Lezioni del virus, tra just-in-time e teoria del caos

25 Febbraio 2020

Al netto delle chiacchiere e degli allarmismi gratuiti il Coronavirus dovrebbe spingerci a riflettere soprattutto sulla vulnerabilità di un sistema economico che nel corso degli anni è diventato sempre più fragile e in cui basta che il capostazione di Casalpusterlengo starnutisca perché la rete dell’alta velocità resti paralizzata e l’Italia tagliata in due.

Nel modo in cui l’Italia sta affrontando l’emergenza coronavirus ci sono due aspetti che saltano all’occhio: il corto circuito politico-mediatico e l’estrema vulnerabilità e impreparazione del sistema ad affrontare una minaccia che gli stessi virologi considerano limitata.

Chi è che parla alla pancia?

Il trattamento che l’informazione ha riservato al virus non è diverso da quello utilizzato abitualmente: sfruttare il possibile impatto emotivo della notizia per aumentare le vendite ovvero, nell’attuale mercato dell’editoria, i clic sui siti e l’audience dei telegiornali e dei talk-show, volano delle inserzioni pubblicitarie, oggi la principale fonte di introiti dei media. Le differenze di stile tra informazione-spazzatura e organi più autorevoli rappresentano articolazioni più o meno raffinate della stessa strategia.

Il CNR in una nota diramata sabato ha scritto: ‘L’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di  influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una  polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva.
Il rischio di gravi complicanze aumenta con l’età, e le persone sopra 65 anni e/o con patologie preesistenti o immunodepresse sono ovviamente più a rischio, così come lo sarebbero per l’influenza’. 16 giorni prima, il 6 febbraio, quando ancora gli unici casi di contagio in Italia erano i due turisti cinesi a Roma, il TG La7, una delle voci più equilibrate nel panorama dell’informazione, dedicava 16 minuti al coronavirus e 6 all’incidente ferroviario avvenuto la mattina, 2 morti e 31 feriti. Enrico Mentana introduce i numeri delle vittime parlando di ‘bollettino dell’offensiva’. Dirette tv senza fine seguono l’evolversi dei bollettini medici, con gli inviati che chiedono concitatamente la linea per annunciare un nuovo decesso, come gli exit poll nelle nottate elettorali. Una donna ricoverata in oncologia per un tumore e positiva al coronavirus muore dopo aver avuto un attacco cardiaco (Corriere240220), ma viene arruolata senza troppo sottilizzare tra le vittime dell’epidemiathe show must go on. Poi qualcuno si stupisce se la gente dà l’assalto ai supermercati e autorevoli direttori di giornali pontificano in tv accusando qualche politico di ‘parlare alla pancia degli italiani’.

Dal canto suo una politica debole e con un tasso di credibilità sotto zero non perde l’occasione per dimostrare di aver agito e rapidamente (facendo cosa, tutto sommato, appare secondario, come capita quando incombe l’ansia da prestazione) oppure che gli avversari non hanno agito abbastanza rapidamente e come si deve. Come si è visto qualche anno fa rispetto alle alluvioni in Liguria per il decisore politico il problema alla fine diventa: perdo più voti se do un falso allarme o se non do l’allarme e poi ci sono i morti? Nel novembre del 2011, ad esempio, mentre si avvicinavano le elezioni, chi amministrava Genova valutò che era peggio la prima ipotesi. Ci furono sei morti, di cui tre di ritorno da una scuola che il Comune aveva deciso di tenere aperta nonostante l’allerta. In seguito emerse che un verbale con gli orari dell’esondazione era stato manipolato per coprire eventuali responsabilità. La cautela dei governatori leghisti in Lombardia, Veneto e Piemonte, di contro alle consuete smargiassate di Salvini, riflette quella pressione.

Tagli e autonomie alla prova del virus

Il secondo aspetto degno di nota, probabilmente il più interessante, è che il virus sta mettendo in evidenza l’estrema vulnerabilità del sistema economico, politico e amministrativo consolidatosi a partire dagli anni ’90. Si tratta di un capitalismo segnato da alcune caratteristiche che lo distinguono da quello dell’epoca precedente: i tagli alla spesa pubblica, che hanno colpito anche i sistemi di sicurezza e di gestione delle emergenze; una crescente tendenza al decentramento amministrativo; lo spostamento del baricentro economico mondiale a est e, infine, l’ascesa del just-in-time, modello produttivo in cui l’offerta risponde in tempo reale alla domanda e le scorte sono ridotte al minimo.

Tutti questi aspetti sotto l’effetto del virus si stanno rivelando determinanti. I tagli alla spesa pubblica hanno progressivamente indebolito apparati decisivi come il servizio sanitario nazionale, ormai ridotti a strutture che a stento riescono a svolgere il lavoro di routine, ma rischiano di andare in crisi non appena si esce dai limiti dell’ordinario. Per anni si sono cancellati posti letto negli ospedali pubblici basandosi sulle statistiche sul numero di letti vuoti e sui relativi costi, col risultato che alla prima impennata di ricoveri ci troviamo con le gente parcheggiata sulle barelle nei corridoi del pronto soccorso. Figuriamoci se ci fosse davvero una pandemia.

Il decentramento amministrativo, dipinto per anni come il modo per ‘stare vicini ai cittadini’, ha moltiplicato i centri di potere in assenza di catene di comando e responsabilità definite in modo chiaro, tanto più necessarie in frangenti in cui l’irrazionalità tende a prendere il sopravvento. Sindaci, presidi e dirigenti pubblici si ritrovano a prendere decisioni spesso senza avere competenze in materia, senza aver ricevuto indicazioni chiare dall’autorità centrale, intimoriti dalle possibili conseguenze delle proprie scelte. I sindaci di Ischia così decidono di vietare gli sbarchi a cinesi e nordisti, costringendo il prefetto di Napoli a intervenire. La Basilicata interdice l’accesso a chi proviene dalla Liguria (dove a oggi non c’è un solo caso di contagio), dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto, tanto che ieri un il tribunale di Potenza ha dovuto sospendere un processo perché uno degli avvocati veniva da Milano. La regione Liguria chiude i musei (a febbraio notoriamente presi d’assalto…) e alcuni dirigenti dei beni culturali, interpellati dai dipendenti, consigliano loro di mettersi in malattia, che non si sa mai. In Lazio una scuola media vieta ai genitori di entrare nell’edificio in cui i loro figli fanno lezione. La rete dell’alta velocità rimane paralizzata perché il capostazione di Casalpusterlengo ha starnutito. A livello europeo poi lo spettacolo è ancor più grottesco, con governi che vietano i voli tra la Cina e il proprio paese, come se fosse possibile bloccare gli spostamenti tra due punti di una rete cancellando soltanto i collegamenti diretti. E viaggiatori che in alcuni aeroporti subiscono controlli sanitari in altri no.

I professionisti del complotto hanno affermato che l’epidemia a Wuhan sarebbe conseguenza di un attacco batteriologico della CIA, un’ipotesi in astratto possibile, ma non suffragata da prove e che d’altra parte non prende in considerazioni gli effetti deleteri che questa situazione avrà anche sulle multinazionali americane e in generale sull’economia occidentale. Tuttavia è vero che la guerra batteriologica è una delle opzioni a disposizione delle potenze mondiali, ma ormai alla portata anche di organismi non statuali. E l’Italia o quanto meno l’Europa dovrebbero aver predisposto dei piani per reagire a situazioni di emergenza ben più gravi di quella che si sta verificando in questi giorni, ma a giudicare dai fatti pare proprio che così non sia.

Just-in-time e teoria del caos

Infine il virus ha messo in evidenza la vulnerabilità di un capitalismo globale in cui la ‘fabbrica del mondo’ si è spostata a oriente, a migliaia di chilometri di distanza dalle materie prime di cui ha bisogno per produrre e dai mercati di sbocco dei suoi prodotti, e il cui funzionamento è legato a catene di fornitura (supply chain) e reti logistiche necessarie ad approvvigionare produttori e distributori, tanto decisive quanto vulnerabili. Il sito canadese SourcingJournal osserva che il coronavirus mette in discussione questo sistema di manifattura globale modellato sulla filosofia del just-in-time, in cui la merce non viene prodotto in attesa della domanda, ma nel momento in cui questa arriva. L’epidemia, così come qualche mese fa l’attacco di droni a uno dei maggiori giacimenti sauditi, spinge a chiedersi se le aziende che praticano la produzione on-demand ‘non si espongano a un potenziale rischio di sacrificare vendite e perdere produttività in caso di crisi’. E come spiega ancora il SourcingJournal  ha fatto sì che alcune imprese private abbiano già elaborato delle strategie di reazione basate sulla capacità di anticipare gli eventi e adattarsi rapidamente ai mutamenti di un ambiente complesso (SourcingJournal100220).

Nel just-in-time le scorte di magazzino, in caso di blocco repentino o rallentamenti imprevisti della produzione, si esauriscono rapidamente, mettendo le imprese a valle in condizione di non poter rispettare obblighi contrattuali, col rischio rischio di incorrere in sanzioni. Secondo S&P l’impatto del coronavirus sul PIL mondiale potrebbe essere dello 0,3%, ma ci sono settori più esposti. ‘In una crisi di questo tipo, praticamente tutte le categorie di fornitura appaiono “strategiche”: non si può costruire un’auto con il 99% dei pezzi. Le supply chain maggiormente colpite comprendono l’high-tech, la farmaceutica, il fashion/luxury e l’automobilistica per la loro dipendenza dalla Cina e da spedizioni just-in-time. Colossi come Dell Technologies, HP, Qualcomm, Huawei e Samsung sono tutti alle prese con interruzioni delle catene di approvvigionamento proprio perché la maggior parte della loro contractor capacity si trova in regioni che sono soggette a restrizioni simili a quelle della provincia di Hubei’ (ForbesItalia210220).

Il capitalismo ha visto crescere la propria complessità parallelamente al contesto internazionale che ne è diventato progressivamente il campo di gioco a scapito delle barriere nazionali. ‘Qualche anno fa, – ricorda Fabrizio Tonello su Il Manifesto di oggi – il sociologo tedesco Wolfgang Streeck scrisse un libro sulla crisi del capitalismo intitolato Buying Time, «Guadagnare tempo». La sua tesi era che i successi dell’economia di questi anni si basavano su una strettissima integrazione produttiva e finanziaria ma che proprio questo rendeva il sistema globale fortemente vulnerabile a uno choc esterno che, a causa di questa integrazione, si sarebbe immediatamente diffuso da Pechino a Washington e da Oslo a Sidney‘. Una constatazione che ha spinto anche alcuni teorici del pensiero strategico a convincersi che il paradigma scientifico più adatto a studiare le dinamiche interne del mondo contemporaneo non sia più la meccanica newtoniana ma la teoria del caos. ‘Il concetto di caos dovrebbe farci cambiare la visione che abbiamo dell’intero spettro delle relazioni umane, di cui la guerra è soltanto un caso particolare’ scriveva nel 1992, Steven R. Mann ex diplomatico americano esperto di questioni energetiche, aggiungendo che ‘il contesto internazionale è uno squisito esempio di sistema caotico’ (Chaos Theory and Strategic Thought, 1992). Mann, che nel 2009 è approdato alla Exxon Mobile come esperto di relazioni governative e che di catene di rifornimento globale dunque se ne intende, individua come chiave del nuovo modello interpretativo il concetto di ‘criticità auto-organizzata’ (self-organized criticality), ricavato dalla biologia e dalla teoria dei sistemi. La criticità auto-organizzata è la regola che governa ‘ampi sistemi interattivi’ che non raggiungono mai un equilibrio definitivo, ma ‘si organizzano fino a raggiungere uno stadio critico in cui un piccolo evento dà origine a una reazione a catena che può condurre a una catastrofe’.

Tre anni fa un altro virus, stavolta informatico, Wannacry, infettò centinaia di migliaia di computer disseminati in 150 paesi, mandando in tilt per qualche giorno grandi gruppi bancari, automobilistici, ferroviari e delle telecomunicazioni e anche il sistema sanitario britannico. Che il libero mercato e le democrazie liberali costruite su di esso si rivelino così vulnerabili al classico ‘battito d’ali di una farfalla in grado di scatenare un tornado in Texas’ (l’immagine con cui si è soliti sintetizzare la teoria del caos) è uno degli insegnamenti più interessanti che avvenimenti come questi ci impartiscono. Insegnamenti forieri di conclusioni ben più profonde di tutte le chiacchiere con cui il circo politico-mediatico ci assilla in questi giorni. Come nel caso degli ottantenni con una salute già traballante sono le condizioni generali di un organismo che determinano il suo grado di vulnerabilità agli agenti che lo attaccano.

L’articolo è tratto dalla newsletter di PuntoCritico.info del 25 febbraio.

TAG: catene di fornitura, coronavirus, just-in-time, teoria del caos
CAT: macroeconomia

2 Commenti

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  1. uldio-calatonaca 7 mesi fa

    Condivido soprattutto la parte centrale e quella conclusiva nelle quali di analizzano le tendenze di cambiamento della produzione e del consumo. La questione è tanto interessante che anche io ho scritto su questi argomenti sia pure con un taglio differente. Staremo a vedere, speriamo presto e con meno ansia.

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  2. xxnews 7 mesi fa

    parole sante

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