La Pubblica Amministrazione non è come la cuoca di Lenin

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21 ottobre 2018

Ogni volta ci risiamo. Le palme delle mani sbattute sulla faccia con la bocca aperta nello stupore allorché si scopre che le idee meravigliose camminano sulle gambe degli uomini, e che nei progetti politici queste gambe si chiamano Pubblica Amministrazione, che non è facile da capire e tanto meno  da gestire come voleva Lenin per il quale una volta fatta la Rivoluzione bastava metterci una cuoca al comando.

Amministrazione che  si presenta piuttosto come  lo  “gliuommero”  del  don Ciccio Ingravallo gaddiano, un coturbio di leggi, di regolamenti, di circolari applicative,  esplicative, interpretative, di infiniti trabocchetti e inaspettate botole che si aprono sotto i piedi come nei B movie.

Quale stupore per il grilllismo applicato rispetto a quello teorico, scoprire che i Centri per l’impiego nell’era del silenzioso silicio dei computer sono ancora nell’età della pietra o della ceralacca e del timbro sonante?
Quale stupore per il leghista, il Calderoel dentista bergamasco ex Ministro della semplificazione burocratica (una carica argentino-brianzolo-sudamericana da Stato del Maradagàl o del Parapagàl) scoprire l’inghippo e uscirsene con la trovata – buona per i suoi bravuomini della Bassa che, chini sui capi bovini o gli stampi plastici,  nulla sanno di ex nunc ed ex tunc, di et ab hic e di et ab hoc amministrativi-,  di bruciare nel cortile romano borrominiano in un rogo secentesco da Autodafé amministrativa gli scatoloni con “dentro” le streghe delle cattive leggi inutili! E ancora, e invece,  anni dopo,  nonostante tutto il suo falò barocco ecco quelli della Bassa che tornano a lamentarsi degli infiniti passaggi burocratici per aprire un bar o una barberia…

“Pensare” lo Stato viene prima ahimè! Bobbio nei perduti Settanta faceva notare  che la Rivoluzione borghese  riusciva perché c’era stata una idea dello Stato preesistente, elaborata dai Grozio, dai Pufendorf, dai Bodin, dai Montesquieu. Ed era pertanto più facile cambiare il conducente se la macchina era già bella e pronta in garage. In quel caso l’Intendenza sarebbe seguita. E  perciò chiedeva a bruciapelo ai suoi marxisti immaginari: qual è la vostra idea di Stato socialista? Avete idea di come funzionerà il vostro regno della libertà  succeduto a quello della necessità? E quelli sbattevano gli occhietti nel vuoto, perché nella loro Idea lo Stato si sarebbe estinto. C’era scritto così nei testi dei Padri Fondatori. Che domande…

E adesso i grillini hanno idea di come funzionerà lo Stato dei Cittadini honesti, succeduto,  a seguito del Decreto Spazzacorrotti, a quello dei Politici di Prima Bleah?

Gioverà leggersi qualche paginetta di chi la Rivoluzione la fece sul serio. Lo stesso Lenin, quello che la faceva facile con la cuoca al volante della macchina amministrativa, una volta fatta la Rivoluzione scopre che non funzionava una cippa nello Stato socialista:

Nell’apparato statale – scriveva- la situazione è a tal punto deplorevole, per non dire vergognosa, che dobbiamo innanzi tutto pensare seriamente al modo di combatterne i difetti, ricordando che questi difetti hanno le loro radici nel passato, che, sebbene abbattuto, non è stato superato, non è ancora una fase della cultura appartenente a un passato ormai remoto,

e si mette pertanto le mani ai (pochi) capelli e cerca di dare qualche indicazione con l’ultimo scritto del 1923: Meglio meno ma meglio  che comincia con un fatidico: 《Per poter migliorare il nostro apparato statale …》 cioè, era ancora anche lui, al “carissimo amico”, perso nel campo delle cento pertiche burocratiche.E scriveva ancora:

Finora abbiamo avuto così poco tempo per riflettere sulla qualità del nostro apparato statale e preoccuparcene, che sarebbe giusto dedicarsi con particolare attenzione e serietà alla sua organizzazione e concentrare nell’Ispezione operaia e contadina materiale umano di qualità realmente moderna, cioè non inferiore ai migliori modelli dell’Europa occidentale.

In poche parole si era accorto che aveva iniziato a costruire la casa socialista dal tetto e non dalle fondamenta.

Ma con inaspettato realismo suggeriva:

Per rinnovare il nostro apparato dobbiamo a ogni costo porci il compito, in primo luogo, di imparare; in secondo luogo, di imparare; in terzo luogo, di imparare.

E infine il colpo di genio, che come sempre coincide con il semplice buon senso. Chiedersi: come caspita fanno gli altri? E suggerire:

Bisogna mandare alcune persone preparate e coscienziose in Germania o in Inghilterra per raccogliere le pubblicazioni esistenti e per studiare questo problema. Dico in Inghilterra, nel caso in cui non sia possibile mandarle in America o nel Canadà.

In capo al mondo.

Se Lenin avesse saputo che l’ENA francese, l’École National d’Administration sarebbe stata fondata in seguito dallo spilungone generale De Gaulle e dal tarchiato Segretario del PCF il comunista Maurice Thorez gli sarebbe venuto un coccolone. Ma come? Un comunista che fonda una scuola d’élite? Mais oui. In Francia s’è fatto.

I grillini seguano pertanto le indicazioni del compagno Lenin. Mandino in capo al mondo i Fraccaro o i loro emissari, quelli con le fronti alte spaziose,  con la semplice domanda:  come funzionano da voi i Centri per l’impiego? Oppure non perdano tempo e si informino meglio. I Centri per l’impiego gestiscono solo il 3 % dell’allocazione delle risorse. Il grosso dell’attività è svolto dalle Agenzie interinali nate come funghi ai tempi del “pacchetto Treu”, e molti sussurrano che dietro di esse vi siano molti sindacalisti, che in cambio del business che si apriva non strepitarono più di tanto difronte a una radicale flessibilità/precarizzazione del lavoro (nacquero in quegli anni i co.co.pro).

TAG: lenin, pubblica amministrazione
CAT: P.A.

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