L’Isis sta per colpire: lo ha detto pure il “fruttarolo”

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24 novembre 2015

La politica estera non è mai stata il forte dell’informazione italiana, da sempre concentrata sulle vicende domestiche. Per questo di fronte al terrorismo dell’Isis ha scelto la via più semplice per informare. Quella del terrore. Il giornalismo televisivo ai tempi del “Califfato Islamico” sta rimettendo in discussione le regole base della deontologia, alimentando volontariamente il clima di psicosi delle nostre città. Fra luoghi comuni, opinionisti improbabili e domande fuorvianti.

La mancanza di conoscenza del mondo islamico ha costretto molti degli ospiti di professione, fra cui quei politici che intasano ogni giorno la tv, a reinventarsi al volo per non perdere il treno. In fondo basta solo aggiornare velocemente il proprio vocabolario. Gli esiti spesso sono disastrosi, ma poco importa: è così che i musulmani divengono “islamici”, aggettivo che definisce ciò che è relativo all’Islam, o peggio ancora islamisti. Parlare di Jihad, di Islam “moderato”, di islam “politico”, di sunniti o di sciiti si può, basta solo ostentare la stessa sicurezza e approssimazione con cui, magari fino al giorno prima, si discuteva dei Tweet di Matteo Renzi, del degrado di Roma o dell’ex sindaco Ignazio Marino.

Nel caso dei talk show, la scelta degli ospiti in studio rivela subito quale sarà il corso degli eventi. Con la donna che indossa l’Hijab, occidentalizzata ma non troppo, si va sempre sul sicuro. In alternativa, però, anche l’uomo con la barba lunga e nera da anteporre al Salvini di turno può andare bene (il format preferito da Paolo Del Debbio. Qualunque piega prenda la trasmissione, all’ospite che occupa la casella “musulmano”, prima o poi arriva l’immancabile richiesta di dissociazione dal terrorismo dell’Isis. Ha funzionato con le Brigate Rosse, perché non dovrebbe funzionare con loro? L’inquadratura in questo caso si fa più stretta e i lineamenti del viso arrivano ad occupare l’intero schermo. Da casa chi osserva e tiene ancora in mente i fatti di Parigi, scruta con diffidenza l’intervistato, alla ricerca di dettagli che tradiscano il suo nervosismo. In ogni caso, qualunque sia la sua risposta, non potrà mai essere sedata la paura di chi guarda.

Rispondere positivamente, con fermezza, significa comunque rafforzare l’idea che la maggior parte dei musulmani sia dell’Isis, nonostante siano gli stessi musulmani le principali vittime del Califfato Islamico. Non farlo, indipendentemente dalla motivazione, significa aderire all’Isis. Rifiutarsi di rispondere, come farebbe qualsiasi persona di buon senso, se gli venisse chiesto in maniera violenta e aggressiva di dissociarsi da qualcosa che non lo riguarda minimamente, garantisce allo stesso modo un’automatica patente terroristica, di fronte alla quale, anche la più forte delle argomentazioni perde valore. “Sicuramente ha qualcosa da nascondere”.

Le conseguenze di questo modus operandi sono ancora più evidenti con i vivavoce dalla strada, dove qualsiasi regola deontologica svanisce in nome del sensazionalismo. A nessun inviato speciale verrebbe mai in mente di chiedere ad un adolescente italiano di dissociarsi dal Vaticano per la condotta di alcuni preti pedofili. Ma in nome del terrorismo islamico e dell’incubo Daesh, tutto diventa possibile.

Bambini,  persone con una scarsa conoscenza della lingua italiana e, nella maggior parte, indifese e impreparate di fronte alla circuizione mediatica. Senza nessuna pietà, tutti possono essere trasformati in opinionisti, contribuendo in maniera involontaria al clima di terrore crescente nelle nostre città. Basta essere musulmani, o in alcuni casi semplicemente stranieri, e il gioco è fatto. Lo stile dell’intervistatore, in genere, è aggressivo, così come la formulazione delle domande, spesso cervellotiche e riproposte con insistenza anche quando è palese che l’interlocutore non risulti in grado di comprenderne il significato. La ricerca della verità deve necessariamente confermare l’ipotesi iniziale. I terroristi sono fra noi e l’Isis sta per colpire. Lo ha detto pure il “fruttarolo” all’angolo della strada.

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