Come stiamo regalando al Sultano l’arma dei profughi

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23 Marzo 2016

So che non si tratta di un’opinione granché popolare, ma sono convinto che il terrorismo nasca da quella che un tempo si definiva autonomia del politico e che le motivazioni sociali da sole spieghino poco. A scegliere il piccolo jihad sono stati sia il milionario saudita Bin Laden che lo spaccino belga Abdeslam, così come nelle file del terrorismo rosso si ritrovavano sia il figlio dell’operaio Alasia che quello del ministro Donat-Cattin.

Anche i dibattiti non specialistici sull’usurpazione del “vero Islam” da parte del “falso Islam” dei terroristi lasciano il tempo che trovano. Basti ricordare che ad usare l’aggettivo «comunista» nei nostri anni Settanta erano sia i brigatisti che il PCI, tra loro nemici giurati. Così, «vero Islam» è semplicemente qualunque Islam si definisca tale, e 1400 anni di fitna lo dimostrano.

Un ideale apocalittico e settario può diventare ragione di vita di un individuo per i motivi più vari, mai esclusivamente economici. Come i girasoli, i jihadisti nati e cresciuti sul suolo europeo sono attratti da un punto di riferimento, sia simbolico che materiale:  quindici anni fa poteva essere il regime talebano in Afghanistan, oggi è il cosiddetto califfato in Siria. E finché quel sole risplenderà sinistramente, i girasoli volgeranno ad esso il loro sguardo.

Ciò detto, in presenza di combustibili potenti quali le ideologie religiose (incluso il marxismo rivoluzionario…), le condizioni materiali degli individui forniscono certamente il comburente. Purtroppo, gli stessi commentatori in cerca di moventi nel «disagio delle periferie» o nell’ «assenza di biblioteche di quartiere» nelle nostre metropoli, non sembrano altrettanto interessati a ciò che può accadere in condizioni di “disagio” infinitamente maggiore. Cinque anni di guerra civile siriana hanno prodotto quattro milioni di profughi, due dei quali sono attualmente confinati nei campi turchi.

L’identità “migrante=potenziale terrorista” fa ovviamente il paio con quella, altrettanto stupida, insultante e pericolosa “islam=religione terrorista”, e tuttavia non possiamo escludere che all’interno dei campi – che per quanto ben gestiti siano, rimangono luoghi in cui è difficile resistere a lungo senza perdere la testa – esista una possibilità di reclutamento da parte di Daesh. Non dobbiamo mai dimenticare che la maggior parte dei Siriani non fugge dai tagliagole di Al Baghdadi, ma dalle barrel bomb dell’esercito di Assad. Già ora, l’assistenza ai profughi è garantita in parte dalle ONG islamiche vicine a Erdoğan.

La dabbenaggine degli stati UE, che pensano di allontanare i problemi tenendo lontani i rifugiati, usando Erdoğan come un nuovo Gheddafi, rischia di creare la prossima generazione di islamisti radicali e di dare forza al disegno neottomano che sembra aver preso piede in Turchia negli ultimi anni. Mentre in Europa dibattiamo giustamente attorno al concetto di integrazione, in Medio Oriente l’idea di impedire l’integrazione di grandi masse di rifugiati rappresenta da sempre una strategia deliberata volta alla creazione di una potentissima arma politica.

E’ sufficiente tenere confinati i profughi, negare loro la possibilità di cercare lavoro o di richiedere la cittadinanza, anche dopo un’intera generazione. Questo è accaduto ad esempio ai Palestinesi, cittadini di seconda classe in vari paesi dell’area. La storia della striscia di Gaza, autentico incubatore d’odio creato e amministrato per vent’anni dall’Egitto, è in questo senso esemplare, ma, ahimè, siamo ormai abbastanza cresciuti per capire che la Storia non è mai maestra di vita.

Immagine di copertina: il campo profughi di Kilis (ANADOLU AJANSI – ADEM YILMAZ)

TAG: attentato bruxelles, daesh, isis, jihadismo, recep tayyip erdogan, rifugiati, siria, Turchia, Unione europea
CAT: Medio Oriente, Terrorismo

2 Commenti

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  1. mauro-boccuni 4 anni fa

    Concordo. Poi il racconto mediatico ovviamente mette il lupo cattivo sotto i riflettori quando oramai non solo non conta più niente, ma quando il branco è così vasto, incontrollabile e disseminato da non potere più essere gestito da un’intelligence tradizionale.

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  2. stefano-gatto 4 anni fa

    Storicamente, molti paesi ad alta presenza prolungata di profughi ne sono stati destabilizzati: pensiamo ai palestinesi in Giordania e Libano, agli afghani nel nord del Pakistan, la stessa Turchia adesso non è immune da segni di quel fenomeno. Questo non vuol dire affatto che i profughi siano il male, e nemmeno che la maggior parte di loro sia composta da persone problematiche, ma piuttosto che i paesi che li accolgono difficilmente si dimostrano in grado di gestirli a lungo periodo. Ci vuole da subito una decisione chiara sul se si vuole integrarli o mantenerli ai margini. La stessa Turchia non credo pensi ad integrarli, perlomeno per il momento. Il problema che pongono i rifugiati è quindi più legato alla realtà in cui arrivano che a loro stessi. Per questo si sarebbe potuto pensare che l’Europa di oggi avrebbe potuto permettersi di gestire il problema con lungimiranza, e forse sarebbe successo dieci o venti anni fa, ma la crisi si è riversata su un continente la cui sicurezza è fiaccata dalla crisi prolungata e da una incredibile mancanza di sicurezza e di fiducia nel futuro. Certo, la storia insegna anche che i rifugiati e anche gli emigranti, se integrati, possono diventare il miglior asset di un paese. L’Europa e gli europei di oggi però, si sentono troppi insicuri per prenderlo nemmeno in considerazione.

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