A proposito del velo, a proposito di donne…

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5 Gennaio 2018

From: fiammetta martegani 
To: susan dabbous

Carissima Susan,

In questi giorni non si fa altro che parlare della protesta delle donne in Iran per poter apparire in pubblico a volto scoperto o, come forse sarebbe più corretto dire, per poter esercitare lo stesso diritto, come quello dei loro concittadini uomini, di poter scegliere autonomamente come apparire in pubblico.

Questo tema nei paesi islamici, dove spesso l’utilizzo del velo è stabilito per legge, così come nei paese non islamici, in cui talvolta la legge, per questioni di sicurezza,  prevede il contrario, è  un tema tanto obsoleto quanto attuale e che a me, in quanto donna, sta molto a cuore.

Mi chiedevo, per tanto, cosa ne pensavi tu, soprattutto sapendo che, a differenza della sottoscritta, hai vissuto a lungo in paesi e in situazioni in cui non vi era alcuna alternativa al velo.

From: susan dabbous 
To: fiammetta martegani  

Cara Fiammetta,

tocchi un tema, quello del velo, che nel migliore dei casi mi lascia indifferente e nel peggiore dei casi mi fa imbestialire. In questo contesto specifico mi può far solo piacere che le ragazze iraniane abbiano deciso di sfidare le autorità e la dittatura oppressiva, sventolando il loro veli, che non sono affatto, in sé, simboli di oppressione.

Il tema, ovviamente, non è il velo, che di per se, ricordiamolo, è un semplice pezzo di stoffa sopra la testa, come un cappello o una bella bandana. Il tema è: i Musulmani (brutti e cattivi) coprono le loro donne (ignoranti e sottomesse) perché solo così riescono a controllare quell’irrefrenabile istinto di accoppiamento che li contraddistingue, più o meno come gli oranghi.

Le cose non vengono dette in questi termini nel mondo occidentale, nei talk show o nei dibattiti in parlamento, ma questi sono pregiudizi ampiamente sottintesi.

Sono generalizzazioni che non considerano il rispetto di tradizioni antiche, di costumi locali e tribali, di regole e convenzioni sociali.

Così, secondo i perbenisti, il velo sembra essere la causa dell’oppressione femminile nel mondo arabo o musulmano e non, tutto al più, la conseguenza.

Eppure non mi sembra così difficile capire che prima di prendersela con un fazzoletto, ci sarebbero ben altre cose da cambiare e riformare.

Altra cosa è il velo integrale che personalmente vedo come un (più o meno consapevole) desiderio di cancellazione della donna: un’entità così impura da dover essere negata. Oppure, un’entità così misteriosa e incomprensibile da tenere in disparte piuttosto che affaticarsi a capirla, come un cruciverba incompiuto, dimenticato in un angolo a prendere polvere.

La semplificazione del ruolo della donna significa in molti casi semplificazione della vita, della società, e quindi anche del potere e della politica. E il foulard fa davvero poca differenza.

Se dovessi elencare alcuni dei principali problemi delle società arabe e islamiche odierne, direi: bassa e pessima scolarizzazione, basata su desuete metodologie mnemoniche piuttosto che incoraggiare l’esercizio critico. Matrimoni precoci e demografia senza controllo. Povertà diffusa e cultura dell’obbedienza sotto minaccia. Per non parlare del delitto d’onore. Ovviamente queste non vogliono essere generalizzazioni. Questi sono problemi diffusi che esistono con e senza il velo.

E tu cosa pensi dei copricapi che usano le donne ebree ortodosse? E delle parrucche?

From: fiammetta martegani 
To: susan dabbous

Carissima Susan,

apri un dibattito molto discusso all’interno della comunità ebraica in cui, probabilmente, ogni donna e ogni uomo, ortodosso o non, ti darebbe una risposta diversa, poiché, come in tutto ciò che ha a che fare con la messa in pratica dell’ebraismo, tutto sta nell’interpretazione del testo biblico. E, come si dice proprio all’interno della stessa comunità ebraica: “due ebrei, tre opinioni”.

Se mi chiedi, tuttavia, il mio personale punto di vista, da laica, io non ho nulla contro chi indossa (o non indossa) ogni sorta di cappello, parrucca, bandana o pezzo di stoffa, qualunque esso sia.

Ciò che mi preoccupa, invece, nell’ebraismo e in qualsiasi altra religione o istituzione, ancora di più se l’istituzione in questione è uno Stato, proprio come nel caso dell’Iran, è l’imposizione di un certo tipo di abbigliamento e, ancor di più, se l’imposizione arriva da una certa sfera di potere egemonico dominante che, quasi sempre, è costituito dal genere maschile, nei confronti di un determinato gruppo di dominati che, quasi sempre, appartengono al genere femminile.

Questo è ciò che davvero mi turba, cara Susan: che l'”orango”, come lo chiami tu, in qualunque religione o istituzione, è  sempre l’uomo e, per questo, la donna, spesso, si trova costretta, in un modo o in un altro, a doversi proteggere e, talvolta, a doversi nascondere: dietro un velo o dietro le ipocrisie della maggioranza silenziosa.

Purtroppo, come ben sappiamo, persino la parrucca e il velo, a volte non bastano affatto, perché il problema dell’uso della violenza dell’uomo nei confronti della donna, sia essa violenza di tipo sessuale o anche solo verbale,  è un problema che riguarda tutti e che risale a ben prima che Hollywood iniziasse ad accusare Harvey Weinstein.

Quindi, forse, la domanda andrebbe posta in un altro modo, ovvero, smettere di domandarsi come le donne dovrebbero vestirsi e cominciare a chiedersi come gli uomini che, fino a prova contraria, oranghi non sono, dovrebbero comportarsi nei confronti di tutte le donne, aldilà del copricapo?

From: susan dabbous 
To: fiammetta martegani  

O forse, cara Fiammetta, la domanda dovrebbe essere: “come dovrebbero comportarsi gli uomini ‘oranghi’ con le donne e con gli altri uomini?”

Perché, nel caso delle dittature, ci si scorda sempre,  e colpevolmente, quanto accanimento, tortura, e soggezione psicologica i clan dominanti usano sulle proprie vittime: le masse che comandano a bacchetta.

Sinceramente, non sono una grandissima fan della questione femminile in medio oriente: non ci può essere emancipazione femminile senza emancipazione sociale, senza secolarizzazione, senza rispetto dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Quindi, ben vengano le manifestazioni di piazza di uomini e di donne. Ben vengano i veli al vento come simbolo di ribellione. Ma prima di tutto, per amore di onestà intellettuale, tutti coloro che in questi giorni si stanno lanciando in grandi analisi non dovrebbero ridurre tutto ad un pezzetto di stoffa.

Non soffermiamoci su cosa portano le donne sopra le loro teste:  proviamo a chiederci cosa pensano, dentro le loro teste.

TAG: Crimini contro le donne, Diritti donne, medio oriente
CAT: Medio Oriente, Questioni di genere

3 Commenti

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  1. diplomaticab 3 anni fa

    Non sono in generale contraria al velo, a qualsiasi copricapo o parrucca (anche se devo dire che quest’ultima e’ quello che mi ha colpito di più), sono a favore della libertà di scelta perché il velo o qualsiasi alternativa hanno anche radici non solo religiose, ma anche culturali. Io ricordo da bambina nei paesi le anziane vedove vestite completamente di nero e con il velo in testa. La libertà deve stare alla base di ogni scelta, qualsiasi essa sia. Il bellissimo libro di Pamuk “Neve” affronta il desiderio delle ragazze turche di poter indossare il velo all-università, non troppi anni fa proibito. Il problema e’ quando il velo o similari vengono strumentalizzati e motivo di sottomissione per ignoranza o anche desiderio di sottomissione (delle donne, ma anche, con altri mezzi, delle masse). Ho frequentato paesi in cui le donne indossavano il velo, paesi completamente diversi tra loro, in cui il doverlo indossare significava sottomissione o scelta personale. Sono d’accordo che il problema non sia il pezzo di stoffa, ma qualcosa di più profondo e difficile al cambiamento..

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  2. pasquale-hamel 3 anni fa

    Non mi pare che nel mondo ebraico ci siano regole e norme statuali che impongano un determinato copricapo

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  3. cosivicine 3 anni fa

    Hai ragione. Infatti, nell’articolo, mi riferisco specificatamente all’Iran.

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