Teoria del conflitto

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23 novembre 2018

“Dai, non fare così…”, dice.
“Ah, sarei io che sto facendo così?”, rispondo.
Mi guarda con un sorriso, poi prova a sdrammatizzare: “Mi ricordi mia figlia quando era piccola”.
“Quanto piccola?”.
“Piccolissima”.
“E cosa faceva quando era piccolissima?”
“A dire il vero lo fa ancora…”.
“Cosa?”.
Lei riempie il filtro della caffettiera e la mette sul fornello.
“Quando la rimproveravo”, riprende poi , “metteva su un muso incredibile. E non deponeva le armi per nessuna ragione al mondo”.
“In che senso?”.
“Nel senso che dovevo essere io, qualunque colpa lei avesse commesso, quella che doveva andare a Canossa”.
“I bambini sono un po’ tutti così…”.
“Qui ti sbagli. Il fratello si comportava diversamente. Era ansioso di tornare nelle mie grazie, di farsi perdonare. Se per un qualsiasi motivo lo avevo rimproverato, non passava un minuto che mi cercava, abbracciandomi le gambe.”
“La sorella invece no?”, chiedo.
Mi guarda con ironia, poi scuote la testa: “No, lei era un po’ come te. Esigeva una capitolazione…”.
“E da questa diversa esperienza con i tuoi figli che morale hai ricavato?”.
“Nessuna in particolare”, mi risponde, “se non questa: quando c’è un conflitto, c’è chi è impaziente di superarlo ad ogni costo e chi vuole approfittarne per segnare un punto”.

A questo punto sorrido anch’io, mimo un piccolo applauso ironico, poi apro lo sportello di una credenza e ne tiro fuori due tazze.
“Guarda che il caffè sta uscendo”, le dico.

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CAT: Letteratura

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