Un Tristano di dettagli inaugura l’Opera di Roma

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7 Dicembre 2016

Che la notte appartenga agli amanti, Richard Wagner l’aveva detto cent’anni prima di Patti Smith, ovviamente nota melomane. E ora fino all’undici dicembre ce lo ricorda l’Opera di Roma, che ha inaugurato la stagione proprio con il titolo più notturno di Wagner: Tristan und Isolde. Forse un’ouverture del direttore Daniele Gatti per un impegno più stabile al Costanzi, nella versione astratta del regista Pierre Audi.

Se di ouverture si tratta, di certo è un’ouverture lunghissima, che spaventa chiunque sperasse di cavarsela in tre ore per poi uscire a cena a Monti. Invece tra atti e intervalli sono più di cinque le ore travolgenti di canto nel buio di Tristano: il non breve incontro di due amanti sopra lo sdilinquimento musicale più sensuale mai scritto, montato in partitura quasi nel disprezzo di tutto ciò che è diurno e chiaro, anche nel senso di immediatamente comprensibile. Invece è la notte densa degli amanti, il loro stato sempre confuso e infelice, che trascina nelle maglie filosofiche dell’opera, oltre quel solito mondo come rappresentazione.

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Una lunga attesa del crepuscolo di ogni cosa, ben visibile nel finale dello spettacolo di Audi che non a sproposito annienta – anche a coltellate – tutti i partecipanti a questa danza macabra d’amore. Per il resto la regia è confusa, con manovre indiscrete di pannelli o tramezzi che coprono, scoprono e di nuovo coprono la scena. E non basta un cimitero di elefanti – le scene sono di Christof Hetzer – per rendere suggestivo il duetto d’amore più lungo dagli Orfei secenteschi a oggi, se poi i movimenti dei cantanti sono disordinati, se tutti si dimenano troppo contraddicendo la stilizzazione di uno spettacolo che si chiude con un bel finale in controluce – luci di Jean Kalman.

Insomma sovrapposizione poco coerente di stili per questa regia non all’altezza dell’intelligenza teatrale di Gatti, che dirige un Tristano quasi di conversazione, molto più cameristico che sinfonico. Il suono non è mai avvolgente ma forse non deve esserlo, perché Gatti segue la partitura con un’intensità narrativa che non appiattisce mai i contrasti, che non copre i dettagli con la scusa di una sintesi ad effetto. Questo non per freddezza né per eccesso di analiticità, ma perché forse solo l’esibizione delle contraddizioni irrisolte fanno entrare davvero sulla scena questa musica.

Ecco perché mi sembra indimenticabile il preludio del terzo atto di Gatti, più ancora del preludio iniziale: per l’ossimoro di un vuoto che si leva dall’orchestra, desolazione interiore dei personaggi, più significativo di ogni pienezza, con la meravigliosa canzone suonata dal corno inglese di Giovanni Cretoni e riconosciuta da Tristano stesso, ferito sul palco. Piacerebbe sentire un Tristano di Gatti con regia più psicanalitica, alla Guth o Marthaler.

Ottimi gli interpreti: Rachel Nicholls su tutti, Isolde con voce espressiva e precisa, ma anche il Tristan di Andreas Schager, meno preciso e purtroppo stanco nel terzo atto, ma dal timbro coinvolgente. Poi Michelle Breedt, Brangäne, l’autorevole John Relyea, Re Marke uscito dal Don Carlo, il Kurwenal di Brett Polegato.

TAG: Andreas Schager, Daniele Gatti, Opera di Roma, Pierre Audi, Rachel Nicholls
CAT: Musica, Teatro

Un commento

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  1. marcogiov 4 anni fa

    A parte Melot inutilmente storpio e l’altrettanto inutile mummia del terz’atto, non ho trovato nella regia nulla che disturbasse, forse memore di un orrore visto proprio a Bayreuth. Bellissimo spettacolo.

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