La musica bisestile. Giorno 128. Fabrizio De André

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7 novembre 2018

L’unico grande disco di Fabrizio De André che, rinunciando a scegliere il cantautorato francese, si dimostra più vicino alla musica ribelle della Germania degli anni 70 – quella che dà fiato alla rabbia ed al sarcasmo, e se ne frega delle ingenuità

 

STORIA DI UN IMPIEGATO

 

Credevo sarebbe stato difficile scegliere un solo disco di Fabrizio De André, ed invece, a decidere, ci ho messo un minuto. Perché De André non ha fatto tantissimi dischi. Perché sono semplicemente divisibili in tre fasi, e della prima mi importa poco (perché scopiazza in lungo e in largo nel cantautorato francese), mentre la terza è arrivata dopo il rapimento, in una fase in cui lui stesso non era più sicuro di voler andare avanti, ed ha scritto album complessi, molto belli, ma non più “selvaggi” come quelli di questo secondo periodo, quando si sentiva ancora un guerriero ed era giovanilmente pieno di sé.

“Storia di un impiegato”, 1973

Precedentemente al rapimento, Faber aveva detto che scrivere dischi a 50 anni fosse patetico, e che avrebbe smesso prima di diventare penoso. La sua prima fase finisce quando Faber e la PFM entrano in studio e registrano “La buona novella”, che è il primo vero disco solista, mentre la terza comincia con “Rimini”, nel 1978, quando De André è oramai una folkstar. Di quel periodo adoro “Anime perse”, ma siamo lontanissimi dall’epicentro, che è tra il disco che ho scelto io e “Volume 8”, quello di “Amico fragile”. Tra questi due dischi una differenza chiarissima: nel primo esiste ancora qualcosa per cui combattere ed arrabbiarsi, nel secondo esiste soltanto la nostra propria fragilità ed il soccombere civile.

Preferisco il primo, nonostante la canzone che apre il disco sia, una volta di più, un furto – con la differenza che stavolta l’autrice, Dominique Grange, ne parlò con lui prima della registrazione e disse che gliela regalava. Il primo, perché era un disco offeso da Bertoncelli (il famoso critico che, insieme a un prete, spara cazzate nella “Avvelenata” di Guccini), insultato da Giorgio Gaber, deriso pubblicamente da De Gregori e da altri critici affermati. Non sono d’accordo. “Storia di un impiegato” è forse l’unico tentativo, nella storia musicale italiana, di fare un disco apertamente politico, stavolta alla tedesca (Degenhardt, Ton Steine Scherben, Ulla Meinecke) e non alla francese, di muoversi sul crinale pericoloso tra anarchia e PCI, tra movimento studentesco e Pasolini (che ne è il contrario).

In questo disco Faber ha rischiato, mostrando una sentimentalità diversa, più politica e più ingenua, forse, ma proprio per questo più bella e più credibile. Mi pare che sia un disco che esprima la consapevolezza del fatto che, al di là del proprio senso di fallimento personale (“Verranno a chiederti del nostro amore”, negli affetti, “Il bombarolo”, nella passione politica, “Nella mia ora di libertà”, nella vita tutta), si debba tenere alzata la testa, aperti gli occhi e il naso, e mani e piedi pronti a scattare. Perché non può, non deve finire così.

 

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CAT: Musica

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