Da Giovanni Scattone a Doina Matei. Quando la plebe insegue i mostri eterni

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14 Aprile 2016

Storie molto diverse, diverso clamore suscitato dalle due vicende. Per ironia della sorte, di identico c’è il cognome delle vittime oltre all’idiozia di un circo mediatico asservito ai bassi istinti di una plebe sempre più diffusa. Paragonare la vicenda che portò alla rinuncia della cattedra ottenuta da Giovanni Scattone alla revoca della semilibertà che era stata concessa a Doina Mattei, potrebbe sembrare una forzatura, ma in realtà non lo è.

I due casi presentano infatti molte analogie. Il primo, condannato per omicidio colposo nel processo Marta Russo (uno dei più mediatici della storia d’Italia), a pena già scontata da tempo, è costretto a rinunciare ad un impiego stabile dopo anni in cui quello stesso impiego lo aveva svolto – tra l’altro egregiamente – da precario. I genitori della vittima, prontamente raggiunti dai cronisti, affermano che un assassino può fare qualsiasi lavoro ma non certo insegnare a dei ragazzi. Peccato che Scattone insegna già da dieci anni e appartiene a una generazione che già in condizioni normali il “posto fisso” lo vive come un miraggio, a differenza di quella dei genitori della povera Marta che forse pensano che al giorno d’oggi, se non si va a fare l’insegnante, la settimana dopo si va a fare il bibliotecario, come era una volta.

Giovanni Scattone rinuncia quindi alla cattedra, condannato da un secondo processo che non si svolge in un’aula di tribunale ma su giornali e social network. Per qualche settimana veste di nuovo i panni del mostro. Torna poi nell’ombra, come dovrebbe essere giusto in un paese in cui chi sbaglia paga il suo conto con la giustizia per poi tornare realmente libero.

Doina Matei, il 26 aprile del 2007 uccise Vanessa Russo colpendola con la punta di un ombrello, nel corso di una lite avvenuta in un vagone della metropolitana di Roma, un luogo talvolta così simile ad un carro bestiame da far sembrare bestie anche le persone che ci si trovano dentro. Gli fu dato il massimo della pena per quel tipo di reato, anche grazie al seguito che i giornali diedero alla notizia. Verrebbe quasi da pensare che in Italia, se proprio si deve ammazzare qualcuno per sbaglio, conviene farlo il giorno in cui si vota la sfiducia al governo di turno, per evitare che il “quarto potere” influisca troppo sulla condanna definitiva.

Come tutti i detenuti modello, scontata metà della pena, alla Matei viene concessa la semilibertà e la possibilità di svolgere un lavoro diurno. Commette però un grave errore: posta delle foto su Facebook in cui si permette addirittura di sorridere. Nuovo caso, stesso copione: intervista alla madre della vittima logorata dal dolore per quella serenità ostentata e indignazione diffusa di quotati commentatori con plebe al seguito. Risultato: interruzione dell’articolo 21 del regolamento penitanziario e Doina di nuovo a marcire in cella, per la comprensibile felicità della famiglia Russo e quella assai più pietosa dei tanti perfetti sconosciuti appagati dalla loro virtuale sete di sangue, da non confondersi con quella reale che è assai più dignitosa per un essere umano. Ci sarebbe poi l’articolo 27 della Costituzione, che al Comma 3 prevederebbe la “rieducazione del condannato”, ma ormai parliamo di letteratura.

Comunque la si pensi, i veri protagonisti di queste due brutte storie non sono né le vittime, né gli assassini. C’è una regia, quella degli organi di informazione che vivono di “mostri eterni”, ci sono gli attori principali, che sono i parenti delle vittime, ci sono le comparse, quelle che animano da tempo immemore la piazza che grida “Barabba”. A parte il deprecabile accattonaggio del regista, la differenza tra attori e comparse è molto semplice: un genitore che grida vendetta contro chi gli ha tolto un figlio è una persona che ha subito la più grave delle amputazioni, quella della continuità di sé stesso, dell’incarnazione del suo amore. È un menomato del sentimento e come tutti i menomati è vittima di barriere per lui insormontabili. Le comparse, come in ogni film, sono lì per quattro spiccioli e un cestino con qualcosa da mangiare, bramosi di brevi appagamenti per le loro vite frustrate. Se li osservate bene, sono gli individui tristi della nostra società.

TAG: Doina Matei, Giovanni Scattone, Marta Russo, social network, Vanessa Russo
CAT: Media

7 Commenti

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  1. evoque 4 anni fa

    Oh, ma quanto è compresivo, lei. La signorina assassina uccide un suo simile, o forse no, data la bestialità dell’atto e, dopo 8 anni, può godere della semilibertà e può andare al mare, al Lido di Venezia, mettersi in costume e pronunciare il fatidico cheese a.favore dell’obiettivo. Piccolo e trascurabilissimo particolare, la sua vittima non potrà fare alcuno di quei gesti né ora né fra otto anni. Visto che giace sotto tre metri di terra. In Italia, c’è un’associazione che si chiama “Nessuno tocchi Caino. Beh, io preferisco dare la mia compassione ad Abele.

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  2. sandro-moro 4 anni fa

    Seguendo il suo ragionamento, evoque, l’ unica pena possibile è l’ergastolo o la morte: la vittima non tornerà mai, e quindi l’espiazione non dovrebbe mai terminare: un sorriso dopo 15 anni sarebbe altrettando inaccettabile. Anche della sua compassione, temo, la vittima poco se ne farà. Le auguro almeno di sentirsi meglio Lei.

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    1. evoque 4 anni fa

      Io trovo inopportuno (non mi va di usare un termine pesante) che, dopo soli 8 anni, questa tizia si permetta di postare su un social una sua foto in cui sorride e si rilassa al mare. Mancanza di intelligenza oltre che di un minimo di sensibilità. Diverso sarebbe se quella foto fosse rimasta nel suo album di famiglia.
      Come fai a sbattere in faccia alla famiglia della morta assassinata (da te) la tua serenità mentre loro sono ancora alle prese con un dolore che mai se ne andrà?
      Quanto alla mia compassione, questa è un sentimento che io provo anche nei confronti di chi fa dell’inutile sarcasmo.

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  3. carlo-gualtieri 4 anni fa

    Concordo, ma non serve, ormai le sentenze non le pronunciano i giudici (quelle dei giudici vengono pronunciate dopo almeno 8 anni di gogna mediatica, a meno che non si tratti di casi che danno visibilità al giudice),ma sono il prodotto del loop tra media e comune sentire: giustizialismo accanito alla faccia della costituzione!

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    1. evoque 4 anni fa

      Un altro comprensivo. Ma quanti ne abbiamo in questo paese. Chissà se sarebbe stato così comprensivo qualora l’assassinato fosse stato un suo caro.

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      1. caino 4 anni fa

        e se l’assassino fosse suo figlio…o il suo migliore amico…o sua madre?

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        1. evoque 4 anni fa

          Che cosa c’entra? Un familiare, pur nel dolore, cerca di rimanere vicino a un proprio caro anche se questi ha sbagliato in modo irreparabile. Mi sembrerebbe così scontato che non sarebbe neppure necessario doverlo sottolineare. Ma chi ha sbagliato in maniera irreparabile – i morti non risorgono, dopo che sono morti, non siamo in un film! – dovrebbe avere il pudore di non esibirsi pubblicamente, di non esibire pubblicamente il proprio indecente sorriso: c’è gente che soffre a causa di quell’atto atroce. Santo Iddio, mi sembrano princìpi minimi degni di un essere umano.

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