorci, preludi

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2 ottobre 2018

L’accostamento di Chopin a Montaigne potrà sorprendere e far storcere il naso a molti. Ma prima di sorprendersi e di storcere il naso, sarà bene leggere per intero il capitoletto, che poi è il primo del libro, e domandarsi le ragioni dell’accostamento. Poco più avanti compare il nome di Goffredo Parise, si citano i suoi splendidi Sillabari.

Allora, mettiamo un po’ di ordine nelle idee. Che c’entrano i Preludi di Chopin con gli Essais di Montaigne, si sarà domandato chi appunto si è sorpreso e ha storto il naso. E perché Parise? Allora, tanto per cominciare, un po’ di linguistica. La parola “essai”, francese, ha finito con il significare, in italiano, “saggio”, ma ciò è avvenuto proprio per l’uso che ne ha fatto Montaigne. Il significato base del termine è prova, collaudo, tentativo. E del verbo che ne deriva, “essayer”, provare, collaudare, tentare. Del resto anche in italiano si dice: saggiare la situazione, saggiare il terreno. Allora – ideo, in latino –, come scrive Silvio Perrella, i preludi di Chopin “sono ‘saggi’ musicali, visioni, scorciatoie, in sintonia con Montaigne che ha intitolato la sua opera Saggi; è arte dell’alba”. Chiamato in causa Parise, Perrella precisa che la “possiamo chiamare arte dell’inizio”.

Il libro sono diciotto preludi verbali che alternano uno dopo l’altro caratteri romani e corsivi, e in ciascuno si racconta un collegamento, un’associazione, “da qui a lì”, appunto, come sul terreno o nelle città fanno i ponti se si deve attraversare un corso d’acqua, un vuoto, una strada sottostante. Ogni capitoletto parte da un pretesto (alla lettera: un pre-testo) o figurativo o letterario o musicale o che viene suggerito da un ricordo personale, per esempio il ponte Oreto a Palermo, il Ponte dei Sospiri a Venezia. A Palermo, Perrella ci è nato, e quel ponte è la sua infanzia. A Venezia, il ponte introduce a un carcere. Ma Perrella lo ha visto la prima volta con il padre, e scopre che tutta Venezia è una città di ponti. Senza, la vita quotidiana vi sarebbe impossibile.

 

Ma i saggi, i preludi hanno anche un altro aspetto particolare: non mostrano paesaggi interi, vedute complete, non esauriscono lo spunto, l’argomento di partenza. Ci presentano la realtà per scorci, da un angolatura insolita. Di fatto, verrebbe da dire, tutta l’arte, l’arte di tutti i tempi, è così, mostra particolari, scorci, visuali parziali di eventi, d’immagini che s’intravedono o si sottintendono.

Perfino certi grandi poemi, come l’Iliade, che non racconta tutta la guerra di Troia, ma soltanto un episodio, l’ira di Achille, e le conseguenze della sua diserzione dal campo degli Achei. Aristotele vi teorizzò sopra che l’opera d’arte non racconta, non rappresenta mai il tutto, ma solo una parte, dietro la quale, o sotto, s’indovina, s’immagina il resto. Proprio per questo l’artista può disegnare nitidamente il particolare, il frammento, che a quel tutto rimanda. L’Edipo Re di Sofocle non porta sulla scena tutta la vita dell’eroe, ma solo il momento in cui Edipo viene a conoscere la verità della sua condizione. Indagando sulla verità Edipo scopre che il colpevole del delitto sul quale sta indagando è proprio lui che indaga. Invenzione degna di un’Agatha Christie, che infatti in un romanzo la copiò.

Ma torniamo al prezioso libretto di Perrella.

Alcune pagine mi hanno addirittura commosso, perché mi ci sono riconosciuto, perché anche io ho vissuto la stessa esperienza. Per esempio le pagine sulla Venere allo specchio di Velázquez. Ci fu nel 2005 una bellissima mostra del Velázquez al Museo di Capodimente di Napoli, e lì vede il quadro Perrella. Io l’avevo visto, anni prima, alla National Gallery di Londra. Ma in mezzo a tanti capolavori non ne restai particolarmente colpito. O non ero maturio per comprenderne la profonda bellezza. Poi andai alla mostra di Capodimonte. Rivederlo a Napoli fu una folgorazione. Wittkower, se non sbaglio, lo definisce il più bel nudo della pittura occidentale. Perrella s’interroga sul senso di quel bellissimo nudo, sul senso che il passaggio del quadro abbia lasciato a Napoli. Lo scorcio del nudo (il viso si vede solo nello specchio) ritrae forse uno scorcio del ricordo, o il baluginare di un pensiero che riflette sulla fugacità dell’amore e la caducità della bellezza. Come da lassù, da Capodimonte – e sono io a riflettervi – lo scorcio in basso della città. Nella mia camera da letto ho appeso una riproduzione del quadro, la locandina, appunto, della mostra napoletana.

 

Poi, pagine avanti, c’è Leopardi, negli ultimi suoi anni cittadino napoletano. “Leopardi dalla sua postazione visiva raffigura il golfo di Napoli. … Dinanzi a quel paesaggio è evidente che il tempo non è per nulla progressivo. L’umile ginestra lo dimostra crescendo là dove sembrerebbe impossibile. Ed è proprio lei la misura che lo sguardo del poeta si sceglie per congedarsi da un mondo che gli sembra scagliato contro illusioni vane e senza alcuna misura”. Parole terribili, ma desolatamente vere. Soprattutto oggi.

Perrella c’invita a riflettere sui ponti, sui passaggi (come, nel secolo scorso, Walter Benjamin). Il ponte ci conduce da un luogo a un altro. La prima cosa che una guerra distrugge sono i ponti. Per bloccare l’attraversamento, il passaggio da una terra all’altra. Finita la guerra, i ponti si ricostruiscono. Perché sono necessari, perché nessuna terra può essere abitata se non ha ponti che permettano di percorrerla, attraversarla. Anche la poesia, la musica, la pittura, l’arte, hanno bisogno di ponti. Ve l’immaginate un’Eneide se Omero non avesse scritto l’Iliade e l’Odissea? O un Petrarca senza i trovatori e i trovieri, o senza lo Stil Novo? La pittura ad olio in Italia senza Antonello da Messina che ne importa la tecnica dalle Fiandre? I Concerti Brandeburghesi senza Corelli, Vivaldi, Couperin? Rossini senza Paisiello, Cimarosa e Haydn, Mozart? La dodicesima notte di Shakespeare senza quella commedia stupenda che sono Gli ingannati dell’Accademia degli Intronati di Siena?

La cultura ha sempre lanciato ponti, tra un paese e l’altro, tra una lingua e l’altra, tra una letteratura e un’altra. Mai alzato muri. Oggi, in Italia, i ponti crollano e si vogliono alzare muri, per ora solo metaforici, ma altrove se ne alzano di veri. Quale ginestra sbriciolerà il malto che li tiene insieme? E sbriciolati i muri che hanno diviso le nostre vite, avremo poi la forza di sostituirli con strade, ponti, che non crollino? Il libricino si legge d’un fiato, sono solo 74 pagine, e 12 di Titoli di coda, un indice, la descrizione tipografica, il catalogo della Piccola Biblioteca di letteratura inutile. Ma è il fiato, che poi ci manca, se, finita la lettura, pensiamo all’oggi.

Silvio Perrella, Da qui a lì. Ponti, scorci, preludi, Roma, Gaffi Editore, 2018, Trieste – Roma, Italo Svevo, “Piccola biblioteca di letteratura inutile. Idea e cura di Giovanni Nucci, pagg. 86, € 12,50

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CAT: Letteratura

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