Gli effetti tragicomici del voltafaccia di Obama a Israele e ai sunniti

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27 Marzo 2015

UN Resolution 1701 –Divieto a Hezbollah, sostenuto dall’Iran, ad agire sul Territorio libanese con attacchi armati. MAI APPLICATA.

UN Resolution 1696 – Blocco del programma iraniano di arricchimento dell’uranio e richiesta di accettazione del diritto di Israele ad esistere da parte palestinese. MAI APPLICATA.

Lungo è l’elenco delle risoluzioni ONU che non hanno mai trovato applicazione e che particolarmente nel mandato Obama son state disattese e ignorate nei rapporti diplomatici con i Paesi del Medioriente. Da quando è salito al potere Barack Obama, con Hillary Clinton al suo fianco, ha deliberatamente voltato le spalle ad Israele e all’Arabia Saudita pensando di eliminare l’impegno americano nei confronti di due alleati storici. Già da questo si capisce che la politica estera di Obama è basata su assunzioni relative al Medio Oriente del tutto errate, che la semplice cronaca si è presa la briga di cassare come tali nel volgere di poco tempo. Il Medio Oriente non è andato nella direzione che auspicava il presidente Usa: il fallimento dell’interventismo nel Mediterraneo (Siria, Libia), il radicamento dell’Is, il drammatico attentato a Tunisi, e adesso il conflitto aperto in Yemen da una coalizione sunnita a guida saudita contro i ribelli sciiti Houthi supportati dalla filiera Iran-Hezbollah–Hamas.

I “dispetti” e le umiliazioni comminate al premier di Israele Bibi Netanyahu durante le sue visite a Washington son diventate barzellette alla Casa Bianca. A nulla sono valsi i tentativi di parte israeliana di sottolineare la doppiezza dei palestinesi al tavolo delle trattative e l’ostinazione di Hamas a non rinunciare alla lotta armata ed a non riconoscere il diritto all’esistenza di Israele a nulla sono valsi. A nulla vale il giudizio di Moody’s che ritiene politicamente più stabile e preferibile una coalizione guidata dalla destra di Bibi che dal centro sinistra sionista per la stabilità economica del Paese. Invece, da parte americana, sono spuntate accuse di spionaggio a Israele, si è poi aggiunta la declassificazione di reperti storici sullo sviluppo di un programma nucleare nel Paese risalente al 1987, e infine le parole dure contro Nethanyahu che mai Obama ha riservato né ad Assad né a Putin.

I sauditi son partiti all’azione, pronti a ristabilire ordine nel vicino Yemen e a rinsaldare l’alleanza fra i 10 Stati presenti nell’Area del Golfo compresi Giordania ed Egitto. L’America si è trovata costretta ad offrire supporto logistico e di intelligence proprio quando ad essere bombardati sono i ribelli sciiti Houthi finanziati e supportati militarmente dall’Iran. Un risultato tragicomico per un’amministrazione che sta cercando in tutti i modi un’allenza con il medesimo Iran. Gli Houthi hanno occupato il Nord e hanno già saldamente in mano gli oleodotti del Mar Rosso. Ed a fuanco dei sauditi ora ci sono anche i turchi, come testimoniato dal recente viaggio in Arabia Saudita a fronte del quale il Premier turco Erdogan ha rinsaldato il rapporto di base con Ryad e si è trovato terreno fertile per un accordo, allargato al Qatar, per sostenere i ribelli siriani anti Hassad.

Così il fronte sunnita si rinsalda valutando possibili soluzioni per il conflitto siriano, che si inquadrano in una strategia più generale di contrasto al fronte sciita, Iran in testa. Strategia che, è appena il caso di notare, è esatto all’opposto di quella di alleanza con Teheran perseguita dal delegato Usa John Kerry.

Tutto questo ha avuto anche delle implicazioni sul mercato dell’energia. Gli effetti sul petrolio si son fatti sentire immediatamente con un netto rimbalzo e confermando la tenuta del prezzo del barile WTi a 40 dollari,  mentre le case energetiche stan riprendendo fiato dopo la correzione degli scorsi mesi dei loro corsi azionari. Intanto l’Egitto ha bloccato le forniture di gas a Gaza a causa degli ingenti debiti accumulati e mai pagati da Hamas, a dispetto dei copiosi finanziamenti ricevuti dall’estero, e al contempo ha rafforzato il dialogo con l’Italia, chiedendo il supporto europeo per fronteggiare l’infiltrazione dell’IS/ISIS in Libia.

È un fatto che la guerra politico-religiosa e di frazione interna al mondo islamico si autoalimenta su due fronti: quello classico tra la maggioranza sunnita e gli sciiti in Yemen , Siria ed Iraq e il tutto contro tutti della deriva salafita dell’IS con mire territoriali ed economiche molto ampie legate ad un “network” tra gruppi di terroristi attivi sia nell’area mediorientale sia africana, incluso il Maghreb.

Tornando ad una delle cause principali del caos mediorientale e dei rischi bellici messi in campo non si capisce da cosa derivi questa incapacità di Obama ad affrontare adeguatamente la politica estera americana. Insigni dietrologi fanno notare come Obama abbia avuto un padre keniota dichiaratosi ateo e poi un secondo padre indonesiano islamico moderato che lo accompagnava alla moschea da piccolo. Poi Obama riappare alla Trinity United Church of Christ di Chicago dove si converte e milita per 20 anni e farà battezzre le sue figlie. Il suo mentore Jeremiah Wright ha supportato in passato le marce di proteste anti-israeliane organizzate dal Qatar a Gerusalemme e sottoscritto un documento ove si rigetta l’idea di uno Stato ebraico e se ne chiede il boicottaggio , tanto che la Trinity United Church e’ arrivata a supportare il negazionismo arabo con accenti antisemiti molto evidenti negli ultimi anni. Il boicottaggio delle chiese metodiste e protestanti anglosassoni che ne e’ seguito  non è stata quindi una novità, ma certamente ancora una volta Obama conferma l’affettuoso legame fraterno con una comunità il cui leader è notoriamente antisemita.

In un famoso video che viralmente sta invadendo i socials tratto dalla serie The Newsroom la domanda è: perché gli USA sono il Paese migliore del mondo? La risposta spiazzante del protagonista disegna una realtà fuori dagli stereotipi: «Gli Usa sono settimi al mondo per alfabetizzazione, 49esimi per aspettative di vita, 178 esimi per mortalità infantile, terzi per reddito famigliare medio e quarti per forza lavoro ed esportazioni. Sono primi solo per il numero di cittadini in carcere pro-capite e le spese per la Difesa, in cui investe più di 26 nazioni messe insieme, delle quali 25 sono sue alleate». Gli Usa spendono circa 600 miliardi di dollari Usa per le spese militari, seguita dalla Cina con soli 140 miliardi e dall’Arabia Saudita, che ha recentemente superato la Russia, con 70 miliardi di dollari Usa. «Gli Usa delle cause giuste, delle lotte in nome di principi morali, della guerra alla povertà e non ai poveri» è lontana dalla realtà del conflitto sociale attuale e del caos provocato dalla politica di Obama in Medio Oriente.

Più di vent’anni di politica americana di contenimento della minaccia nucleare iraniana portata avanti dal Congresso rischiano di sfumare nell’ossessione dell’attuale Presidente di racimolare almeno un risultato quale che sia nella sua politica estera scellerata. Dopo la lettera dei 47 senatori americani che conteneva un monito all’Iran (qualsiasi accordo sul nucleare potrebbe essere annullato da un futuro Presidente e dovrebbe comunque essere ratificato dal Congresso), ben 367 membri del Congresso hanno scritto un’altra lettera dove si ricorda l’impegno del Congresso negli anni passati e si riafferma un ruolo di supervisione e vigilanza del Congresso. Si riafferma che il mandato del Congresso non può essere succube ad una visione “miope ossessione” di un’amministrazione in carica ma a fine mandato. Per questo la Commissione del Senato Usa voterà a metà aprile una legge che obbliga Obama a sottomettere qualsiasi accordo sul programma nucleare iraniano al Congresso per approvazione, quindi dopo la scadenza del negoziato del 31 Marzo. Una tutela resa necessaria dai disastri fin qui prodotti dalla politica estera del Presidente di una superpotenza resa piu’ debole da un’amministrazione fallimentare anche nella politica interna.

 

TAG: al qaeda, arabia saudita, Houthi, isis, Israele, minaccia isis, petrolio, usa, yemen
CAT: Medio Oriente, Questione islamica

11 Commenti

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  1. renato-simoni 6 anni fa

    Si dice che il primo passo per risolvere un problema sia ammettere la sua esistenza… bene, partiamo da punteggiatura, grammatica e sintassi! Direi che rileggere gli articoli è il minimo, prima di procedere a pubblicarli.

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  2. Claudia Segre 6 anni fa

    grazie del contributo, mi scuso per l’errata versione che aveva qualche errore di sintassi, immagino non abbia gradito il contenuto

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  3. andrea.gilardoni 6 anni fa

    Cara Claudia, l’articolo è interessante, emerge infatti che a non essere mai state applicate non sono solo le risoluzioni dell’ONU contro Israele, ma anche quelle contro l’IRAN, quindi questo pone ancora una volta la necessità di riformare l’organo chiamato Consiglio di Sicurezza. Occorrerebbe anche ripensare a una reale forza di polizia internazionale (ma con chi, visto che sono più gli stati canaglia, oggi, che quelli che rispettano il diritto?). Mi sembra che nell’articolo la connessione tra l’operato di Obama e le attuali conseguenze per la sicurezza internazionale sia affermata ma non dimostrata (i gravi problemi di cui parli erano già presenti con i governi precedenti): ricondurre il tutto a un unico capro espiatorio (che sarebbe un avversario di Israele) non va bene. In secondo luogo, usi contro Obama un argomento ad hominem che mi sembra scorretto, in quanto si riferisce a un suo mentore spirituale, che può anche essere diventato antisemita (sicuramente non è filoisraeliano), ma questo non riguarda la persona di Obama (un allievo si può anche staccare da un cattivo maestro, e la politica israeliana degli ultimi anni può essere criticata senza che si debba diventare antisionisti o addirittura antisemiti, come lasci pensare senza dirlo direttamente). Ritengo ci siano poi alcune imprecisioni, perché basta leggere le informazioni sul conflitto in Ucraina per vedere che le parole usate contro Putin sono ben più dure di quelle usate contro Netaniahu (il quale, a dire il vero, è andato molto oltre il lecito, nel suo rapporto con gli Stati Uniti, oltre a dare una pessima immagine di Israele nel mondo, anche se dopo le elezioni sembra aver temporaneamente fatto un’inversione a U per quanto riguarda gli arabi israeliani e la soluzione dei due stati). Trovo l’articolo interessante, ma ritengo che la questione andrebbe affrontata in modo più equilibrato. Un accordo con l’Iran è nell’interesse della regione e di Israele, anche se il premier israeliano non se ne rende conto (rischia di avere solo nemici intorno a sé).

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    1. Claudia Segre 6 anni fa

      Caro Andrea, grazie del messaggio. Penso che il Consiglio di Sicurezza risulti evidentemente obsoleto alle necessita’ attuali e non andrebbe solo riformato ma ripensato alla base e da questo punto di vista l’inazione dell’UE in termini di politica internazionale e della difesa e’ un freno mentre ne dovrebbe essere un propulsore, un’occasione da cogliere al volo dopo l’esperienza ucraina e nel Mediterraneo ora.
      Secondo i documenti della Casa Bianca ai quali mi riferivo Obama ha violato accordi e lettere di intenti che i precedenti Presidenti Usa avevano firmato e accordato ad Israele per evidenti motivazioni strategiche e sino a quando anche l’area sunnita , particolarmente saudita , faceva parte degli interlocutori con corsia preferenziale delle Amministrazioni Usa da sempre.
      Sempre dagli stessi documenti emerge la violazione di tutta una serie di regole di protocollo che solitamente vengono assicurate ai rappresentanti di altri Paesi su suolo americano in visita alla Casa Bianca.
      Riportare le origini della guida spirituale di Obama aiuta soltanto e riporta cio’ che e’ molto dibattuto dai denigratori in patria di Obama , i cosiddetti dietrologi, per giustificare la serie di errori commessi.
      Inoltre e’ innegabile che certe prese di posizioni dell’ONU, vedi la recente dichiarazione di violazione dei diritti delle donne contro Israele! , unitamente alle parole con le quali Obama “non” ha accolto Netanyau durante l’utima visita in Usa ad esempio non tengan conto di una serie di incidenti antisemiti che negli ultimi due anni si sono moltiplicati esponenzialmente in Europa e negli Usa . Causa ed effetto nell’utilizzo delle parole son differenti soprattutto se rivolte al nemico di sempre o ad un ex alleato storico.Mi son limitata quindi a riportare le note sul dibattito negli Usa e se il Congresso Usa parla di “miope ossessione dell’Amministrazione” ed ha preso certe decisioni penso che abbia piu’ diritto e conoscenza dei fatti di me e di lei per decidere di votare su una legge di difesa da un accordo che a detta di ben noti e titolati analisti internazionali portera’ ad un’escalation sul nucleare nel mondo arabo.Per non dimenticare poi i fatti del 1979 e la crisi degli ostaggi in Iran e che ancora adesso in Iran le bandiere Usa vengono bruciate regolarmente. Condivido le critiche sul Premier israeliano ma lei cosa farebbe se si fosse ricevuto oltre 600 missili sulla testa in un mese d’estate e vivesse al centro di un conflitto che sta modificando gli assetti ed i difficili equilibri del mondo islamico.Dall’Italia tutto puo’ apparire disequilibrato sul campo le cose son molto diverse ed inoltre le confermo che i rapporti tra Israele ed i vicini moderati sunniti della regione come con gli egiziani son molto buoni sia da un punto di vista diplomatco che commerciale e politico.E le ricordo ancora che i primi a non voler l’accordo con l’Iran son i sauditi e le case regnanti della Penisola araba. Si sta lottando per la supremazia (petrolio etcc….) nell’area e l’equilibrio sta nell’ascoltare e leggere nelle righe di un conflitto al quale Obama ha dato il suo contributo, volontario o involontario che sia, ma le lascio la lettura dei blogger Usa della popolazione 25-45Y per poter giudicare lei stesso come lo giudicano “poco equilibratamente”.

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      1. andrea.gilardoni 6 anni fa

        Condivido molte obiezioni, tranne queste due:
        1) capisco che i missili non facciano piacere, ma il governo israeliano dovrebbe lavorare a una soluzione diversa, per risolvere il problema, per esempio, appunto, la soluzione dei due stati (e poi si difenda pure, sono d’accordo);
        2) che il Congresso (repubblicano) abbia più titoli di noi per valutare la politica estera degli Stati Uniti è un assunto che non condivido (sarebbe una fallacia detta argumentum ad verecundiam, visto che l’autorità non è riconosciuta come tale ed è politicamente di un altro colore), anzi, probabilmente è proprio il Congresso che la sta danneggiando.

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        1. Claudia Segre 6 anni fa

          1) come scritto e’ sin dall’inizio la soluzione dei due Stati passa dalla rinuncia alle armi e dal riconoscimento di Israele , e da li’ passi avanti non si sono fatti perché Hamas non lascia alla popolazione palestinese autonomia decisionale in Gaza.
          2)io mi riferivo al tenere conto di 20 anni di posizione univoca del Congresso che ha attraversato Amministrazioni di
          orientamenti diversi e quindi con maggioranze diverse. Se per lei considerare in un’analisi storico politica le espressioni delle rappresentanze di uno Stato democratico e’ ininfluente vuol dire solo che abbiamo una diversa considerazione sull’analisi dell’operato delle istituzioni verso le questioni di Stato .

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  4. massimo-matteoli 6 anni fa

    Se del caso mi sembra che sia stato il governo di Netanyahu ad aver voltato le spalle agli Stati Uniti.
    La questione potrebbe chiudersi qui, ma segnalo che l’articolo non avverte un cambiamento strategico in Medio oriente che può diventare epocale.
    In questo momento in Iraq gli aeri USA coprono l’avanzata dei pasdaran iraniani contro l’ISIS.
    Se l’ISIS è il nemico dell’Occidente, chi combatte l’ISIS cos’è? E chi combatte chi combatte l’ISIS a sua volta cos’è?
    Non è uno scioglilingua, ma il presupposto oggettivo di un possibile cambio di alleanze che, vada come vada, influirà sulle mosse di tutti i protagonisti.

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    1. andrea.gilardoni 6 anni fa

      Sì, probabilmente siamo di fronte a un cambio di alleanze strategicamente molto rilevante. E Israele dovrebbe adeguarsi, invece di organizzare scenette come quelle pre-elettorali al Congresso (il protocollo l’ha violato Netaniahu).

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      1. Claudia Segre 6 anni fa

        Il premier israeliano e’ stato invitato negli Usa dal leader repubblicano ed ha parlato a Camere Unite con tre quarti dei democratici presenti.La Casa Bianca preavvisata della visita ha risposto che il Presidente non poteva incontrarlo causa un’Agenda gia’ molto impegnata. Il Protocollo si riferisce all’accoglienza di un rappresentante straniero che incontra il Presidente dello stato ospitante e che se alla Casa Bianca gli ha riservato un trattamento diversamente ” accogliente” ha deciso di non incontrarlo coerentemente. Non vedo scenette ma diritto ad accogliere un invito prestigioso su una questione rilevante per il Paese.

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    2. claudia.segre 6 anni fa

      Sono d’accordo con lei e il cambiamento in atto negli assetti mediorientali e’ un processo di medio lungo termine cominciato con le primavere arabe e proseguito con il conflitto siriano e l’emersione dell’IS.Ne parlo spesso nei miei articoli di geopolitica come quello di novembre o che trova nel mio blog.Nello scioglilingua arguto da lei citato sta tutta la complessita’ della situazione. Ad esempio i 5000 pasdaran annunciti dal Governo iraniano sono una milizia scelta con un peso specifico importantenella societa’ e nell’economia dell’Iran. Son quindi milizie sciite molto ben addestrate e ideologicamente estremiste esattamente come l’IS. Una sorta di “armata rossa ” su territorio iracheno. Ma indubbiamente prima di comprendere le leve dei futuri equilibri mediorientali e’ ancora presto siamo a meta’ del percorso, aspettiamo anche con le prossime elezioni Usa cosa succede…

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  5. gianluca.greco 6 anni fa

    Io trovo comico un articolo di geopolitica che si scandalizza che l’amministrazione USA abbia ignorato le valutazioni di Moody’s. L’Autrice sarà così gentile da spiegare perché mai la prima potenza mondiale dovrebbe farsi dettare l’agenda diplomatica da Moody’s. Agenzia di rating nota perché i suoi impiegati indossano le cravatte più brutte del mondo Occidentale.
    L’autrice dovrebbe trovare già imbarazzante il solo fatto di aver pensato che esistano degli “insigni dietrologi”. Per non dire che tali insigni dietrologi si wavventurano nello spiegare la politica estera di Obama con la sua educazione religiosa diversa da quella WASP, in pratica con dell’psicanalisi da bar sport, di cui tali insigni dietrologi devono essere assidui frequentatori. Non oso immaginare a quali conclusioni arriverebbero tali insigni dietrologi se gli si facesse notare che l’invasione della baia dei Porci fu decisa dall’unico presidente degli USA di religione cattolica.
    Lo confessi signora Segre, nello scrivere questo articolo si è ispirata a qualche pezzo di Woody Allen per il New Yorker?

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