Come mando al rogo una eccellenza: Copan, i tamponi e il giornalismo

20 Marzo 2020

Da due giorni tra le mille notizie sul Covid gira anche una bufala à la mode aujourd’hui, con la non lodevole eccezione che non è un fake russo, anche se per dezinformatsiya ci assomiglia, ma prodotto casalingo di un giornalismo che appare in caccia di streghe.
Scrive Repubblica, ma non solo, che una azienda bresciana ha venduto 600.000 tamponi per analisi agli Stati Uniti i quali hanno provveduto a trasferirli oltreoceano con un volo militare da Aviano, facendo il parallelo con l’offerta della Casa Bianca da one billion dollars avanzata a una azienda tedesca per la realizzazione di un vaccino Covid in “esclusiva” per Washington. Facendo nascere il sospetto, salvo rettifiche ma in un momento di grande sensibilità al tema, che questa vendita italiana in nome del lucro abbia sottratto risorse a chi oggi combatte il virus e proprio in una zona rossissima.
C’è tutto in questa diffusa narrazione: il costante antiamericanismo di una parte della società italiana, a sinistra ma non solo; c’è l’utile di azienda, gli sghei, i soldi, il profitto inteso come frutto di una rapina e non del lavoro, convinzione comune e base sostanziale per l’anticapitalismo di una parte della società italiana, a sinistra ma non solo; la caccia alle streghe parallela all’odio per l’untore, all’idea della congiura, alla caccia al colpevole e alla responsabilità dello “Stato” (cioè del Re nella percezione, o del Potere Assoluto, o della Morale Superiore) che ha sempre animato una parte rilevante della società italiana. A destra ma non solo.
E c’è la fame di notizie della stampa, notizie disponibili da tempo tra l’altro sia su un sito che si occupa di Difesa (Defense One) sia rilanciata diversi giorni fa dal WSJ Italia e da qualche testata italica. Disponibilità inutile di una notizia non nuova ricicciata per l’occasione.
Risultato: una marea di contumelie sulla pagina facebook della azienda, nei commenti sui giornali, nell’opinione pubblica e un danno di credibilità senza precedenti per una azienda non colpevole di nulla se non di essere una eccellenza italiana nel mondo.
Copan è una azienda di Brescia semplicemente straordinaria. Nata da una intuizione di Daniele Triva che brevettò un tampone per le analisi se ben ricordo ai primi del nuovo millennio, è cresciuta diventando una delle migliori “multinazionali tascabili” tipiche del sistema industriale italiano per quanto non diffusissime (purtroppo sono troppo poche e bersaglio frequente di acquisizioni internazionali). Ed è una azienda che ha al proprio interno una cultura aziendale della responsabilità sociale verso il territorio (parolona di moda) e i propri collaboratori (e uso il termine “collaboratori” e non dipendenti appositamente) che non ha eguali in provincia di Brescia e credo molto pochi in Italia. Una delle prime azienda ad avere un asilo interno, a collaborare strettamente con i licei cittadini, ad avere una idea del welfare aziendale come elemento di sviluppo della azienda e non solo come servizio, a fare di ricerca e innovazione e perfezione le caratteristiche prime della propria missione. Ricordo bene una chiacchierata con Daniele Triva prima di una ingiusta e prematura scomparsa: parlavamo di un altro gioiello del medicale bresciano, un’altra azienda venuta dal nulla, dallo stampaggio plastica, produttrice di stent cardiaci che era cresciuta in un amen da azienda familiare a dimensione mondiale e che stava per farsi acquisire da una multinazionale americana con un favoloso premio per l’imprenditore che vendeva. Daniele guardava a quella operazione come una grave occasione persa, quella sì come una operazione dove il lucro era l’unica guida e ne parlava con umano fastidio. Il risultato fu che come era prevedibile la multinazionale americana svuotò l’azienda bresciana che da una crescita esponenziale finì alla cassa integrazione e poi, dopo il rischio chiusura, a una riconversione senza gloria. Quello sì sarebbe una storia da raccontare ma ovviamente fa meno notizia il peccato di una virtù
E la virtù di Copan è che gli eredi non hanno mollato, pur giovanissimi, e stanno mandando avanti l’azienda che ha oggi una capacità produttiva dove l’ordine americano, che è un ordine tra gli altri e non particolarmente cospicuo, può essere evaso in qualche giorno di lavoro senza difficoltà avendo già fornito per più del doppio lo Stato Italiano che di quello stock ordinato e consegnato ha usato più o meno solo il 20%. Stiamo quindi parlando di un successo, di una azienda per la quale tutti vorrebbero lavorare e che non c’è imprenditore che non invidia. Un piccolo gioiello che anche in questi giorni fa il suo dovere e non ha nulla di cui scusarsi se non di essere una eccellenza, un monopolio mondiale. Ma appunto neanche questa è una notizia, meglio la caccia alle streghe.
Bah…

TAG: giornalismo
CAT: Media

4 Commenti

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  1. Grazie Flavio Pasotti
    Il tuo articolo mi riconcilia con un’idea di quello che secondo me dovrebbe essere il giornalismo

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  2. Grazie Flavio Pasotti
    Il tuo articolo mi riconcilia con un’idea di quello che secondo me dovrebbe essere il giornalismo

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  3. Grazie Flavio Pasotti
    Il tuo articolo mi riconcilia con un’idea di quello che secondo me dovrebbe essere il giornalismo

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  4. gv.verardi 6 mesi fa

    Grazie per questo articolo, purtroppo vox clamantis in deserto. Nel deserto del grillionismo socialista, nel deserto di un paese (minuscola voluta) che non merita le eccellenze come Copan.

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