Il Signor Diavolo? Probabilmente

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7 settembre 2019

Il gotico padano di Pupi Avati, la passione delle origini, ritorna nella vecchiaia con Il signor Diavolo. È un horror metaforico, quello di quest’ultimo film, perché non è il sovrannaturale a spaventare bensì la realtà, la sconcia realtà di un Paese arretrato e medievale anche se nel XX secolo, metafora di un XXI che quell’arretratezza non è riuscito a sconfiggere e superare.

L’atmosfera beige, spesso decolorata in albe e tramonti caliginosi sulla laguna veneta, sfondo dimesso di oscure vicende esaltate dall’immaginazione popolare nutrita dalla superstizione religiosa è il brodo di coltura di un film che fa riflettere parecchio su come il cancro che teniamo nel corpo del nostro Paese sia sempre vivo.

La Chiesa, il cancro in questione, è lì, sempre in agguato a stabilire chi sono i mostri da combattere per essere dei bravi cristiani e bravi cittadini, ingerente oltre qualsiasi decenza nella società di un altro stato, allestendo e alimentando le paure della gente ignorante coll’angoscia del diavolo. Siamo sempre lì: identificare un nemico, qualsiasi esso sia, meglio se immaginario, è certamente terribile per la paura che ne deriva ma è anche rassicurante perché si sa su chi indirizzare gli anatemi e far ricadere la colpa. E se oggi il papa prende apparentemente le distanze dagli esorcismi e dal diavolo colle corna e i piedi caprini (ma non prende le distanze dal Concordato, mai sia) ci pensano i “veri cattolici” a baciare ed esibire il rosario nei comizi e, addirittura, in Parlamento, cosa che nessuno in tempi moderni aveva mai osato fare. Oltre a indicare nel papa un elemento quasi diabolico, troppo progressista, pretendendo anche di insegnargli il suo mestiere. I social hanno davvero dato una forza incredibile agli imbecilli senza arte né parte, amplificando l’ignoranza più che la cultura proprio perché, matematicamente, l’ignoranza è maggioritaria e la magia ha sempre una forte attrazione. Quasi una nemesi per una Chiesa che per secoli ha tenuto il popolo credente nell’ignoranza più assoluta e nel rispetto ossequioso della superstizione da essa stessa propagata. Declinando il potere secolare della Chiesa sfugge di mano anche l’irreggimentazione e il controllo di cotanta ignoranza, cosa che dovrebbe far riflettere i cattodemagoghi di turno: nulla è veramente eterno, meno che mai il potere, e prima o poi il vento gira. Alla fine Savonarola fu impiccato e ridotto in cenere. Memento.

La laguna veneta del film è, pertanto, la traslazione di tutto uno Stato sottosviluppato, perché gli stessi fenomeni superstiziosi s’incontravano – e s’incontrano tuttora – in Piemonte come in Calabria, in Campania come in Lombardia e Veneto, in un Paese devastato dal fascismo e dalla seconda guerra mondiale, dove migliaia di giovani erano morti sui vari fronti e centinaia di migliaia di civili avevano vissuto i bombardamenti, azzerando spesso famiglie e averi in un colpo solo, con stragi, deportazioni, povertà, emigrazioni, danni permanenti al corpo e al cervello e una ricostruzione, soprattutto culturale, assai complessa. La Democrazia Cristiana dell’Italia in ripresa, fornendo un’ideologia di base religiosa in voga da millenni, incarnò quel potere che una religione ha su menti meno preparate all’analisi critica della realtà, concimando l’immaginazione e drogando l’inconscio. Unendo diabolicamente religione e politica in chiave “moderna”. La paura del comunismo e dell’ateismo, auspicata e controllata soprattutto dagli U.S.A. attraverso il neo governo italiano e fomentata dalla Chiesa con rivoltanti interferenze politiche nelle omelie delle messe domenicali, vera e propria propaganda illegittima, con tutta una serie di controlli dell’infanzia attraverso l’attività oratoriale, spesso in mano a veri criminali – fanatici sacristi e suore messi in evidenza nel film – che forgiavano le menti dei più piccoli e meno difesi, fu la migliore arma contro la razionalità. Ne paghiamo ancora oggi le conseguenze.

Nell’opera di Avati si vede come la superstizione venga ingigantita dalla paura, dalla solitudine, da suore e preti viscidi e spregiudicati, e la tensione dell’alto funzionario di governo trasmessa al piccolo funzionario che indaga, mandato lì apposta proprio perché giudicato incapace e quindi il più adatto per creare confusione – e quindi assolutamente sacrificabile -, è una compressione angosciante che spudoratamente mostra fin dai primi momenti il potere del potere. L’inquadratura iniziale del Ministero di Grazia e Giustizia, con tutti i suoi opulenti scaloni e bassorilievi marmorei déco, i suoi corridoi lindi e pinti, dove nulla è fuori posto e si respirano unicamente autorità e potere, residuo fascista, è il perfetto contrasto colla povertà della provincia italiana, dove le case, gli ospedali, i conventi, i commissariati sono tutti scrostati, in un’atmosfera precaria, dove le povere vite di chi vi si trova hanno lo stesso valore di nulla. Lì allignano la paura, l’immaginazione, la rabbia, fomentati da un diritto medievale che ha nutrito per secoli la fantasia popolare di demoni e streghe e un odio per i diversi. Come diverso e ostile viene percepito immediatamente dalla comunità ristretta di un paesino veneto il pivello del ministero appena arriva.

Neanche i nuovi giudici, i funzionari della giustizia incaricati e che vorrebbero far luce sull’orrendo accaduto di plurimi omicidi in cui è implicato un ragazzino, riescono a togliere la pesantezza di questa crosta purulenta di superstizione fragrante d’incenso e di fuochi fatui. Anche perché hanno avuto l’ordine superiore di mettere a tacere tutto, che non si sappia che suore e preti, attraverso il plagio del bambino assassino , sono implicati in questi omicidi, e anche perché le elezioni sono vicine e la DC deve trionfare, soprattutto in Veneto, roccaforte del cattolicesimo: che un prete venga portato nell’aula di un tribunale “Alcide De Gasperi non se lo può permettere” dice l’alto funzionario al pivello come avvertimento perentorio. Per gli scopi della Chiesa e quindi della politica si arriva a falsificare volontariamente la realtà colla “macchina del fango” ossia colla trascrizione di una finta lettera (l’originale non esiste) e quindi la propagazione di quelle che oggi chiamiamo fake news, utili per stimolare l’odio degli odiatori professionali. Soprattutto il fatto che l’omicida sia un bambino è simbolicamente significante per alimentare la superstizione: l’età dell’innocenza usata dal demonio per i suoi misteriosi e scabrosi scopi, e l’unica deposizione presa in considerazione è l’onirica ricostruzione dei fatti raccontata dal bambino assassino. Innocenza che non appartiene a coloro che si presentano e si dovrebbero comportare come umili servi del Signore, serpenti velenosi che instillano al contrario invidia e odio di classe.

E bisogna assolutamente non far trapelare il cambiamento di visione della madre del ragazzo ucciso: una potente e nobile veneziana, Clara Vestri Musy, prima fervente cattolica e sostenitrice della DC che, forse in seguito al triste evento o forse prima, ne diviene acerrima nemica dichiarando al giudice e al funzionario ministeriale come la superstizione abbia ucciso suo figlio, affetto da epilessia e “curato” coi mezzi che allora c’erano, mezzi che gli avevano provocato le deformità, oggetto delle paure dei paesani di Lio Piccolo e degli osceni suggerimenti di un sacrestano e di una suora al ragazzo omicida. Metafora di una classe sociale più istruita che forse si stava rendendo conto di come il cattolicesimo, sposato e incatenato al potere, stesse uccidendo la razionalità e che quindi andava messa a tacere. La scelta di affidare dei ruoli cameo a celebri e bravi attori (Chiara Caselli, Alessandro Haber, Lino Capolicchio, Gianni Cavina e altri), da sempre collaboratori di Avati, dà ancora più pregnanza al ruolo che quei personaggi hanno avuto nella squallida vicenda, accentuando il lato grottesco più che quello gotico.

Il finale è assolutamente rappresentativo e chiarificatore. La tomba ipogea della bambina – sbranata nella fantasia popolare dal fratello demonio dai denti di maiale, in realtà morta di malattie infantili normali in quell’epoca – ai piedi dell’altare maggiore della chiesa, custodita e sbarrata dall’ambiguo sacrestano che diceva di avervi rinchiuso il male, viene riaperta per l’indagine condotta dall’ignaro funzionario ministeriale che vuol vedere le condizioni del piccolo cadavere. Cadavere del quale non si fece autopsia, frettolosamente sbrigando tutte le pratiche per nascondere i fatti. Lui, sebbene sollevato dal Ministero dal continuare l’indagine, visto il polverone che si stava alzando a causa della sua inettitudine e distrazione, decide di andare fino in fondo per principio, perché turbato da una sequenza così orrenda di delitti e forse per dimostrare a sé stesso e agli altri che aveva capito tutto. Ma al momento di uscire, avendo realizzato che sul piccolo cadavere non ci sono che i segni del tempo e mentre ce l’ha ancora in mano, il sacrestano ritira la scala per risalire e richiude la tomba su di lui, mentre si intravede il volto ghignante del ragazzo omicida: sono loro il male. Traslato: il male della superstizione continuerà e la verità resterà sepolta insieme a chi vuole svelarla perché questa è la volontà della Chiesa e della politica.

Quanto siamo lontani dalla realtà di oggi? In un paese dove in Calabria aspettano l’apparizione della Vergine tra le nuvole di un tramonto, mentre a Napoli la liquefazione del sangue di san Gennaro continua ad esaltare orde di creduloni, a Varese e dintorni ci sono sette sataniche che compiono riti sanguinolenti nei boschi, così come nelle campagne emiliane si sottraggono i bambini alle famiglie d’origine per darle a chi compra quegli stessi bambini, sottomessi inoculando nelle loro menti oscuri e inventati sabba infernali organizzati da preti, con complicità di politici e di istituti religiosi di ospitalità per le povere vittime di questa solenne e infame mistificazione, in un paese dove si affollano i santuari e si agitano continuamente rosari in sede politica, quanto ci siamo davvero allontanati dalla realtà descritta da Pupi Avati in un non poi così lontano 1952?

Forse alcuni piccoli dettagli del presente, come gli interruttori b-Ticino o certe maniglie in alluminio anodizzato delle porte, non sono realmente sfuggiti al controllo del regista ma sono una traccia per indicarci che ciò che stiamo vedendo non si svolge quasi settant’anni fa ma oggi, in un intreccio temporale e spaziale veramente inquietante.

Chi si aspettava un horror con porte cigolanti, specchi risucchianti, fantasmi paurosi che passano attraverso uomini e cose, indemoniati in stile hollywoodiano naturalmente resta assai deluso, ma non è questo lo scopo di Avati. A far paura qui sono il disagio psicologico allucinatorio e la persistenza della superstizione, ma soprattutto il suo legame colla politica che produce guasti a tutti i livelli. L’orrido e lo spaventevole non è il signor Diavolo ma la civiltà contadina, dipinta sempre pittorescamente come sana, i buoni selvaggi, in realtà l’incubatrice della credulità magica e demoniaca pronta a deflagrare.

Il viatico di Avati ci suggerisce che in questo paese dobbiamo fermare la superstizione in tempo, prima che generazioni di giovani sempre più preda di manipolazioni e visioni irreali, ignoranti e analfabeti, frutto di politiche d’istruzione costantemente più carenti e di propagande governative ed ecclesiastiche scandalose e volgari, riportino indietro l’Italia verso l’oscurantismo, uccidendo la ragione. E poiché il film è prodotto da RAI Cinema ci si chiede se la RAI stia finalmente percorrendo una strada diversa dai melensi Padri Tobia, Padri Brown, Don Mattei, Che Dio ci aiuti, Suor Cristine canterine e ballerine spalmate nei programmi musicali e d’intrattenimento, oltre a vario e dolciastro altro ciarpame ecclesiastico che hanno monopolizzato e continuano a farlo i piccoli schermi delle piccole famiglie italiane.

 

© Settembre 2019 Massimo Crispi

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CAT: Letteratura, Media

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