La musica bisestile. Giorno 69. John Denver

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9 ottobre 2018

BACK HOME AGAIN

 

Con mia moglie Adriana andammo a sentirlo in concerto a Roma. Insopportabile. Melenso, noioso, ma soprattutto ridicolo: “Se avessi un figlio, vorrei che fosse un cowboy”, oppure “Vorrei che tutti si abbracciassero, subito, ora, e che la terra intera fosse coperta da questo abbraccio. Sono certo che persino i Russi saprebbero abbracciarsi”. Dulcis in fundo, dopo aver eseguito “Thanks God I’m a Country Boy”: “L’intelligenza di chi vive in città è tristezza, la sola libertà è stare a cavallo da soli, nel cervello null’altro che vento”. Incontrammo Antonio Mercuri, che, come noi, sacramentava. La gente fischiava, a metà concerto una buona parte delle persone aveva lasciato il prato di Castel Sant’Angelo, era davvero insopportabile.

“Back home again”, 1974

Da allora ho completamente smesso di ascoltarlo, ed oramai sono passati crca 35 anni. Ma questa è solo una faccia della medaglia. Quando mio padre tornò dagli Stati Uniti, portò con sé canzoni nuove, come “You Make me Feel Brand New” degli Stylistics e tante altre che, a casa abbiamo ascoltato fino allo sfinimento. Erano le canzoni che gli ricordavano quei mesi meravigliosi e le ascoltava con una nostalgia terribile. E poi c’era una canzone, una sola, che aveva imparato a memoria, mentre era in California, e gli mancava la mia mamma (sua moglie) – in un periodo in cui telefonare era complicatissimo, e credo di ricordare che accadesse due volte al mese.

La canzone che, ancora oggi, per me significa semplicemente Mamma, è “Annie’s Song”, presa da questo che è l’album più famoso di John Denver. La canzone che avevo imparato e lei, commossa, diceva: “vedrai, un giorno avrai qualcuna a cui cantarla davvero”. Purtroppo si sbagliava – o per fortuna. Forse non sono fatto per amori così grandi, e quando ero più giovane il testo mi imbarazzava. Ora, da vecchio, sono più indulgente, e sento la lacrimuccia nascosta che s’avanza vigliacca. Sono qui, e vado a vivere, prima che il passato mi travolga.

John Denver e sua moglie Annie Martell nel 1974

La canzone, ammettiamolo, è bellissima, ed altrettanto è la storia della sua nascita. Lui, bruttino e nemmeno tanto intelligente, si innamora pazzamente di lei, che però resiste solo poche settimane alla vita di campagna e torna precipitosamente in città. Hanno entrambi 25 anni. Lui la insegue, la riconquista, si sposano, è l’estate del 1968. Ma lei soffre, continua a sentirsi sola, divisa tra questa grande storia d’amore e la splitudine e la noia della vita nelle montagne del Colorrado. Nel 1982 lei scappa, e stavolta non torna. John Denver impazzisce, quasi si ammazza perché – delirando – fa a pezzi con la motosega il letto in cui i due dormivano. Non si riprenderà mai più, comincerà a bere forte, ed alla fine si ammazzerà, nel 1997, a 54 anni, andando a sbattere, completamente ubriaco. Un motivo in più per amare questa canzone dal destino così tremendo, ed accogliere questo malinconico figlio di militari nella raccolta dei musicisti che non bisogna dimenticare.

Dopodiché va detto, per onestà intellettuale, che John Denver era un grande musicista ed un ottimo chitarrista, che ha inventato tante melodie davvero orecchiabili (sarebbe stato meglio se qualun altro avesse scritto i testi, ma forse sarebbe stato meno onesto) ed aveva con sé musicisti di prim’ordine, che gli hanno assicurato una carriera stellare. Aveva anche senso dell’umorismo ed era altruista, per esempio quando recuperò dal dimenticatoio Randy Sparks, eseguendo sempre almeno due sue canzoni nella sua scaletta, una delle quali, “A Saturday night in Toledo, Ohio” è davvero spiritosa, perché racconta di come gli abitanti di quel posto, nel weekend, osservino l’erba crescere e morire ed ascoltino il rullo delle formiche in marcia. ma John Denver, per l’appunto, ringraziava il cielo di essere un ragazzo di campagna.

 

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CAT: Musica

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