La musica bisestile. Giorno 17. Andrew Lloyd Webber e Tim Rice

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14 settembre 2018

La gloriosa versione hippie e pacifista della più grande epopea della cultura occidentale: il grande musical sui giorni della Passione di Cristo, a metà tra farsa e dramma borghese

JESUS CHRIST SUPERSTAR

 

C’è una differenza profonda fra l’opera, il musical, e la rock opera. L’opera appartiene ancora ad un’era precedente il romanzo borghese, ovvero ad un tempo in cui c’erano buoni e cattivi, il racconto era morale, e gli atti, come nel teatro greco, erano metaforici, ed erano atti sociali. Per le storie tra umani, già 200 anni fa, c’era l’operetta, ovvero uno stile minore. Il musical, invece, racconta una storia borghese (nell’accezione positiva del termine) e cerca di stabilire una connessione tra le canzoni (come accedeva, in modo miserabile, nei “musicarelli” della tradizione popolare italiana del secondo dopoguerra) costruendo una storia. L’opera rock, invece, è come una lunga suite che serve a spiegare non solo una storia, ma anche un mondo. Non ce ne sono molte: “Rocky horror picture show”, ad esempio, è metà di qua, metà di là. “Orfeo8” di Tito Schipa Junior è più vicino al teatro brechtiano, quindi è una versione impegnata di musical – il prodromo alla nascita del Teatro canzone di Jacques Brel e Giorgio Gaber. Le tre più grandi opere rocck che conosco erano, in origine, musicals: “The Phantom of the Paradise”, “Hair” e “Jesus Christ Superstar”. ma quest’ultimo, nella sua versione di André Previn (orchestra) e Norman Jewison (regia), diventa altro: un capolavoro al di là del suo genere.

“Jesus Christ Superstar”, 1973

Andavo a scuola dai preti, al San Giuseppe Calasanzio, ed uno di quei preti, che credo si chiamasse Padre Grimaldi, ci disse di andare a vedere questo film e di cercare di comprenderne il messaggio profondo. Il film mi colpì in modo indelebile. Prima di tutto, perché è una rilettura hippie dell’ultima settimana di vita di Gesù, che in parte è esilarante, perché i personaggi di Erode, Ponzio Pilato e Hanna (con una splendida voce da contralto), sono macchiette da debosciati moderni, probabilmente molto simili agli originali, molto più di quanto la serissima trattazione dei Vangeli voglia farci credere. E quindi tutti, da Gesù a Giuda, da Maddalena a San Pietro, diventano personaggi umanissimi, con virtù e debolezze, e si esce da quel film avendo capito che Giuda è la vittima, Gesù il carnefice, Pietro una figura scialba e secondaria. E se fossi stato una ragazza, vi avrei detto che Caifa è il personaggio più affascinante.

Giuda tra Khaifa ed Hanna

Come in Tarkus di Emerson Lake & Palmer, i panzer vivono di vita propria, e comunque l’intera costruzione della tragica morte di Gesù è apertamente presentata come una rappresentazione teatrale in cui l’essere hippie comprende tutto e tutti, sia i cosiddetti buoni che i cosiddetti cattivi. I centurioni romani in canottiera lilla sono molto meno imponenti che nei film classici di bighe e caligole. L’ultimo, straordinario escamotage da romanzo borghese (e non da epos, come sono i Vangeli): alla fine della storia tutti gli attori smettono i vestiti di scena e risalgono insieme (tranne Gesù e Giuda) sul pullman che dal deserto li riporta a casa.

I centurioni romani accompagnano Gesù da Ponzio Pilato

Il messaggio centrale dell’opera viene esplicitato da Giuda che, incalzato dai carri armati e dai sensi di colpa, suicidandosi, grida a Dio: “Tu mi hai assassinato”: Dio esiste, ed ha guidato la vita di Gesù e delle persone che vennero a contatto con lui, come in un teatro di marionette, facendoli soffrire indicibilmente per poter dare agli umani una storia abbastanza terribile da poter essere ricordata nei secoli. Ucciderne uno per educarne un milione, un miliardo, tutti. E dato che siamo esseri umani, alla fine, se ci affezioniamo ad un personaggio, quello certamente non è Gesù, ma il povero Giuda. Uno straordinario tenore di colore.

L’entrata trionfale a Gerusalemme

Quindi, se si accetta questa verità, Lloyd Webber e Rice ci dicono che siamo tutti Giuda potenziali, e che se potessimo ammazzeremmo ancora ed ancora ed ancora il Figlio di Dio. Quando capii questo, il mio intero modo di pensare ne venne scosso per sempre, sicché vi dico che questo film è un capolavoro assoluto ed impareggiabile, che bisogna aver visto abbastanza volte, di modo da sbucciarne, come in una cipolla, tutti gli strati, per poter arrivare al cuore del messaggio. E non ho parlato della musica, meravigliosa. Del fatto che Hair sia anche, magari, un altro capolavoro, ma che la musica di JCS ne fa la più grande opera rock che sia mai stata scritta.

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CAT: Musica

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